MARCELLO FOIS.

LUCE PERFETTA.

2015.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Non  facile stabilire per quanto tempo una passione possa covare.
Cristian e Maddalena si conoscono da sempre, e se il destino non si fosse messo di traverso
sarebbero gi l'uno dell'altra. Tra loro due, esattamente al centro, c' Domenico: amico fraterno di
Cristian, promesso sposo di Maddalena.
Seguendo fino ai nostri giorni la stirpe dei Chironi, Marcello Fois racconta la contemporaneit
come un tempo eterno. Il respiro epico e la tensione drammatica della sua scrittura danno vita a una
storia dove il desiderio e la vendetta, la colpa e il perdono, si fondono inestricabilmente. Mostrandoci
come la letteratura, da sempre, parli di una cosa sola: di noi.
Cristian  intraprendente e deciso, uno di quegli uomini che, a certe donne particolarmente
intuitive, fanno l'effetto di parlare anche quando tacciono. Maddalena  altrettanto tenace, e ha dalla
sua la forza di saper immaginare  e insieme difendere  il proprio futuro. Sarebbero perfetti l'uno per
l'altra, se il loro destino comune non avesse il nome di Domenico.
Il sentimento che lega Domenico a Cristian da un punto di vista della linea parentale genetica
non ha nessun valore, ma da quello della linea parentale affettiva  quanto basta per dare senso a una
vita intera. Anche se hanno cognomi diversi, infatti, i due ragazzi crescono come fratelli. E quando 
passati i furori dell'adolescenza  Nuoro si organizza per apparecchiare la festa di fidanzamento di
Domenico e Maddalena (nel frattempo rimasta incinta), diventa chiaro a tutti che per Cristian non c'
pi spazio.
Se non fosse che lui  un Chironi, appartiene cio a una famiglia sempre caduta in piedi,
perch il suo destino  di sembrare l l per precipitare, ma poi questo non accade mai. Tanto che
quando si mette in mezzo Mimmu  padre di Domenico, zio adottivo di Cristian  diventa evidente che
la stirpe dei Chironi  troppo ingombrante per poter essere tollerata. Del resto non si conosce
veramente qualcuno finch non lo si pu paragonare a se stessi...
Dopo Stirpe e Nel tempo di mezzo, un romanzo  attesissimo  colmo di passioni sopite, di
tradimenti, colpi di scena e riconciliazioni. Una storia che si scioglie, infine, in un duello epico, dove
nella vicinanza e nell'assenza si gioca la partita della vita.
Gli anni Ottanta della speculazione edilizia in Sardegna, mescolati alle canzoni di Gazebo e al
Conte di Montecristo, fanno da sfondo a una vicenda in cui il cuore dell'intera umanit sembra essere
pi che mai esposto agli occhi del lettore.
Un esercizio crudele eppure necessario, per sentire addosso quella luce perfetta che ammanta i
nostri ricordi. Con la speranza di riconquistare la propria identit e i propri desideri, fino a comprendere
che sognare  immaginare se stessi esattamente nel posto in cui ci si trova.
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L'Autore.
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Marcelle Pois nasce a Nuoro nel 1960. Nel 1986 si laurea in italianistica presso l'Universit di Bologna. Nel 1989 scrive il suo primo romanzo, Ferro Recente che, grazie a Luigi Bernardi della Granata Press, viene pubblicato nel 1992 in una collana di giovani autori italiani, nella quale figurano anche i primi libri di Carlo Lucarelli e Giuseppe Ferrandino. 
Sempre nel 1992 pubblica Picta, con cui vince (ex aequo con Mara De Paulis) il Premio Italo Calvino[1]; nel 1997, per Nulla (con cui inizia la collaborazione con la casa editrice Il Maestrale), riceve il Premio Dess. 
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Nel 1998, ancora per Il Maestrale, esce Sempre caro, primo romanzo di una trilogia (proseguita con Sangue dal cielo e L'altro mondo), ambientata nella Nuoro di fine Ottocento e che ha come protagonista un avvocato, Bustianu, personaggio per il quale Fois si  ispirato a un avvocato e poeta nuorese realmente esistito: Sebastiano Satta. Con Sempre caro nel 1998 vince il Premio Scerbanenco[2]. Con Dura madre vince nel 2002 il Premio Fedeli e nel 2007 riceve il Premio Lama e trama alla carriera. 
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Oltre che alla narrativa, Fois si dedica anche alla sceneggiatura, sia televisiva (Distretto di polizia, L'ultima frontiera) che cinematografica (Ilaria Alpi. Il pi crudele dei giorni), e al teatro per cui ha scritto L'ascesa degli angeli ribelli, Di profilo, Cerimonia con Marinella Manicardi, Filippo Morelli, Mirella Mastronardi (segnalata al Premio UBU come giovane attrice non protagonista), Stazione (un atto unico per la commemorazione delle vittime della strage alla stazione di Bologna), Terra di nessuno e Cinque favole sui bambini (trasmesso a puntate da Radio 3 Rai). Dal suo racconto Disegno di sangue, pubblicato nel 2005 nell'antologia Crimini,  stato tratto un episodio dell'omonima fiction televisiva, trasmesso nel 2007 da Rai 2. 
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Ha scritto anche un libretto operistico tratto dal romanzo di Valerio Evangelisti, Tanit. 
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Nel 2007, con il romanzo Memoria del vuoto, edito da Einaudi nel 2006, ha vinto il Premio Super Grinzane Cavour per la narrativa italiana, il premio Volponi e il Premio Alassio Centolibri - Un Autore per l'Europa. Con Giulio Angioni e Giorgio Todde  fra i fondatori del festival letterario L'isola delle storie di Gavoi[3].  un esponente della "nuova letteratura sarda". Nel 2012  tra i finalisti del Premio Campiello con il libro Nel tempo di mezzo, risultato poi vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante. Nel 2016 vince il premio Asti d'Appello con il libro Luce perfetta, mentre nel 2017 vince la prima edizione del Premio Crovi col romanzo Del dirsi Addio. 
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ai Resistenti.
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Tu digli che, per quanto sia andato a vivere in un posto di mare, niente va bene e nessuno pu essere salvato...
Mia madre, in sogno.
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Ero in attesa che succedesse qualcosa, e quel qualcosa era l'attesa...
T. MALICK, The Tree of Life.
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Parte IV.
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Ancora dopo.
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Gozzano, gennaio 1999.
Secondo quale disegno Maddalena Pes fosse riuscita ad arrivare esattamente dove si trovava,
non sapeva dirlo.
La mattina precedente, con un bagaglio leggero, si era imbarcata sul traghetto che collega Porto
Torres a Genova. Il che aveva significato alzarsi prima dell'alba per raggiungere il porto, su una
macchina a noleggio con autista, e passare tutto il giorno ad aspettare la sera per salire a bordo.
Pericolosamente, durante quel tempo morto, si era lasciata andare persino alla tentazione di desistere.
Ma era una donna che aveva dovuto imparare la tenacia. Nel corso dei suoi quarant'anni si era adattata
ad attese ben peggiori. Da Genova aveva poi raggiunto Torino in treno, esperienza totalmente inedita
per lei che di treni, in Barbagia da dove veniva, non ne aveva mai frequentati. Infine da Torino con
mezzi locali, un interregionale e un pullman, era arrivata a Gozzano, quel posto di cui sapeva scrivere
perfettamente l'indirizzo e che, ora, si manifestava, nella sua realt effettiva, sotto forma di un
palazzotto di costruzione piuttosto recente. A dirla tutta c'era in quell'edificio, dove stava per entrare,
un'aura da clinica. Da scuola di preti. Da seminario, appunto. Tutto il paese intorno aveva un'attitudine
sussurrante, di onesta sobriet. Una fredda compassione che si adattava perfettamente al gelo da cui era
attanagliato. Gennaio mostrava le zanne. Maddalena Pes cap di essersi vestita troppo leggera. Sospir,
premette due volte il pulsante del campanello, la serratura scatt, il portone si apr.
Nel corridoio deserto imperava l'odore di cera per pavimenti, quella che le perpetue sanno
stendere alla perfezione. Alle pareti qualche immagine di raccapricciante ingenuit, qualche poster
sulle missioni, qualche mensola con vasetti e centrini di quel gusto infantile che hanno certe suore, o
donne anziane, quando, per avventura, devono occuparsi di comunit maschili.
Maddalena avanz di un paio di passi, super una porta chiusa alla sua destra e poi un'altra
ancora. Prima che raggiungesse la terza questa si apr: ne usc un uomo che non dimostrava pi di
venticinque anni, piuttosto alto, vestito di grigio. Nel vederla fece un sorriso che non poteva definirsi di
circostanza, ma nemmeno di entusiasmo.
 Lei  la madre di Luigi Ippolito, la stavamo aspettando,  disse. Maddalena accenn col capo.
 Dia pure a me,  intim il giovane uomo con una dolcezza nervosa afferrando la piccola valigia.
Maddalena lasci fare: era stanca e aveva freddo, nonostante il tepore diffuso nell'ambiente.  Al
momento Luigi Ippolito  di turno con i ragazzi, ma arriver tra poco,  la inform con la gentilezza
sussiegosa di chi ha fretta di concludere per tornare alle proprie faccende.
Maddalena impost un sorriso. L'uomo non ricambi, ma la precedette in un salottino modesto
con poltrone in pelle marrone, tumefatte, sopra le quali, all'altezza della spalliera, erano stati appoggiati
pizzi a uncinetto multicolori, grossolani, di quelli fatti con i rimasugli di lana. Pos il bagaglio di
Maddalena su una sedia e si blocc, quasi stesse attendendo la mancia.  Adesso arriva,  disse invece,
dopo aver guardato l'orologio al polso, e si rimise sull'attenti, le mani incrociate dietro al sedere come
se il suo compito fosse quello di scortarla e farle la guardia fino all'arrivo del figlio.
 Abbiamo saputo,  sussurr l'uomo a un certo punto.  Sono cose brutte, ma il Signore ci
aiuta a superarle,  assicur.
Maddalena lo guard bene per la prima volta: era un ragazzone veramente alto, ben fatto, molto
curato.  E che cosa avete saputo?  gli chiese all'improvviso.
 Luigi Ippolito ci ha detto del pap... S insomma... Della disgrazia...  arranc l'uomo.
 Lei  un prete?  incalz Maddalena.
 Frequento il noviziato. Sto finendo il mio percorso... Se Cristo mi vorr accogliere lo sar
presto. Tutti pensano che siamo noi a decidere, ma la decisione spetta solo a Lui.
 A Cristo?  chiese Maddalena per essere sicura di aver capito.
 A Cristo,  conferm il novizio.
Segu un silenzio colmo di rumori. Maddalena not solo allora che quella stanza assomigliava
in tutto a quello che Marianna Chironi, buonanima, avrebbe chiamato tinello: non salotto, non
cucina, non studio, non anticamera. Una cosa che  in quanto non , insomma. Da dove veniva lei gran
parte della modernit si era insinuata nelle case attraverso il tinello, che era il motivo principale per cui
i mobili pregiati erano stati dati via per pochi spiccioli o riciclati in legna da ardere. Ed era stato proprio
da quello spazio che la televisione aveva preso possesso degli ambienti. Anche in quel tinello
campeggiava un apparecchio televisivo, antiquato, spento da sempre, addobbato con gli stessi pizzi
delle poltrone, ma pi piccoli, sormontato da un vasetto con due garofani finti.
Dopo qualche minuto d'attesa senza che nulla accadesse, Maddalena decise di sedersi. Tra la
poltrona e la sedia scelse la seconda. L'uomo approv con un abbozzo di sorriso, come a dire che
mettersi comoda era proprio la decisione giusta.
 Cos Luigi Ippolito vi ha detto della disgrazia,  disse di punto in bianco Maddalena.
Enfatizzata da quella donna, la notizia pareva piuttosto una delazione.  Era impossibile non
capire quanto fosse colpito, a volte le parole non occorrono,  dribbl il novizio.
 Immagino,  approv Maddalena, ma con una decisa punta di sarcasmo.
 Luigi Ippolito ha pregato molto,  assicur lui.
 Certo,  logico. Voglio dire, qui si prega no?
Il novizio s'irrigid.  S, proprio cos: qui si prega,  rispose come se avesse deciso di mettere
da parte i convenevoli per accettare la sfida.  Qualche volta si prega anche per chi non lo fa, 
aggiunse.
Maddalena lo guard: il viso perfettamente sbarbato, il taglio dei capelli impeccabile, gli occhi
di un verde autunnale, gli zigomi alti, il collo sottile.  Lei  un bell'uomo,  constat a voce alta, ma
senza riuscire a nascondere che voleva dire troppo bello per conservarsi in questa vita di castit. Cos
come capita ai clienti di certe prostitute a cui scappa di dire sei troppo bella per questa vita.
L'uomo allarg le braccia per sottolineare che quell'aspetto non l'aveva certo scelto lui.  Luigi
Ippolito non dovrebbe tardare ormai,  inform.
Non tard. Arriv leggermente trafelato. Fece qualche passo verso la madre senza che
quell'avanzare significasse un abbraccio o una stretta. Cos fu lei ad afferrarlo per il viso e portarselo al
seno per baciargli la fronte. L'altro si conged sbrigativamente per lasciarli soli.
 Hai conosciuto Alessandro,  disse lui per dare una ragione pratica al fatto che si era
svincolato dalla stretta materna.
Maddalena fece un gesto generico.  Ti trovo bene,  osserv con una malcelata delusione,
come se si aspettasse di trovarlo deperito, o sciupato.
 Sto bene infatti,  conferm Luigi Ippolito.
Maddalena riflett sul fatto che, se non fosse stato per qualche centimetro in meno, si sarebbe
detto una copia del novizio che, ora aveva imparato, si chiamava Alessandro.  Hai tagliato i capelli e
hai messo su peso, stai bene,  ribad.
Il figlio fece un cenno di approvazione.
La brutta stanza, i centrini multicolori, alcuni calendari con cani e gatti, le poltrone obese come
veneri fenicie e persino il vasetto con i garofani di plastica parevano spiarli.
 Tutti qui dicono che sembri mia sorella,  disse a un certo punto Luigi Ippolito, preoccupato
del silenzio che si stava creando fra loro.
 Tutti chi?  Era sorpresa di essere stata vista senza che lei avesse notato nessuno, a eccezione
del giovanotto che l'aveva accolta.
 Tutti gli altri,  chiar il figlio, come se fosse una risposta sufficiente.
 Io non ho visto nessuno . Nel tono di Maddalena si stava insinuando un certo fastidio: lei
non era donna da accettare situazioni di cui non aveva l'assoluto controllo.
 Ma loro hanno visto te,  chiuse Luigi Ippolito quasi che non ci fosse niente di pi da dire che
quello.
 Dobbiamo rimanere qui?  chiese allora Maddalena.  Voglio vedere dove stai. Dove vivi tu,
intendo.
Quel che intendeva era chiaro.  Non  niente di che,  gliss Luigi Ippolito.
 Fa lo stesso,  insistette lei col ritmo secco di quando voleva comunicare al figlio che, per
quanto fosse nato per resisterle, tuttavia non ce l'avrebbe fatta.
 Un letto singolo, una scrivania, un armadio. Cosa vuoi vedere?  chiese lui sciorinando
quell'elenco atroce e banale.
 Un letto singolo, una scrivania, un armadio,  ripet lei pedantemente, tentando addirittura di
replicare l'inflessione del figlio.
 Avevo pensato di portarti fuori per cena,  tagli corto lui.
 Ed  permesso?  Non era pensabile che lei avesse fatto quella domanda con sarcasmo.
Luigi Ippolito si rifiut di pensarlo.  Possiamo uscire,  conferm.
 Ma la tua camera non vuoi farmela vedere. Cosa sarebbe questo, un parlatorio?  aggiunse
facendo un gesto che doveva comprendere tutta la stanza.
 Non ci ho mai pensato,  confess Luigi Ippolito guardandosi intorno,  ci sono venuto
raramente a dirla tutta.
 Poche visite vuoi dire.
 Voglio dire quello che ho detto, mamma . A giudicare da quanto Luigi Ippolito stringeva le
labbra, la tattica di Maddalena, anticipare e ritirarsi, cominciava a dare i suoi frutti. L'aveva fatto fin da
bambino, di stringere le labbra in quel modo tutte le volte che cercava di mantenere il controllo. Tutte
le volte che doveva ingoiare un diniego o un rimprovero. Tutte le volte che qualche cosa non andava
come lui aveva previsto. Era stato un bambino difficile.
 Non voglio rimanere qui,  sbott Maddalena.  Dovevi portarmi a cena, no?
 S . Ecco che lo sguardo di Luigi Ippolito si fece immobile come quel gennaio feroce che
mordeva le montagne e le frantumava quasi fossero schegge di cioccolato.
 Dovr passare alla pensione prima...  disse lei. Fuori dalle finestre si era fatto scuro.
Un'oscurit imperscrutabile, estranea, ostile.  Ho l'impressione di esserti di peso,  confess dopo una
breve pausa.
Luigi Ippolito s'invent un sorriso che peggior le cose piuttosto che migliorarle, ma non
rispose.
 Non dici niente?  chiese Maddalena come se lo implorasse di contraddirla.
 Che cosa devo rispondere? Come disse babbo: a paragulas maccas uricras surdas,  scand in
un sardo lineare, scolastico, quasi per buttarla in scherzo.
 Sulle orecchie sorde tu sei sempre stato un campione. E io, probabilmente, lo sono stata per
le parole sciocche.
 Scherzavo,  stemper Luigi Ippolito.  Non accetti pi una battuta?
 No no, figurati...  concluse Maddalena abbottonandosi per uscire.
Luigi Ippolito la precedette nell'andito, poco prima del portone d'ingresso afferr una giacca
imbottita blu da un attaccapanni.
Il gelo se li divor in pochi secondi. E non erano le sei del pomeriggio. Passarono alla pensione
dove Maddalena pot lasciare la valigia e accettare una sciarpa di lana che la padrona le offr.
 Hai fame?  chiese Luigi Ippolito quando furono finalmente seduti uno di fronte all'altra al
tavolino da due della trattoria che, forse non a caso, si chiamava Osteria del Prete.  Qui fanno roba
semplice e buona. Di cosa hai voglia?  incalz.
Maddalena cercava di non dimostrare l'impaccio che l'attanagliava, a lei di mangiare fuori casa
non era mai piaciuto. Era una di quelle che considerava il cibo alla stregua dell'igiene, qualcosa di
estremamente intimo. Tuttavia le scapp un sorriso pensando a quelle volte in cui suo marito aveva
cercato di convincerla ad andare fuori a pranzo o a cena.  Ci volevi tu per farmi andare al ristorante.
 Ristorante  una parola grossa,  smuss Luigi Ippolito.  Il cibo  ottimo e i prezzi sono
competitivi.
 Come sono i prezzi?  chiese lei prendendolo un po' in giro.
 Competitivi,  ripet lui, prima di rendersi conto che la madre lo stava provocando.
Risero insieme. Come quella volta, molti anni prima, quando avevano organizzato quello
scherzo a nonno Giuseppe, che tutti chiamavano Peppino, in cui Luigi Ippolito doveva fingere di essere
stato lasciato solo in casa... Che ridere vedere con quale furia era corso a raggiungere il nipote
nonostante stesse sempre l a lamentarsi che gli facevano male le ossa... Che ridere guardarlo correre
goffo, ma pericolosissimo, come un grosso cinghiale infastidito. E questo faceva pensare che c'era stata
una stagione, breve, in cui madre e figlio erano stati complici. E poi costringeva a constatare quanto
presto quella complicit fosse finita.
All'Osteria del Prete facevano i dolci di castagne e Luigi Ippolito sapeva quanto piacessero alla
madre: l'aveva portata l apposta. Apposta aveva affrontato un tragitto pi lungo nonostante il freddo.
Cos Maddalena pot gustare i migliori marroni canditi che avesse mai mangiato. Qualche volta si dice
molto scegliendo una trattoria piuttosto che un'altra.
 Lo sai che volevo tornare, vero? Per il funerale . Ora era palese che Luigi Ippolito aveva
atteso il momento perfetto per dire quanto gli premeva di dire dal primo istante in cui si era presentato
davanti alla madre.
 Ma non l'hai fatto,  osserv lei pulendosi l'angolo della bocca da un frammento di dolce.
Poteva aspettarsi ogni cosa da quella creatura che era stata generata nel suo grembo, e che ora pareva
voler sancire ogni possibile estraneit rispetto a lei. Quella che i figli chiamano crescita, le madri la
chiamano, nel segreto di se stesse, abbandono.
 No,  evidente che non l'ho fatto, a un certo punto non me la sono sentita . Improvvisamente
fu chiaro a tutti e due che il loro volersi bene si era trasformato in una guerra di posizione. Cos,
mentre ancora Luigi Ippolito si sforzava di sembrare qualcuno che non avesse niente di cui
giustificarsi, gli venne in mente di quella volta in cui Domenico, suo padre, gli aveva detto: Tu non
hai nessuna piet. E gliel'aveva detto come se stesse parlando con un uomo fatto, non con un bambino
di nove anni. Non aveva piet, questo era certo: se ne avesse avuta, non sarebbe mai stato capace di
affrontare quanto gli stava capitando.
 S, cio:  evidente...  lo interruppe la madre, che aveva ascoltato ognuno dei suoi pensieri.
 ... Avevo pianificato tutto... Ma sai come si dice qui?
 No, come si dice?
 Se vuoi far ridere il Signore raccontagli i tuoi piani.
Maddalena, per quel figlio, aveva chiesto un miracolo. Aveva chiesto, nello specifico, che
smettesse di essere tanto ostile. E, se anche pensava di conoscere bene l'origine di quell'ostilit,
tuttavia fingeva che si trattasse solamente del fatto che come i figli non possono scegliere i genitori,
cos i genitori non possono scegliere i figli. Lei aveva bene in mente l'istante esatto in cui si era capito,
oltre ogni possibile dubbio, che con Luigi Ippolito sarebbe stato un combattimento costante. Era stato il
travaglio stesso a farglielo pensare, perch dalla rottura delle acque alla nascita erano passate dodici
ore. Ed erano state dodici ore di lotta pura, come una trattativa violenta tra Stati canaglie, colma di
minacce e rettifiche, fatta di ricatti e ripensamenti. E quando alla fine quella creatura era stata costretta
a venir fuori, e Maddalena ebbe potuto guardarla, il figlio aveva fatto in modo che la madre capisse
tutto. Si era trattato di uno sguardo terribile, di profondo livore. La bocca di lui si era serrata contro il
capezzolo, fuori da ogni istinto. Nel caso della nascita di Luigi Ippolito, la parola travaglio aveva avuto
un senso pieno. E Maddalena aveva dovuto ammettere dentro di s, che con quel figlio ogni singola
parola avrebbe avuto, da quel momento in poi, un senso pieno.
 Non mi chiedi nemmeno perch sono venuta fin qui,  consider mentre se ne tornavano
verso la pensione. Per una stranezza atmosferica, ora che era calata la notte, pareva fosse diminuito il
freddo.
 Sapevo che bastava aspettare,  rispose Luigi Ippolito.
 Ho riflettuto parecchio dopo la morte di... Domenico,  poi le scapp da ridere, perch
anzich dire tuo padre aveva optato all'ultimo secondo per Domenico.
A Luigi Ippolito non era certo sfuggita quell'incertezza.  Babbo,  puntualizz. Maddalena
stette in silenzio finch suo figlio non riprese:  Hai riflettuto parecchio...
Maddalena accenn col capo.  Ma tu te lo sei mai chiesto perch ti chiami Luigi Ippolito? 
domand a bruciapelo.
Lui prese qualche secondo:  Amici cari, la famiglia Chironi,  tent.
 S, certo,  conferm Maddalena.
 Ma questo che c'entra?
Le luci del paese vibrarono nell'oscurit rocciosa della valle.
Maddalena si sistem meglio la sciarpa di lana sulla nuca. Se ne andavano per le strade deserte
come fidanzatini, lei al braccio di lui. La madre col suo abbigliamento inadeguato e la sciarpa in
prestito, il figlio con addosso volumi grigi e blu, inappuntabili.
 Certo che per essere futuri preti, all'aspetto sembra che ci teniate parecchio...  butt l
lasciando che la riflessione precedente prendesse la sua strada.
 L'ordine non tiene all'aspetto pi di quanto ci tenessi tu con me, mamma. Da quel punto di
vista, per quanto mi riguarda,  cambiato poco e niente . La risposta di Luigi Ippolito aveva un sapore
affettuoso, ma distante.
A Maddalena quella distanza fece male.  Non  colpa mia vero?  chiese.
Luigi Ippolito, che aveva capito benissimo quella domanda apparentemente incongrua, si
blocc per poterla guardare negli occhi.  Tu sarai la prima persona a cui dovr chiedere perdono, 
scand.
Ripresero a camminare.
 Durante il funerale tutti mi chiedevano di te, lo sai come succede a Noro... Qualcuno ha
persino pensato che ci fossero delle questioni fra noi.
 Figurati se non lo capisco,  approv Luigi Ippolito badando a non perdere il vicolo che
bisognava imboccare per raggiungere la pensione dove la madre era alloggiata.  Ma tu hai lasciato
correre spero, in questi casi spiegare troppo o nulla sono la stessa cosa.
 Eh, figlio mio, lo sai come sono fatta... Qualche rispostina se la sono presa...
 A me interessa che l'abbia capito tu perch non sono venuto. Ho pregato perch tu lo capissi!
Maddalena replic con un gesto delle spalle. Il che era un modo di mentire, senza
necessariamente mentire. Un sistema per dire che lei poteva capire solo in quanto madre; solo in quanto
persona che l'aveva amato, e che lo amava, di pi al mondo. Si rese conto che era diventata madre
troppo presto, ma anche del fatto che quella precocit le aveva donato pi tempo per sperare che quel
figlio fuggiasco tornasse da lei.
 Sali un attimo. C' qualcosa che vorrei farti vedere,  gli disse quando furono arrivati
all'ingresso della pensione.
Luigi Ippolito ingoi una boccata di gelo, poi scosse la testa.  Domani. Hai bisogno di
riposare. Ne abbiamo bisogno tutti e due,  rispose come se avesse a che fare con uno dei ragazzi di cui
faceva il custode in seminario.
E Maddalena cap che sarebbe stato del tutto inutile cercare di colmare la distanza che quel
rifiuto semplice, quasi dimesso, aveva generato fra di loro.  Va bene anche domani,  concili
badando a non apparire in alcun modo delusa.  Quando ti liberi mi trovi qui.
 I dintorni sono molto belli,  disse lui,  comunque per mezzogiorno ti vengo a prendere, ho
promesso al Padre Rettore di portarti a pranzo da noi verso le tredici, cos mi fai vedere quello che
vuoi...
 Non vorrei farti perdere tempo.
 No, certo, che dici?  abbozz lui, ma con una totale assenza di energia, quasi che la frase
appena pronunciata non fosse nient'altro che la copia di una copia.
 Ho capito,  fece lei, sbrigativa.
 Tutto bene?  chiese Luigi Ippolito.
 Tutto bene,  ripet la madre, come le accadeva ogni volta che non voleva denunciare il
fastidio che la mordeva.  Allora vado,  disse facendo un passo verso il figlio. Luigi Ippolito, colto di
sorpresa da quello che consider un tentativo di abbraccio, fece per indietreggiare, consigliato
dall'istinto. Maddalena trasform quell'abbraccio abortito in un saluto goffo, come quello di chi fa un
cenno a qualcuno che sta su un treno in movimento.
Luigi Ippolito non si mosse finch non la vide scomparire oltre la prima rampa di scale. Poi si
avvi verso il seminario.
La notte si fece sapida, un gelo acido gli asciug il palato. Aveva affrontato l'indicibile, aveva
superato se stesso. Luigi Ippolito si accorse di sudare, e poi si rese conto che per tutta la sera non era
mai riuscito a rilassare le spalle. Controllo, sussurr, come quando da bambino aveva dovuto
constatare fino a che punto fosse difficile stabilire se si sceglie o si  scelti. Senza saperlo allora si era
detto: Controllo, controllo..., e poi: Sono qui, se mi vuole mi prenda... La presenza della madre
gli aveva dato coscienza di quanta forza era servita per raggiungere quella forma di tenace
arrendevolezza. I suoni del mondo, vagando nel catino generato dalle montagne, erano nelle sue tempie
archi tesi, frinii di meccanismi in moto, scatti di molle oliate: quella notte non era affatto silenziosa,
nonostante in apparenza niente si muovesse. E il gelo non era nient'altro che una campana di cristallo
su un vecchio orologio decorato. Ora il punto era non ricadere nel gorgo delle rimostranze, accettare il
proprio destino di ferocia. Tu non hai nessuna piet, gli aveva detto suo padre.
Io ho sempre ignorato la piet. Fin da quando mi ricordo. Tutto quello che sono, tutto quello
che sono diventato, credo dipenda da questa verit assoluta: ho sempre, sempre, ignorato la piet.
Quella nei confronti dei miei genitori, ma anche quella nei confronti di me stesso. Per il resto c' poco
da dire: coltivo il dubbio, mi dimeno  senza darlo a vedere  dentro al fango delle mie ossessioni. Per
esempio l'ossessione della bont, e l'idea che alla fin fine sia pi utile per chi la esercita che per chi la
riceve. Non  superba la bont? Supponente? Se fosse un sentimento normale perch avrebbero
inventato i Santi? Che poi non sarebbero nient'altro che i professionisti, i campioni, quelli talmente
superbi nell'esercizio dell'altruismo da annullare se stessi, e quindi innalzarsi attraverso gli altari fino
all'alto dei cieli. Del resto Lui che piet ha avuto quando mi ha abbandonato nel delirio di me stesso?
Avevo forse nove, forse dieci anni, e c'era un cielo da impazzire e dappertutto, stordente, il profumo
delle ginestre spinose.Che piet quando, d'improvviso, mi ritrovai al centro del vortice, di quelli di cui
si racconta nelle agiografie tutte le volte che il divino si manifesta? Oh, ero innocente, cos aprii le
braccia per offrire la mia carne molle al fendente.
Luigi Ippolito scand queste parole rivolto al niente resistente del selciato sotto i suoi piedi,
come se parlare con se stesso a capo chino significasse arrendersi a ogni evidenza, tentare un ennesimo
esercizio di umiliazione per sanare l'immensa superbia che era occorsa, solo undici anni prima, per
raccontare ai genitori che cosa gli era capitato, o cosa credeva che gli fosse capitato.
Quel giorno, a casa, a tavola, si era sentito parlare con una lingua sconosciuta, come ispirato
dalla fiamma della Pentecoste; aveva descritto con dovizia di particolari cose che non avrebbe dovuto
conoscere. E aveva raccontato di lui, del cielo, del profumo, del fendente. In quel preciso mezzogiorno
ogni suono si era interrotto: il tempo scandito dalla pendola, lo sgocciolio del rubinetto, il frinire delle
cicale, il respiro di sua madre.
Il padre lo aveva ascoltato senza fiatare, aspettando che finisse, poi aveva taciuto a lungo. Tu
non hai nessuna piet, aveva detto infine.
Dentro al budello tiepido del corridoio che lo conduceva alla sua stanza gli parve di star meglio.
Senza una ragione precisa, l'odore invadente di cavolo stufato, proveniente dal refettorio, lo rese
allegro. Una volta nella sua stanza corse a sdraiarsi sul letto senza neanche svestirsi, senza neanche
sfilarsi le scarpe. Come un morto pronto da inumare.
Il mattino dopo si avvi verso la pensione, mancavano dieci minuti a mezzogiorno. La giornata
era bellissima, smaltata e netta. Niente pareva lasciato al caso: punte e spigoli, tetti e antenne, grondaie
e comignoli, apici d'abete e cime imbiancate. Come in una tavola fiamminga l'acuto sovrastava
qualunque possibile rotondit. E pareva consigliasse di mirare in alto verso il turchese compatto del
cielo, senza un sole che potesse sbiadirlo, n un volo d'uccello che potesse macchiarlo.
Ma giunto a destinazione scopr che Maddalena era partita qualche ora prima, col pullman per
Torino. Alla padrona della pensione sua madre aveva lasciato un plico con la preghiera di darglielo
appena si fosse presentato, cosa che l'anziana signora fece con solerzia. Luigi Ippolito afferr la busta
spessa che gli veniva consegnata come se si trattasse di qualcosa di estremamente pericoloso.
Tenendola stretta al petto si affrett a rifare a ritroso la strada verso il seminario. Finch, raggiunta la
sua stanza, pot vederne il contenuto: erano fogli in parte scritti a mano in parte battuti a macchina.
Parte I
Prima
L'Antico dei Giorni
Noro, febbraio 1979.
Solo un istante dopo sembr tutto impossibile. Cristian balz a sedere sul letto come se
l'orgasmo appena consumato, anzich rallentarlo, l'avesse reso pi energico. Maddalena lo osserv
mentre cercava di afferrare le mutande abbandonate sul tappeto e poi le indossava come se, in quel
momento, non gli interessasse altro che di mettere fine alla sua nudit. Con la biancheria addosso,
infatti, sembr calmarsi.
 Non possiamo fargli questo,  disse Cristian all'improvviso.
 Peccato che ti venga in mente sempre dopo e mai prima,  rispose lei, senza nemmeno tanta
enfasi.
 Domenico  un fratello per me,  continu lui,  non  una cosa fatta bene.
Stettero in silenzio, era uno di quei momenti in cui Maddalena aveva una precisa competenza di
quanto Cristian avesse bisogno di lei. Lo sent pensare, lacerarsi nel dubbio se alzarsi e scappare,
oppure restare. E poi risolversi a non fare assolutamente nulla. A Maddalena piaceva lasciarlo cos,
debole, esposto come un serpente che ha appena fatto la muta. Seduto sul letto le dava le spalle. Aveva
la pelle del colore dell'argilla ben cotta, un piccolo neo sporgente poco sotto la vertebra del collo, la
nuca spaziosa. Lei sapeva benissimo quanto fosse suo ogni millimetro di quella pelle, perch per
quell'uomo nutriva qualcosa che non era semplicemente attrazione, o amore: era fame. Ecco, se alla
fine di quel pomeriggio clandestino, col grigio acciaio che sferzava gli alberi nudi fuori dalle finestre,
le avessero chiesto cosa provava per Cristian, non avrebbe avuto dubbi a rispondere: fame. E per
quell'altro? Per Domenico? Affetto. Affetto avrebbe detto.
 E allora parlaci con questo fratello,  disse Maddalena allungando la mano per accarezzare la
schiena di Cristian.
Lui ebbe un brivido, ma si guard bene dal sottrarsi.  E che cosa gli dico? Che cosa gli dico? 
ripet.   tutto pronto, lo sai anche tu.
Maddalena, senza preoccuparsi che lui non potesse vederla, accenn con la testa:  Insomma, 
sbott,  non vuoi che gli parli io, ma non vuoi farlo neanche tu. Cos  meglio secondo te?
 Non  facile,  prov lui con la coscienza di dire qualcosa di assolutamente scontato. 
Domenico ti vuole bene...
 S,  ammise Maddalena,  con Domenico ci siamo voluti bene, ma le cose sono cambiate...
No?
Cristian si prese la testa tra le mani.  Maddal,  disse a un certo punto.  Se fosse capitata a
me, una cosa del genere...  e non fin la frase.
 E allora lasciamo stare le cose come le abbiamo trovate,  tagli lei.
 Non volevo dire quello,  si confuse lui.  Voglio dire,  tutto pronto: festa di fidanzamento e
tutto... come si fa?
 Si fa che bisogna parlargli prima, cos si fa,  disse, definitiva, Maddalena. Poi tacque di
colpo e si alz in piedi, a raggiungere la finestra. Indirizz lo sguardo verso l'esterno, oltre i vetri
appannati, dove un inverno crudele stava affilando i rasoi, ma con la coda dell'occhio non perse di vista
la schiena nuda di Cristian, compatta e forte come la corazza di cuoio di un legionario, e il suo
movimento lento di mantice.
L'altro, dentro di s, si ostinava a reclamare l'innocenza, ma l'innocenza era finita gi prima
che toccasse quella donna per la prima volta. L'innocenza era finita nell'istante esatto in cui aveva solo
pensato di poterla toccare.  Va bene, gli parlo,  disse al pavimento davanti a s.  Prima che si metta
in viaggio per Carrara gli parlo.
 Davvero?  chiese Maddalena ritornando verso di lui.
 Davvero,  rafforz Cristian.  Abbiamo una partita di marmo da contrattare per un
cantiere... Gli parlo prima.
 E io che devo fare?
 Pochi giorni,  rispose Cristian voltandosi per la prima volta,  e poi si vede . Avrebbe
voluto avere la forza di spostare, o quantomeno bloccare, la mano di lei che aveva preso ad
accarezzargli il petto, ma cap che quella forza non ce l'aveva. Niente di s, del suo corpo, gli era
sembrato cos giusto da quando l'aveva imparato a guardare con gli occhi di lei. Lo sterno leggermente
sporgente, carenato aveva detto il pediatra; la peluria rossiccia accumulata nel centro del torace,
come una piccola oasi; la rotondit adolescenziale della pancia, asciutta, ma non piatta; l'ombelico
profondo come una minuscola voragine carsica. Se a lei tutto questo piaceva, e Maddalena giurava che
le piaceva, allora doveva essere assolutamente giusto. Qualche volta pensava che l'amore non fosse
nient'altro che sentirsi belli. E questo era un sentimento che Cristian non aveva mai provato, neanche
quando gli pareva di essere stato innamorato in passato. La prospettiva di parlare con Domenico, e di
parlargli del fatto che era successo, stava succedendo, qualcosa fra lui e la sua futura fidanzata
ufficiale, rendeva ansiosa la serenit che pensava di meritarsi dopo essersi sentito finalmente giusto,
bello, perfetto.
Non  facile stabilire per quanto tempo una passione possa covare prima che, da inespressa,
passi all'essere, decisamente, espressa. Cristian e Maddalena si conoscevano da sempre, ed  probabile
che qualcosa dovesse nascere tra loro fin dall'adolescenza appena trascorsa. Lui era orfano di padre,
seppure di una famiglia piuttosto abbiente, e, quando comp i diciotto anni, perse anche la madre
Cecilia, consumata da un brutto male. Cos, quella stagione in cui la loro attrazione reciproca si sarebbe
potuta concretizzare, fu consumata da lui a fronteggiare il congedo lentissimo e straziante della madre e
da lei a fronteggiare l'insistenza di Domenico Guiso, parente in pectore di Cristian, pi vecchio di lui di
due anni.
Per quanto tutti lo pensassero Cristian e Domenico non erano parenti. E questo nonostante
Cristian chiamasse zio Mimmu il padre di Domenico, Giovannimaria. Perch la loro era una specie
di parentela acquisita fin da quando, nel '43, il padre di Cristian, Vincenzo Chironi, era arrivato in
Sardegna dal Friuli. Era stato Mimmu, infatti, il primo, e pi importante, amico che Vincenzo avesse
avuto a Noro. Nel dicembre del '59, la notte della vigilia, quando era successo il fattaccio del suicidio
di Vincenzo, era stato proprio Mimmu a trovarlo appeso nel capannone della sua azienda. Vincenzo
Chironi si era congedato volontariamente da questo mondo senza una lettera e senza motivo. E senza
sapere che sua moglie, Cecilia, era rimasta incinta.
Famiglia sfortunata questi Chironi, ma per Mimmu erano stati pi che parenti veri. Quando era
nato Domenico, nel '58, aveva voluto che fossero i Chironi a battezzarlo. Anche se, in cuor suo, sapeva
di fargli un torto insieme all'onore: Vincenzo e Cecilia infatti, per quanto tentassero, non erano riusciti
a mettere al mondo una progenie. Tuttavia il destino, che si diverte sempre, aveva visto bene di
farglielo arrivare, questo figlio ai Chironi, Cristian appunto, nove mesi esatti dopo che Vincenzo era
stato sepolto. Cos Mimmu era diventato lo zio di Cristian e Domenico suo fratello. Che da un
punto di vista della linea parentale genetica non ha nessun valore, n senso, ma, da quello della linea
parentale affettiva,  quanto basta per dare senso a una vita intera.
Dopo la morte di Vincenzo gli eredi Chironi, Cristian, Cecilia e l'anziana Marianna, si erano
accordati proprio con Mimmu Guiso per una forma di tutela del patrimonio in cui lui entrava a far
parte come socio minoritario dell'azienda e si impegnava a mantenerla salda e soprattutto a lasciarla
integra per la generazione successiva. Un accordo conveniente per entrambi, perch i Guiso
incrementavano, a costo zero, il loro giro d'affari, e i Chironi affidavano i propri beni a una persona di
famiglia.
Per prima di firmare qualunque tipo di delega Marianna si era presa tempo per leggere ogni
singola riga del complicatissimo documento. Lei apparteneva all'altro mondo, a un universo in cui
avere troppe cose scritte significa non fidarsi piuttosto che il contrario. E dunque, non fidarsi per non
fidarsi, aveva chiesto il tempo necessario per esaminare ogni singolo accordo, ogni singola postilla.
Tanto che Mimmu si era risentito. Ma lei non si curava di risentimenti: aveva sepolto gran parte, se
non quasi tutta, la sua famiglia. Aveva visto speranze nascere, disseccarsi, rigermogliare e poi,
definitivamente, perire, nel corso ostinato della sua vita. Figurarsi se adesso un risentimento, tutto
formale, poteva colpirla. A Cristian ripeteva che era un Chironi, solo questo. Esattamente come
ripeteva a Mimmu che una cosa sono i Chironi e una cosa i Guiso. Cos, davanti al notaio, per non
saper n leggere n scrivere, aveva detto che in linea di massima l'accordo poteva andare bene, ma che
lei, per la parte Chironi, sentiva il dovere di prendersi il tempo per leggere tutto. E Mimmu aveva
allargato le braccia come a dire che, quando uno nasce pesce, in carne non lo trasformi proprio.
Va bene: in tutto questo tra Cristian e Domenico si era instaurata una forma di fratellanza che,
spesso, i fratelli veri non hanno. Avevano due anni di differenza ed erano differenti anch'essi. Lungo e
magro il primo, corpulento e massiccio il secondo. Il primo tendente al chiaro, quel seme biondastro
Chironi che ritornava a tratti; l'altro scurissimo di capelli e di occhi, pchidu, come si diceva a Noro.
A sei anni, quando fu iscritto alla prima elementare Domenico pianse e Cristian pure, perch
quella fase gli parve come una frattura insanabile della loro vita insieme. Cecilia, la madre di Cristian,
conosceva quel figlio per altri versi, e s'ingegn di spiegargli che bastava aspettare di crescere, perch,
nella vita, quanto pi si cresce tanto pi sembrano brevi le attese. E anzi aggiunse che sarebbe arrivata
una stagione in cui avrebbe avuto nostalgia di quelle attese. Cecilia non si aspettava certo che il figlio
credesse alle sue parole. Tuttavia, tempo dopo, in una camera singola dell'ospedale oncologico di
Cagliari, dove sembrava pi preso dalla novit della televisione a colori che dall'assistenza alla madre
morente, Cristian, ormai diciottenne, si era trovato a dover ammettere che, quel concetto tanto
semplice, per la prima volta, gli era assolutamente palmare. Perch in quel preciso momento, davanti a
uno schermo televisivo dove si trasmetteva un documentario sul Caravaggio nella Cappella Contarelli a
Roma, i due anni passati ad attendere risultati di trasfusioni e chemioterapie, gli sembrarono volati via.
Solo in seguito, nel ricordo, gli sarebbero apparsi, al contrario, infiniti. Era come se ai suoi diciotto anni
ci fosse giunto senza la possibilit di aspettare un secondo, nell'urgenza genetica del felino, spinto dalla
fame, che deve a tutti i costi seguire la preda senza chiedersi niente.
Qui entra in gioco la faccenda di Maddalena, che a Cristian era sempre piaciuta, ma anche a
Domenico. E loro due, l'un l'altro, si erano sempre detti tutto, ma non quello. Non cio che, a un certo
punto, senza volerlo, nutrivano interesse per la stessa ragazza. Erano abbastanza intelligenti, uno aveva
appena compiuto i quindici anni, l'altro diciassette, per capire che quando ci s'infila nella retorica
dell'amicizia virile frantumata dall'ingresso di una donna, si abbandona la vita vera e si rischia la
letteratura. Cos accadde che Domenico si dichiar per primo, e lei, perlomeno in apparenza, non
rispose di no. Si era fatto avanti con quella che a Maddalena sembr poca convinzione, pi che troppa
timidezza. Cos ne venne fuori una specie di discorso vago, fumoso, come quell'evaporazione che i
distillatori chiamano percentuale dell'angelo, sarebbe a dire il due, massimo tre per cento, di
prodotto che se ne va in fumo nella fase di fermentazione. In ogni caso, di questo suo interesse per
Maddalena, e dell'abboccamento mal riuscito, Domenico, con Cristian, non ne aveva parlato.
Era perfettamente al centro fra i due Maddalena, pi giovane di un anno di Domenico, pi
grande di un anno di Cristian. E quest'ultimo aveva dalla sua che era intraprendente suo malgrado. Era
cio di quegli uomini che non hanno bisogno di troppi preamboli, di troppi discorsi. Di quegli uomini
che, a certe donne particolarmente intuitive, e Maddalena era una di queste, facevano l'effetto di
parlare anche quando tacevano. Dal padre Vincenzo aveva preso la complessione strigile, e dalla madre
Cecilia gli occhi di un colore indefinibile tra il grigio e il verde. Ma, assicurava la zia Marianna, dal
prozio Gavino  fratello di suo nonno Luigi Ippolito  aveva preso il colore ambrato dei capelli e della
peluria. Lui, Cristian, era di quei Chironi particolarmente riusciti. Perci, non sapendo che Domenico si
era gi dichiarato, il primo a dare un vero appuntamento a Maddalena fu lui.
Non si conosce qualcuno veramente finch non lo si pu paragonare a se stessi. E quel
pomeriggio, che non sarebbe mancato molto al passaggio dai quindici ai sedici anni, Cristian cap che a
Domenico avrebbe anche potuto mentire. Perch alla domanda su cosa avesse da fare gli rispose che
doveva recuperare qualche materia prima delle interrogazioni di fine quadrimestre. Cristian aveva
omesso di riferirgli che quella mattina, nei corridoi della scuola, con un tempismo meravigliosamente
inconsapevole, poco prima che si estinguesse l'ora di ricreazione, aveva chiesto un appuntamento per il
pomeriggio a Maddalena, e lei, semplicemente, ma con la leggera ansia di arrivare puntuale in classe,
gli aveva risposto di s.
Perci si era trattenuto fuori dopo la scuola, in un angolo preciso dei giardinetti poco curati che
si trovavano proprio nel retro dell'istituto, e lei l'aveva raggiunto sulla panchina senza nemmeno
prendersi il diritto di accumulare un minimo di ritardo.
Gli si era seduta a fianco ed era rimasta a guardare davanti a s un piccolo platano che
agonizzava privo d'acqua. E cos le era venuto da dire che occorreva qualcuno che si prendesse a cuore
la vita di quelle piante. E lui, Cristian, aveva accennato che s, che era incredibile mantenere un
giardino pubblico in quello stato.
Poi per un po' non si erano detti nulla, ma nessuno dei due aveva sentito il dovere di rivendicare
la necessit di dirsi qualcosa. Perci Cristian, a un certo punto, cap che doveva stringerle la mano. Lo
fece e lei non si oppose. Gli chiese quanto tempo avesse, e lui rispose che non c'era fretta. Stettero cos,
mano nella mano, finch Cristian non si sporse per baciarla. Ma Maddalena, questa volta, si sottrasse.
Mostr quel pomeriggio spento indicandolo con l'indice verso l'alto, e gli spieg che non era quello il
modo, n il momento giusto. Qualche cornacchia risuon sopra le loro teste. Nell'aria c'era odore di
erba tagliata e pochissime nubi, come un velo di tulle. A terra vagava qualche foglia morta e qualche
cartaccia. Dappertutto la malinconia dell'autunno maturo.
Cos proprio come si era seduta, senza preamboli, senza teatro, Maddalena si alz, si volt per
guardarlo negli occhi e gli promise che il giorno dopo, proprio a quell'ora, in quello stesso posto,
l'avrebbe baciato.
Cristian sent su di s l'affanno atroce dell'attesa che lo aspettava, tanto che per un tempo
lunghissimo, dopo che Maddalena fu sparita oltre la polverosa siepe di bosso, non riusc ad alzarsi dalla
panchina su cui lei l'aveva lasciato. In quella sospensione pot rendersi conto che la sera non calava
sulla terra, come si diceva, ma vi scivolava, tutt'altro che eterea, come fosse un corpo fluido. Disse a se
stesso che quella cui stava assistendo non era l'estinzione della luce, ma la tremenda colatura del buio.
E che quella specie di rivelazione non aveva altro fine che spingerlo a constatare la priorit della
discesa rispetto all'ascensione. Per questo aspett che i lampioni sulla strada di fronte, oltre quel
giardinetto misero, sparassero al suolo i loro coni giallastri, prima di alzarsi e dirigersi verso casa.
Entrando si rese conto che qualcosa era successo. Infatti zia Marianna lo raggiunse in
anticamera per anticipargli una cattiva notizia: sua madre era stata male mentre si trovava al lavoro,
cos aveva deciso di tornarsene a casa, ma non si era sentita meglio, perci aveva chiamato lei affinch
la raggiungesse prima di chiamare il medico. E cos era stato, Marianna aveva percorso la strada come
fosse una ragazzina, eppure aveva superato i settanta. Nel suo codice genetico c'era scritto che doveva,
per sempre, trasportare la tragedia sulle spalle, e che, se era sopravvissuta a tutti, era proprio a causa di
quella maledizione che le era toccata. Cristian corse a cercare la madre in camera da letto, ma non la
trov. Marianna gli spieg che il dottor Marletta, senza neanche stare a visitarla pi di tanto, l'aveva
fatta ricoverare immediatamente all'ospedale San Francesco. E ora si temeva un brutto male, perch
con ogni probabilit Cecilia aveva avuto un blocco intestinale e quindi bisognava aprire e vedere
cos'era capitato veramente.
La notte stessa con i punti di sutura ancora freschi fu trasportata da Noro a Cagliari,
all'ospedale oncologico, per il primo di una serie di ricoveri che sarebbero durati due anni interi, fino
alla sua morte.
Il giorno dopo, all'ora stabilita, fu Maddalena ad attendere sulla panchina dei giardinetti, ma
Cristian non arriv.
Per tutta la settimana successiva fu assente da scuola. Cos, senza sapere di farlo, Domenico
pot esigere il suo credito e ricordare a Maddalena che, non avendo detto di no, aveva detto di s a
quella sua dichiarazione malfatta. Si erano appena incamminati nel territorio delle relazioni, non c'era
assolutamente nulla che volessero sapere l'uno dell'altra se non fino a che punto la malinconia, la
disillusione, potevano tramutarsi in qualcosa di simile al sentimento. Darsi una possibilit, tentare,
buttarsi,  l'unica prerogativa della giovinezza. Maddalena chiese a se stessa se poteva accontentarsi e
Domenico non si chiese niente. Lei non domand che fine avesse fatto Cristian, considerato che sapeva
bene del loro legame fraterno, e lui non ne parl.
Quando Cristian ricomparve nei corridoi del liceo, avvolto dal mistero della sua assenza, si
accorse che qualcosa nel frattempo era successo. Come fossero passati vent'anni e non una settimana.
Ma quale intermittenza  pi dilatabile se non quella del cuore fresco di battiti?
La sera, a casa, dopo essersi informato dello stato di salute della zia Cecilia, Domenico pot
confidare a Cristian di aver baciato Maddalena. Tutto qui, come nella parabola dei ciechi: seguire chi
non vede significava finire nel fosso: tacere aveva significato non intervenire nel corso paradossale
degli eventi.
Talmente paradossale che Maddalena, mentre prima avrebbe giurato che non c'era paragone tra
Cristian e Domenico, e intendeva a favore del primo, ora cominciava a notare sfumature, delicatezze,
fascinazioni, del secondo, che prima non aveva notato.
Ci vollero mesi prima che lei sapesse che quella sera in cui l'aveva aspettato invano Cristian
non si era presentato per una ragione precisa. E allora si diede della sciocca, si disse che, forse, in
qualche modo si poteva tornare indietro. Ma anche se lei fosse stata capace di farlo, Cristian non
avrebbe mai e poi mai accettato di dare un dolore simile al proprio fratello.
Perci se ne stettero tutti quanti al caldo del non detto.
Ma nel '78, quando Cecilia mor, Cristian e Maddalena furono costretti a fare i conti con tutto
ci che non si erano detti nei due anni precedenti.
Quel compianto terribile di una madre ancora giovane, che lasciava un figlio vessato dal
destino, gi orfano di padre, ebbe l'assetto di un dramma corporeo, tutto nella carne, senza alcuna
possibilit di ragionamento. Non c'era niente di ragionevole in quella bara. Persino la bellezza,
finalmente serena, di Cecilia pareva immotivata.
Domenico singhiozzava, e tutti pensarono che stesse versando quelle lacrime che non aveva
potuto versare quando era morta la sua di madre, dacch la donna se n'era andata che lui non aveva
quattro anni. Mimmu stringeva le mascelle talmente forte che aveva paura gli si spezzassero i denti.
A fianco a loro Cristian guardava dritto davanti a s come se volesse afferrare qualcosa che a
tutti, intorno a lui, era sfuggita.
C'era una leggenda collegata alla sua famiglia che gli tornava in mente ogni volta che doveva
assorbire un dolore, ed era la vicenda della sua bisnonna Mercede che non aveva mai visto il mare, fin
quando i suoi figli maggiori non decisero di portarcela. E lei davanti a quella meraviglia si era lasciata
andare sino a tornare bambina. Tutto ci lo metteva in pace perch in qualche modo poteva intuire quel
sentimento di stupore e attesa, e poteva capire quanto ogni fine fosse esiliata da quell'inizio. Lo sapeva
bene Cristian, perch poco prima che morisse il suo bisnonno Michele Angelo, lui aveva provato lo
stesso stupore, davanti al mare, in piedi sulla battigia, con le gambine smilze, e l'ultimo lembo bavoso
di onda che gli solleticava i piedi e le caviglie. E una luce da non potersi raccontare. Precisa, come sono
precisi solo alcuni istanti. Solenne e pacifica.
E allora Cristian credette di sapere che non poteva esserci niente di male ad andarsene dopo
aver sofferto come Cecilia aveva sofferto. Anche se era sua madre.
Maddalena se ne stava in disparte, di spalle a Domenico, come se non volesse avere a che fare
con il dolore esibito che la circondava. Ci volle quasi tutta la funzione prima che trovasse il coraggio di
raggiungere con la sua mano quella di Cristian, ma quando lo fece, senza spostarsi dalla sua posizione
arretrata, lui non rifiut quel contatto segreto. Dovette controllare per un'improvvisa, devastante,
frenesia. Cristian posizion la figura di Maddalena vicino a s nella visione stupefatta di lui stesso
bambino, con i piedi affondati nella sabbia bagnata fino alle caviglie. L'aveva ritrovata, e ora la poteva
invitare, in silenzio, davanti al mare che andava e veniva. Nella luce perfetta.
Fecero l'amore quella notte senza stare a chiedersi che notte fosse. Con ogni probabilit si
trattava proprio della stessa notte in cui Cecilia aveva dovuto attraversare il guado limaccioso, nuda,
perch le era stato ordinato di togliersi quei vestiti che Marianna aveva scelto con tanta cura per il
seppellimento; pallida e livida perch due anni di chemioterapia avevano reso la sua pelle tanto
trasparente da lasciar intravedere il reticolo delle vene; tremante perch sua madre era pudica,
timidissima, e quelle caratteristiche non c' morte che possa modificarle.
Presero a incontrarsi di nascosto. A fare come fanno gli amanti clandestini, cio a far finta di
non avere alcuna intimit in pubblico. Tanto che Domenico si convinse che vi fosse dell'antipatia tra la
sua ragazza e suo fratello, anche se non sapeva spiegarsi perch.
Dal compimento dei diciott'anni in poi Cristian pot firmare i documenti di propriet della sua
fetta d'azienda. Una fetta grossa, perch quel ragazzo era l'erede universale del patrimonio Chironi. Di
un'impresa, cio, che negli anni era passata dai balconi, inferriate e affini, modellati nell'officina
artigianale del bisnonno Michele Angelo, alla fornitura su larga scala di ferro per le fondamenta delle
costruzioni, oltre ai nuovissimi infissi in alluminio anodizzato, del padre Vincenzo; fino
all'allargamento a settori pi vasti dell'edilizia attraverso la compartecipazione della piccola, ma
fiorente, azienda di Mimmu Guiso e di suo figlio Domenico.
I Chironi, si diceva, erano sempre caduti in piedi, perch il loro destino era di sembrare l l per
precipitare, ma poi questo non accadeva. La morte improvvisa di Vincenzo, per esempio, aveva fatto
dire a tutti:  finita. Invece no, non era finita affatto, perch Cecilia, proprio quando stava seppellendo
il marito si era scoperta incinta.
Insomma, per farla breve, Cristian firm il suo primo documento ufficiale esattamente sei giorni
dopo aver compiuto diciotto anni, Domenico ne aveva venti, Mimmu sessantuno, Marianna
settantasette.
E si arriva all'annuncio ufficiale del fidanzamento tra Domenico e Maddalena.
Un pomeriggio fradicio di pioggia, come accade quando la stagione si sporca, smette di esserti
amica, e ti fa il muso. Non  facile capire per quale offesa involontaria ci accada, eppure accade.
Dall'aria, dal cielo, dal suolo, dalla luce stessa si avverte un'ostilit sottile che muta ogni malinconia in
inquietudine. Certo, si pu dire che si tratti del tremore, dello spasmo, con cui la vecchia stagione
muore a favore della nuova. Ma altrettanto si pu auspicare che quel passaggio avvenga con dolcezza,
senz'astio.
Tuttavia in quel pomeriggio tremendo, Domenico entr in cucina dalla porta del cortile dei
Chironi, si scroll dall'umidit e salut Marianna che gi aveva acceso il fuoco e se ne stava seduta in
bocca al camino.
Si dissero quello che sappiamo, del tempo maligno, del passaggio astioso e tutto il resto. Poi
quando Cristian apparve in cucina, a dispetto di ogni pi oscura connotazione metereologica,
Domenico espose quel sorriso che da sempre lo rendeva bellissimo. E annunci che ormai era fatta, il
fidanzamento con Maddalena Pes era stabilito: accordi, famiglie e tutto. Come ancora si usava in quello
scampolo di arcaico bisognava sancire l'ingresso dei fidanzati ognuno nella propria, nuova, famiglia.
Marianna approv senza quasi voltarsi, e dal suo punto di vista quella doveva sembrare una
manifestazione di grande entusiasmo. Cristian tent di organizzare un sorriso, poi raggiunse Domenico
e lo abbracci, sincero o meno che fosse, si congratul. Ma con un tremore, un lievissimo affanno che
non sfuggirono alla vecchia. Marianna infatti, per la prima volta, si volt a guardare in faccia il nipote,
poi si segn.
 Che cosa stai combinando?  chiese a Cristian, appena Domenico fu andato via. Lui tent lo
sguardo stupefatto.  Che cosa sta succedendo con Maddalena?  rinforz perch non ci fossero
fraintendimenti.
Cristian, colto alla sprovvista dalle domande dirette, scroll le spalle.  Niente sta succedendo,
che deve succedere?
 Niente deve succedere,  replic la vecchia, ma con pi convinzione di quanto avesse parlato
Cristian.  Perch Dio non voglia che succeda quello che io penso sia successo,  complet. Il nipote
tacque, aveva bisogno di tempo per capire fino a che punto quella vecchia maga sapesse o facesse finta
di sapere.  Guarda che come l'ho capito io, lo possono capire anche gli altri. Voi giovani avete questa
cosa che vi pensate tanto furbi...  insistette.  Cosa ti credi, che Mimmu  tonto? M che giusto a
Domenico puoi fregare . Tutta questa ultima frase la pronunci di spalle, mentre fingeva di essere
intenta a rintuzzare la fiamma.
 Vedrete che non succeder niente,  rispose lui finalmente, ma come se parlasse sotto ipnosi,
con un grado zero del tono che faceva intendere uno sforzo assoluto.
 Ma lo sai che la gente per molti anni ha detto che tu non eri nemmeno figlio di tuo padre? 
chiese Marianna a bruciapelo. Aspett che Cristian rispondesse qualcosa, ma lui non lo fece, dunque
prosegu:  Visto come aveva deciso di andarsene la buonanima di Vincenzo, e visto che Cecilia ha
scoperto di aspettare te poco dopo la sua morte, la gente non ci ha messo nulla a fare due pi due, e si 
detta che tua madre aspettava un figlio da un altro uomo . Marianna fece un'altra pausa, Cristian
ostinatamente taceva.  E chi era secondo te quest'altro che si diceva fosse il tuo vero padre?
 Zio Mimmu?  rispose il nipote senza darle quasi il tempo di finire la domanda.
 Proprio,  conferm la donna,  proprio Mimmu, te l'immagini? Cos quando  morta sua
moglie, tutti dissero che adesso le cose si sarebbero messe a posto: che il vedovo avrebbe sposato la
vedova e avrebbero messo a tacere tutte le dicerie su di loro. E invece no. E sai perch?
 No, perch?  Cristian capiva che il discorso della vecchia zia lo voleva portare da qualche
parte dove lui non aveva gran voglia di arrivare, ma allo stesso tempo capiva che il laccio era teso, e
non gli sarebbe stato possibile scappare.
 Perch non c'era assolutamente niente da mettere a posto. Niente relazione clandestina e
niente figlio illegittimo.
 E voi come fate a esserne cos sicura?  Ora che era chiuso in angolo Cristian aveva deciso di
attaccare.
 Perch basta guardarti: tu sei Chironi, non sei Guiso. Come confondere il nero col bianco.
Quando tuo padre Vincenzo  tornato a casa, quando si  presentato a quella porta, con i pantaloni
rattoppati, non ha avuto nemmeno bisogno di dire chi era: era un Chironi. Tu te lo ricordi a bisaju
Michele Angelo? Nel cielo sia!  Cristian accenn di s.  Ecco, lui nemmeno chiese chi fosse, se lo
trov davanti e cap all'istante, perch Vincenzo qualunque cosa avesse creduto di essere prima, ora era
un Chironi.
 Perch mi state dicendo queste cose?
 Perch tu adesso mi guardi in faccia,  disse Marianna, andando incontro al nipote, per
puntargli negli occhi i suoi occhi ancora ardenti della fiamma appena ravvivata.  E mi dici che tra te e
Maddalena Pes non  successo niente.
Cristian distolse lo sguardo, quella era una battaglia che non poteva vincere. Dentro all'amore
materno per procura di quella sopravvissuta, lui sentiva una durezza che in alcun modo sarebbe riuscito
a scalfire. Gli venne in mente che al funerale di Cecilia lui e Marianna erano stati gli unici a non
piangere, ma ognuno a suo modo. Cristian non aveva pianto per rabbia e anche per incredulit.
Marianna invece non aveva pianto perch lei ai funerali non piangeva pi, anzi si rodeva di rabbia per
tutte quelle persone che se ne andavano nella pace. Quella non muore nemmeno se l'ammazzano,
dicevano di lei, e non sapevano di avere assolutamente ragione. Marianna in chiesa non c'era pi
andata nonostante esercitasse tutto quanto spettava a una buona cristiana cattolica romana: faceva il suo
rosario, invocava per la liberazione delle anime dal Purgatorio, si segnava per proteggersi dal male,
teneva linda la statua della Madonna di Lourdes nella nicchia in corridoio. La vulgata affermava che lei
in chiesa non ci aveva pi messo piede dal giugno del 1974, da quando, cio, aveva avuto una
discussione col parroco a proposito del fatto che lei aveva affermato pubblicamente di aver votato NO
al referendum per l'abrogazione della legge sul divorzio. E questo con l'aggravante che aveva capito
benissimo che NO significava votare a favore e S votare contro. Questo credevano, che ci fossero
questioni politiche. Perch, a dire il vero, questi Chironi  partendo dal capostipite che si era fatto dal
nulla e passando dal figlio Gavino che si era inimicato qualche fascista locale, fino a Vincenzo a cui era
stato addirittura chiesto di candidarsi per il Pci  avevano la fama di comunisti. Tuttavia il motivo per
cui Marianna non era pi andata in chiesa era d'altra specie, e riguardava il fatto che si era del tutto
stufata di partecipare ai funerali degli altri.
 Non dovevi aiutarmi a sistemare le piante?  chiese a un certo punto Marianna, come per
cambiare discorso.
Cristian accenn di s, che l'aveva promesso.
 Basta che mi sposti i vasi che non ce la faccio con la schiena,  disse continuando a squadrare
il ragazzo con lo sguardo di quel nume che tesseva sciagure.  E comunque pensa bene a quello che stai
facendo,  concluse.
Cristian la precedette in cortile senza rispondere. Si avvi verso l'angolo umido che Marianna
gli aveva indicato. L prosperavano, in grossi vasi di coccio, piante di ortensia e di gelsomino selvatico.
Queste ultime andavano spostate e svasate, poi occorreva accorciare le radici come quando si tagliano i
capelli e quindi rimetterle a posto per il letargo. Ci ne garantiva la salute. Dal punto di vista della
vecchia, non c'era alcuna possibilit di mantenersi sani se non recidendo quanto impediva, o rallentava,
il nutrimento. E se non si aveva il coraggio di asportare le radici di troppo, quelle che avrebbero
consumato senza restituire niente. Quindi lei e il nipote fecero quanto andava fatto. Concentratissimi,
senza dirsi una parola perch i discorsi parevano finiti, e perch Marianna aveva ottenuto da Cristian
che eseguisse sulle sue piante quanto gli spettava di eseguire sulla propria vita.
 Lo so che non  una cosa fatta bene, lo so,  sussurr lui, quasi a se stesso, proprio mentre
compattava il terriccio che debordava dall'orlo del vaso. Marianna lo lasci continuare.   pi forte di
me,  aggiunse, voleva fosse chiaro che lui ci aveva provato a stare lontano da Maddalena.
 Vedi che sei un Chironi?  Marianna scosse la testa sconsolata.  Tutti i maschi di questa
famiglia si sono rovinati per qualcosa che era pi forte di loro.
 Che cosa dovrei fare secondo voi?  implor Cristian.
 Non lo so che cosa devi fare, ma ti dico cosa non fare assolutamente: non devi parlare con
Domenico.
Cristian si lasci andare sulla panca di granito dove, per millenni, il bisnonno Michele Angelo
aveva consumato i pomeriggi tiepidi aspettando che sua moglie tornasse dall'aldil.
 Mi hai capito bene?  rinforz Marianna sentendolo distante. L'istinto le diceva che poteva
essere troppo tardi, che nel silenzio compatto dei Guiso poteva esserci l'inquietudine di una notizia
certa piuttosto che la tranquillit di chi non sospetta niente. Se c'era qualcosa che santificava la
maledizione di Marianna, era di riuscire a capire, senza rimedio, gli animali bipedi che in questa terra
chiamano esseri umani. E a lei lo sguardo di Mimmu Guiso, ultimamente, non era piaciuto affatto, e
nemmeno il tono di certe allusioni. Per cui, se anche Domenico non osava sospettare niente a proposito
di una tresca tra Cristian e Maddalena, il padre invece aveva mangiato la foglia.
Qualche giorno prima, di mattina presto, Mimmu si era presentato a casa di Marianna. Lei gli
aveva offerto un caff che lui aveva accettato, aveva bevuto con calma, si era gustato tutto lo zucchero
finito sul fondo della tazzina. Poi, come se nulla fosse, aveva chiesto alla vecchia se sapeva dove si
trovasse Cristian. E poich lei gli aveva risposto di no, che non lo sapeva, aveva cominciato a ventilare
faccende del tipo che Cristian non c'era modo di capire chi frequentava, e che, con tutto il bene che gli
si poteva volere, il ragazzo aveva la tendenza a essere imprudente, a non rendersi conto della portata
delle cose che faceva. E anche a non selezionare gli amici.
 Ragazzi,  aveva convenuto Marianna.
 Alla loro et lavoravo gi da due anni almeno... Sissignora,  aveva rincarato vedendo che
l'altra scuoteva le spalle.  Ma voi l'avete capito che tempi sono? C'avete la televisione e non
l'accendete mai!  Mimmu aveva indicato un apparecchio televisivo collocato in un angolo estremo
della stanza sopra al suo carrello.
 Non ho tempo da perdere,  si era ostinata la vecchia.
Mimmu, che sembrava si stesse avviando verso l'uscita, si era bloccato come se d'improvviso
avesse cambiato idea e si era messo a sedere.  Quale tempo? Che cos'avete da fare tutto il giorno?
Guardate che le cose fuori da qui si stanno mettendo male . Marianna si era limitata ad arricciare le
labbra come per dire che tutto il male disponibile lei l'aveva gi abbondantemente previsto.  Ci sono
dei disgraziati che tutti i giorni ne ammazzano uno. Voi dovete uscire di casa...
 E perch, io sto cos bene in casa mia . A giudicare dal tono di Marianna, Mimmu poteva
tranquillamente passare il resto della sua vita a cercare di convincerla senza ottenere nessun risultato.
 Guardate che questi non sono tempi che si possano capire facilmente, non  pi come prima
che le cose erano semplici: mi ammazzi? ti ammazzo!
 Facili forse,  lo aveva interrotto la vecchia,  ma mai cos semplici, Mimm. Tu forse te ne
sei dimenticato quando viaggiavi armato per paura che ti sequestrassero, e questo solo perch avevi
fatto qualche soldo. Potevamo fare i signori e invece abbiamo sempre vissuto da morti di fame: altro
che facile.
 Voglio dire tzia Mari che i tempi sono cambiati troppo velocemente e che certe compagnie,
capelloni e drogati vari, ora che Cristian ha responsabilit, non le deve frequentare,  aveva provato a
riassumere Mimmu.
Marianna questa volta si era irritata sul serio:  Ma che cosa vuoi dirmi precisamente?  aveva
scandito.
Mimmu si era preso un po' di tempo. Era andato verso il lavello, aveva aperto l'acqua poi
aveva preso un bicchiere dalla credenza, l'aveva riempito fino all'orlo bevendo con avidit.  Di roba
politica sto parlando, di roba politica... E anche altro,  aveva aggiunto.
 Che altro?  aveva chiesto Marianna, sapendo che quel colloquio stava arrivando esattamente
dove doveva arrivare.  Brutte compagnie, e poi?
 E poi cose pi personali, ma siccome sono pettegolezzi, al momento, io non ci voglio
credere...  Mimmu aveva bevuto un altro sorso d'acqua. Marianna era rimasta in attesa che ingoiasse
e riprendesse. Lui aveva ripreso:  Guardate che quello che ci stiamo dicendo qui deve assolutamente
rimanere tra noi. Io nemmeno a Domenico ne ho parlato, ma c' una voce che corre in giro e riguarda
Cristian e...  Aveva fatto una pausa. Marianna non aveva mosso ciglio.  ... Maddalena. Ma  una
cosa troppo grave e io non ci voglio credere che Cristian abbia potuto fare una cosa del genere a
Domenico, che ha sempre definito un fratello.
 No,  si era sentita in dovere di intervenire Marianna.  Non  che l'ha sempre definito: l'ha
sempre trattato come e pi di un fratello.
 E Domenico ha ricambiato, mi pare . La guerra di posizionamento era iniziata.
 Esatto, e allora di cosa stiamo parlando?
 Del fatto che Maddalena e Domenico si devono fidanzare e del fatto che voi sapete meglio di
me che, fatta la tara su tutte le esagerazioni, comunque quando la gente parla un motivo c',  aveva
tagliato Mimmu.
 La gente parlava anche di Vincenzo, che ha fatto quello che ha fatto perch tu e Cecilia...
 ... Ah quello! Mai nella vita!  aveva reagito Mimmu.
 Oh, allora sei d'accordo con me che la gente qualche volta parla a vanvera. Comunque
facciamo cos Mimm, che per non saper n leggere n scrivere si decide una data per questo
fidanzamento di tuo figlio e io vi metto a disposizione la casa di via Deffenu per la festa, cos chi ha da
parlare, parla per riempirsi lo stomaco d'aria.
Mimmu aveva fissato un punto della stanza, poi aveva accennato un s lentissimo.  Funziona,
funziona...
 E se non dovesse funzionare, la facciamo funzionare per forza,  aveva concluso Marianna.
Mimmu sapeva stare al mondo, e sapeva che prima di far scoppiare uno scandalo occorreva
tentare il tutto per tutto: c'erano troppi interessi in ballo. In particolare ora che Cristian era diventato
maggiorenne, e possedeva pi della met dell'impresa, era indispensabile non buttare il bambino con
l'acqua sporca. Questa prudenza guardinga favoriva il lavoro di Marianna che, da parte sua, doveva far
fruttare questo finto non sapere, invitando il nipote a ritirarsi. Cosa che lei, con grande solerzia, aveva
fatto.
Non  il movimento ci che muove le cose. Quasi sempre a muoverle  la stasi. E allora perch
non succedesse niente, bisognava muoversi: questo sapeva, senza ombra di dubbio, Marianna.
 Ho concordato una data con Mimmu,  annunci quando lei e il nipote ebbero finito di
svasare.
Cristian la guard sperando di non aver capito quello che aveva capito.
 Tra due settimane Domenico e Maddalena Pes,  Marianna la chiam con distacco per nome e
cognome,  si fanno la promessa di matrimonio e quindi il fidanzamento ufficiale. Gli ho offerto la
casa di via Deffenu che  grande per la festa . Fine della prima parte.  Se voi ragazzi vi volete
organizzare anche per conto vostro, magari il giorno dopo, fate pure, tanto ormai non si capisce pi
niente di quello che vi piace o non vi piace... Comunque questo fidanzamento si fa per bene e con la
contentezza di tutti, intesi?  Fine della seconda parte.  E magari una visita al barbiere fagliela, eh? Te
lo pago io . Terza, ultima, parte.
Cristian la segu con lo sguardo mentre se ne tornava in casa. Aveva le mani sporche di
terriccio, il petto e il collo sudati, il respiro controllato come se fosse in procinto di fare un salto e
stesse aspettando il momento giusto.  Non le innaffi?  chiese alle spalle della vecchia poco prima che
entrasse.
 Non c' bisogno,  rispose Marianna senza neanche voltarsi.
Infatti, sorprendentemente, cominci a piovere. A gocce regolari che si andavano stampando
sulla sua maglia lavata troppe volte perch avesse un colore esistente in natura. Pioveva con un cielo
chiaro e senza nuvole, quasi che quell'acqua fosse un generoso omaggio alla sua fatica. Solo sua quella
pioggia, sottile, pastosa, buona di sapore. Cristian l'accolse a faccia in su con la bocca spalancata come
quando, da bambino, si mangiava la neve direttamente dal cielo, prima che toccasse il suolo.
Marianna lo osserv dalla porta-finestra della cucina mentre gemeva in silenzio e implorava una
dispensa a quel cielo immobile.  Anima mia...  sussurr.  Anima mia, tesoro mio... Maledetto,
maledetto...
Per i preparativi del fidanzamento ufficiale di Domenico Guiso e Maddalena Pes non si bad a
spese. E questo nonostante i Guiso vivessero nella modestia dei veri ricchi nuoresi che trovano pi
disdicevole ostentare la propria ricchezza che accumularla disinvoltamente. Mimmu negli anni aveva
capito che avere, o farsi, amici nei posti chiave conta assai di pi che ricoprire incarichi. Lui, vedovo
presto e mai risposato, partito da niente eppure arrivato, sempre dietro e mai davanti, aveva accumulato
un patrimonio considerevole, che pure non si manifestava. Dicevano che era di quelli che aveva i
materassi imbottiti di banconote, ma si sbagliavano. Dicevano che tutti ridevano di lui quando si
presentava fra la gente che conta con scarponi da campagna e calzoni in vellutino, ma si sbagliavano.
Dicevano che non mangiasse per non cagare, che fosse tirchio, che avesse una visione elementare
dell'economia, ma proprio non immaginavano quanto si sbagliassero. Dicevano ancora che, col passare
degli anni, si fosse imbarbarito, che da giovane al passo coi tempi, si fosse trasformato in una specie di
troglodita locale, chiuso, inconsapevole, belluino, ebbene, ancora, e per sempre, si sbagliavano.
C'era la faccenda che tutti, indistintamente, lo reputavano un miracolato dei Chironi. Di
Mimmu, della sua storia, si parlava come se fosse una specie di animale domestico, un cane randagio
accolto da quel Vincenzo che c'aveva tutto, ma che immotivatamente si era tolto la vita. Anzi, a sentire
in giro, qualcuno avrebbe raccontato che tutta quella faccenda, del suicidio di Vincenzo Chironi, fosse
l'origine stessa della fortuna di Mimmu. La gente  terribile, sa contare al massimo fino a cinque e in
tutta quella situazione i conti parvero facili facili. Vincenzo non ebbe figli, e non ne conobbe in vita, la
brutta maledizione dei Chironi. Cecilia, sua moglie, era rimasta incinta, ma le gravidanze non erano
andate a buon fine. Nel frattempo Mimmu si sposa, sua moglie resta incinta immediatamente. Quindi
si arriva alla vigilia di Natale del 1959, cenone e tutto il resto. Dicono che si fosse trattato di una festa
in famiglia qualunque. Solite cose: regali, auguri, troppo cibo, stanchezza. Sta di fatto che Vincenzo
spar nel profondo di quella notte, lo cercarono, lo trovarono. Morto, appeso alle travi del capannone
della sua azienda. Ma chi lo trov? Mimmu. E un mese dopo venne fuori che Cecilia, miracolo, era
rimasta incinta. Eh?
In ogni caso la circostanza che avrebbe dovuto sciogliere le riserve e invece le moltiplic, fu il
fatto che il fidanzamento dell'erede Guiso si celebrasse a casa Chironi.
Per tutta la settimana precedente la festa si confezionarono dolci: bianchini, savoiardi, amaretti
e petit four. Come se l'impegno fosse di mimare un matrimonio vero. E si fecero stampare piccoli inviti
in cartoncino, color avorio, dove si proclamava che Domenico Guiso e Maddalena Pes erano lieti di
annunciare il loro fidanzamento. Le famiglie, felici, sarebbero state liete di accogliere amici e parenti
presso casa Chironi, in via Deffenu 20, Noro. L dove aveva abitato Marianna con quel fascistone del
marito, e poi Vincenzo con Cecilia.
Fu del tutto inutile, per Domenico e Maddalena, opporsi a tanto sfarzo. Senza volerlo entrambi
erano stati come sbalzati un secolo indietro, quando i legami tra le famiglie passavano soprattutto
attraverso la ritualit con cui i contratti matrimoniali venivano sanciti.
Maddalena avvertiva di essere stata imprigionata dal silenzio di Cristian, la cui promessa di
parlare a Domenico si era dissolta in un mutismo inconcludente. Dal pomeriggio di tre giorni prima,
quando avevano fatto l'amore, era stato impossibile incontrarlo da solo. Era stato impossibile persino
scambiarsi un cenno. Lei poteva dichiararsi una donna emancipata, ma capiva di non essere abbastanza
forte da ammettere davanti a tutti che amava Cristian, e che, per questo, non avrebbe accettato una tale
messinscena. Quando Domenico, un po' imbarazzato ma anche intenerito, le fece vedere il cartoncino
d'invito che Mimmu aveva fatto fare, lei non disse nulla.
La sera prima del fidanzamento ufficiale, quando tutto era pronto, Domenico insistette perch
Maddalena e i suoi parenti arrivassero a piedi, in corteo, alla casa in via Deffenu. A lei la cosa
sembrava troppo plateale e, a tutti gli effetti, lo era. Un discorso fatto mille volte. Di quelli dove si
perde il bandolo e si finisce per trascendere.
Quel febbraio fu tremendo, asciutto e freddissimo. Senz'aria e senza umidit. Maddalena
guardava la strada sotto vuoto, i fili elettrici immobili, la campagna, sullo sfondo, oltre i cantieri delle
nuove villette a schiera. Quella realt le parve totale, come se qualcuno avesse teso un'immensa
scenografia solo per lei. Immagin il suo futuro come un frutto precoce, un pesco fiorito per una
primavera ingannevole, una stagione pietrificata.
Ora percepiva, dal tono di Domenico, con quanta disperazione lui cercasse di porre un freno
alla sua ansia; con quanta composta testardaggine ricacciasse l'ipotesi che lei potesse non amarlo; con
quanta passione lui accentasse le parole perch suonassero eterne.
Eppure diceva cose semplici: che capiva, che aspettasse, che stringesse i denti. Diceva che
accontentare qualche mania di Mimmu poteva significare vivere in pace. Non era uno sforzo
impossibile, no?
E Maddalena, a quel punto, richiamata dalla voce di lui, distolta da tutta quella fissit che si
esibiva oltre le finestre, si vide acconsentire: Va bene va bene, era come se dicesse dentro di s, basta
che tutto questo finisca.
Il fine ultimo di quella festa era dunque di far presagire la cerimonia vera e propria. Tempo un
anno Domenico e Maddalena si sarebbero incontrati sul sagrato della cattedrale. Lui pintu e lintu e lei
in bianco, non come le spose moderne che non si mettevano pi il velo e arrivavano colorate all'altare.
E non se ne parlava nemmeno di organizzare il solito ricevimento nel salone addobbato o nell'officina
del gommista sgomberata. Per quel matrimonio ci voleva l'hotel, come si faceva in Continente. Con
pranzo e cerimonia compresi e gli invitati che dovevano solo trasferirsi dalla chiesa al ristorante e poi
magari anche fare qualche ballo con l'orchestrina, ma una cosa come si deve non certo un complesso di
capelloni.
Domenico conferm su tutti i fronti, mentre Mimmu gli aggiustava la cravatta.  Ma Cristian si
 fatto vedere?  chiese.
Mimmu fece segno di no: da due giorni non si era visto nemmeno in cantiere.  Pensavo fosse
ammalato, ho chiesto a tzia Marianna e mi ha detto che, malato no, ma l'ha visto poco anche lei. C'avr
cose sue... Vedrai che tra poco si presenta alla festa.
 E ci mancherebbe,  comment Domenico. Poi si avvi verso lo specchio per controllare che i
capelli sulla nuca e il ciuffo sulla fronte stessero al loro posto.
A casa di Maddalena c'era una calma innaturale: era il nervosismo per questa uscita pubblica, la
paura di non essere all'altezza. La ragazza apparteneva a una famiglia modesta ma assolutamente
dignitosa: padre operaio comunale, madre casalinga, due fratelli di cui uno emigrato e sposato in
Belgio da sette anni, appartamento delle case popolari. L'abito che indossava l'avevano comprato a
rate. Ma ne valeva la pena perch era alla moda pur non essendo troppo eccentrico, tendenzialmente
corto, ma senza eccedere, appena sopra il ginocchio. Maddalena pens che avrebbe avuto freddo,
s'intravide nei riflessi della grossa credenza a vetri oltre il tavolo del soggiorno, agghindata come una
giovane promessa del cinema, slanciata dai tacchi alti, assottigliata dal modello a campana dell'abito a
fantasie geometriche arancioni e senape, pettinata con boccoli rigidi che le ricadevano lungo le guance.
Aveva lo sguardo enfatizzato da un trucco che l'estetista aveva chiamato alla Cleopatra, lei si sentiva
semplicemente ridicola. Per questo si chiuse in bagno dove pot struccarsi con cura, tenne solo una
leggera sfumatura dorata sulle palpebre e un lieve segno di matita lungo il bordo delle ciglia.
Poi si riun alla famiglia: il padre Peppino, la madre Nevina, il fratello piccolo Roberto,  l'altro
fratello grande, Raffaello, non c'era: era stato impossibile fargli ottenere un permesso dal lavoro , una
zia a carico, Vera. I Pes. Tutti eleganti, come possono essere eleganti gli umani vestiti da comparse al
teatro, ognuno con la propria indiscutibile precariet. Gi ora, ammassati nell'ingresso, ad aspettare che
la festeggiata desse un segno, avevano gli sguardi preoccupati di chi per tutta la sera avrebbe dovuto
badare a non sporcarsi.
Maddalena li fiss con tenerezza.  Andiamo,  disse.  Ma piove?  chiese, vedendo che la
madre e il padre portavano gli ombrelli.
 No, ma minaccia,  disse Peppino, schiarendosi un po' la gola. Lui con quella figlia faceva
fatica a parlarci, ma non perch non le volesse bene, solo perch era, come si dice, per conto suo.
Una che difficilmente si faceva convincere per qualunque cosa. Questo fidanzamento per esempio,
fatto cos, come se fosse pi utile farsi vedere che altro. E farsi vedere per Peppino Pes, giardiniere
comunale, era assolutamente il peggio che potesse capitare.
 Mettiti un fazzoletto in testa, ma senza stringere troppo,  consigli Nevina.
 C' umido,  aggiunse zia Vera dopo essersi sistemata ancora una volta lo scialle sulla nuca.
Era chiaro che per quanto fossero tutti pronti nessuno si decideva a uscire.
Poi d'improvviso, come se si fosse dato un segnale convenzionale, il gruppo di famiglia ruppe
la stasi. Senza dirselo, concordarono che finalmente tutti erano pronti. Peppino apr la porta d'ingresso.
Maddalena chiese un secondo e corse di nuovo in bagno.
Cristian spalanc gli occhi. Era come se si fosse svegliato qualche tempo prima di svegliarsi, ed
era come se avesse constatato  senza esserne esattamente consapevole  che non aveva la pi pallida
idea di dove fosse. Perci prendere coscienza di s e spalancare gli occhi fu un tutt'uno. In un lampo si
rese conto che si trovava in un luogo sconosciuto: un monolocale arredato con mobili presi chiss dove;
in un letto sconosciuto: un materasso sistemato su dei pallet verniciati di rosso; che era completamente
nudo e che, a fianco a lui, dormivano una ragazza e un ragazzo altrettanto nudi.
Scatt a sedere sul letto. La ragazza apr un occhio:  Buongiorno,  disse con la voce
impastata. E allung una mano verso la coscia di Cristian.  Ripreso ti sei?  chiese. Cristian la guard,
cercando di inserirla in una qualche vicenda recente della sua vita. Alla ragazza scapp da ridere. 
Federica,  disse.  Non ricordi?  Cristian anzich rispondere punt lo sguardo verso il ragazzo che
dormiva alle sue spalle.  Raimondo,  chiar lei.
Ora che poteva guardarsi attorno, a Cristian vennero in mente frammenti della sera prima,
quando il monolocale era pieno di gente. Qualcosa delle discussioni accese intorno alla questione della
violenza come necessaria per un cambiamento. Fiss i poster alle pareti che inneggiavano all'uscita
della Sardegna dalla Nato, e un calendario Pirelli del 1977 che aveva attirato la sua attenzione. Poi si
sofferm su quanto di creativo esprimesse tutto quel mobilio d'accatto ridipinto alla grossa, con colori
accesi e le lampade fatte di carta spessa leggermente cotta dal calore. Quindi i piatti sporchi, impilati
nel secchiaio, e i posaceneri stracolmi di cicche e filtri e canne.
 Che ore sono?  chiese alla ragazza che nel frattempo aveva acceso una sigaretta.
 Saranno le quattro... O le cinque... Chiss, il mio orologio si  fermato,  rispose lei.
 Cazzo,  comment Cristian, e poi tent di mettersi in piedi.
 Non ti fermi?  chiese Federica.
Intanto, dietro di lei, il ragazzo che si chiamava Raimondo si volt a pancia in su mostrando un
petto pelosissimo e un volto barbuto.  Ma che ore sono?  chiese a sua volta quasi sbadigliando.  Vai
via?... Com' che ti chiami?  continu rivolto a Cristian.
Cristian cap che non era necessario rispondere. Infatti Raimondo, senza aspettarsi niente, si era
alzato e ora stava pisciando, la porta del bagno aperta. Era davvero l'essere pi irsuto che avesse mai
visto in vita sua, anche di spalle risultava ricoperto di una fitta peluria scura.
 Cazzo...  ripet Cristian tra s cercando, l intorno, i suoi vestiti. Ne trov una parte sotto a
un tavolino nella zona pranzo.
 Forse cercavi queste,  disse l'uomo di Neanderthal porgendogli un paio di slip.  Usi le
mutande,  constat,  davvero borghese come cosa.
 C' qualcuno che ha un orologio funzionante?  chiese Cristian preso da un principio di crisi
di panico.
La ragazza si sporse sotto al pallet tirandone fuori una sveglia cubica.  Ecco, sono le
diciassette e tredici,  scand perch fosse chiaro che lo stava canzonando.
Domenico fece un passo indietro, gonfi il petto davanti allo specchio dell'ingresso e inforc il
bottone centrale della giacca attillatissima. Poi ritorn incontro alla sua immagine quasi come se
volesse baciarsi, controll che l'altezza delle basette fosse identica, si sorrise. Sistem il grosso nodo
della cravatta. Era costoso sentirsi eleganti, significava star dritto, tenere la pancia in dentro, respirare a
fatica col collo della camicia completamente abbottonato. Significava badare a tante minuzie di cui non
si era mai reso conto, quanto si fosse irrobustito, per esempio. Grasso non si poteva dire, ma robusto,
pieno, s. Domenico era solido, ed esprimeva solidit in tutto: nel corpo e nell'atteggiamento. Mimmu
guardava con speranza, ma anche con sospetto, a questa caratteristica, perch sapeva quanto preziosa
potesse essere, e quanto pericolosa potesse diventare. Sapeva per esempio che molte donne dicevano di
preferire l'uomo forte e affidabile, ma poi finivano per innamorarsi perdutamente di quello debole e
inaffidabile. Lo sapeva fin troppo bene, Mimmu. Guardando suo figlio che si specchiava sentiva come
una specie di tenerezza rabbiosa, perch capiva che, passato il primo momento di commozione, sarebbe
stato necessario raccontare a quel ragazzone felice quale destino spettasse a tutti i maschi affidabili di
questa terra.
 Cristian?  richiese d'improvviso Domenico al padre. Mimmu si prese tempo per rispondere.
Poi scosse la testa.  Che fine ha fatto?  domand ancora Domenico, ma pi che altro a se stesso.
 Lo trovi in via Deffenu,  tagli Mimmu rifinendo col palmo della mano la stiratura sulle
spalle del figlio. Quel discorso lo metteva in ansia.
 Per da lui non me lo aspettavo...  constat Domenico scucendo con le dita a taglio le tasche
della giacca.  S insomma, sparire in questo modo,  aggiunse vedendo che il padre non commentava.
 Lo sai com' fatto,  tent Mimmu.
 Eh, come  fatto?  chiese a tradimento Domenico.
 Per conto suo,  disse Mimmu cercando di dare un tono definitivo alla sua affermazione. 
Sempre Chironi ...  concluse.
A Domenico scapp da ridere.  Ah, su questo non c' dubbio,  approv.  Ma volevo che
fosse contento,  pronunciando quest'ultima frase come se bastasse volere una cosa perch quella
avvenisse, appiatt definitivamente le tasche.
Mimmu dovette controllarsi, chiuse gli occhi come se gli bruciassero. Lui della scontentezza di
Cristian non voleva nemmeno sentir parlare. Aveva troppi anni alle spalle per non capirne l'origine, ma
non era abbastanza vecchio da cedere all'impulso di spiegarla a suo figlio.  Non  importante,  disse.
Domenico parve aver bisogno di qualche attimo per elaborare quanto il padre aveva appena
detto.   importante per me,  protest.
 Volevo dire che non  importante in questo momento. Lo sai come  fatto Cristian. Questo
volevo dire,  parve scusarsi Mimmu.
Domenico osserv suo padre: c'era una specie d'imbarazzo in lui che si palesava tutte le volte
che i discorsi tra loro viravano verso l'intimit.   proprio perch so com' fatto che non mi spiego
questa cosa,  scand ostinato.
Minacciava pioggia, Mimmu si guard attorno in cerca delle risposte giuste.  Ci voleva tua
madre,  annasp,  lei avrebbe saputo cosa dire.
 Non c' niente altro da dire. Quando una cosa non  fatta bene, non  fatta bene e basta.
Semplice,  s'incapon Domenico.
 Ho l'impressione che venga a piovere,  disse Mimmu,  prendi il gabardine.
Il giovane si limit ad approvare col capo, poi si avvi verso la sua camera. Rimasto solo,
Mimmu pens per un istante di raggiungerlo, parlargli, spiegare che quello che stava per fare poteva
rivelarsi l'errore peggiore della sua vita. Ma stette al suo posto, in piedi, tra l'ingresso e il tinello, ad
aspettare che lui tornasse col trench addosso.
Ora che la nausea sembrava passata Maddalena pot guardarsi allo specchio. E quella faccia,
che avrebbe dovuto essere la sua faccia, stentava a riconoscerla.
Quanto contasse dar retta all'istinto, che le urlava di scappare, non poteva dirlo: sapeva che
fuori da quella stanza tutti i suoi familiari la stavano aspettando, senza chiedersi perch la stessero
aspettando. Poteva capire benissimo quanto di dispotico ci fosse nell'amore incondizionato che lei
aveva preteso da suo padre, perch ora lui non avrebbe osato nemmeno pensare di fermarla. Si pul la
bocca. Si rimise il rossetto. Diede un colpo di cipria alle occhiaie che lo sforzo del vomito le aveva
generato. Costrinse le sopracciglia a distendere quell'arco acuto che l'ansia aveva disegnato.
La presenza di sua madre fuori dal bagno la fece sussultare. Portava il soprabito e l'ombrello
esattamente come quando lei l'aveva lasciata insieme a tutti gli altri per correre a vomitare. La donna la
guard.
 Si fa tardi,  disse Nevina senza levarle gli occhi di dosso. Poi pi nulla.
Restarono a guardarsi.
 Che c'?  chiese Maddalena cedendo, innervosita dall'insistenza della madre.
 Se non lo sai tu? Dimmelo tu che c' . Aspett il tempo necessario perch la figlia potesse
organizzare una risposta. Ma lei taceva.  Se non lo vuoi fare nessuno ti obbliga... Guarda che, come al
solito, hai fatto tutto da sola.
A Maddalena scapp una risata forzata:  Sono un po' nervosa, tu non eri nervosa quando ti sei
fidanzata con babbo?
 No,  la secc l'altra,  per nulla. Sei sicura?
 E si vede che siamo diverse,  ancora Maddalena tentava di mantenere un tono tranquillo.
 Sicura?  chiese di nuovo la madre.
 Ma sicura di cosa? Che cosa volete da me?  grid estendendo quella domanda anche al resto
della famiglia che non si era mossa.
Nevina si morse il labbro pregando Dio che non fosse vero quanto sospettava.  Quando sei
pronta avverti,  le disse raggiungendo il marito e tutti gli altri nell'ingresso.
Si vest in fretta, dando le spalle al letto. Prima di uscire si volt per congedarsi da Raimondo e
Federica che, ancora completamente nudi, erano seduti sul materasso. Lui a rollare una canna, austero e
concentrato come un principe armeno, lei in attesa ammirata come la sua consorte.
 Vado,  disse Cristian.
Entrambi gli fecero un cenno che non era troppo distratto, ma nemmeno troppo convinto,
qualcosa che non li distogliesse da quanto stavano facendo, ma che contemporaneamente non li facesse
apparire maleducati.  Fatti vivo quando vuoi,  lo salut Raimondo dopo aver leccato con perizia la
cartina.  Ci siamo divertiti, no?
Federica fece un sorriso a Cristian.  Non siamo tutte uguali,  gli disse proprio mentre
afferrava la maniglia della porta d'ingresso. Cristian si ferm automaticamente.  Stanotte dicevi che
siamo tutte uguali, ma non  cos,  chiar lei.
Raimondo intanto incener il picciolo della canna e aspir profondamente la prima boccata. 
Sicuro che non ti vuoi trattenere?  chiese, interpretando quella sua titubanza come un ripensamento.
Cristian usc senza rispondere.
Fuori, un'aria gonfia di pioggia a venire trasportava un sentore di salsedine e bile. Come
l'amaro di certe spiagge nelle notti di mare in tempesta. Ma forse si trattava del gusto terribile che
Cristian sentiva sul palato. Aveva fumato e bevuto per due giorni di fila, e c'era stato del sesso, anche
se non lo ricordava esattamente. Ricordava corpi e mani, ricordava bocche. Improvvisamente sent che
stava per vomitare. Lo fece dopo essere riuscito a stento a raggiungere un vicolo abbastanza appartato.
Si asciug le labbra col dorso della mano. Si avvi verso casa.
Per fortuna la trov vuota. Marianna, con le donne Guiso, era andata alla casa di via Deffenu fin
dal primo pomeriggio per i preparativi della festa.
Cos ebbe il tempo per spogliarsi, lavarsi e sbarbarsi con calma.
Pot piangere nel constatare fino a che punto la vita si fosse presa gioco di lui. Ma era un pianto
tranquillo, quasi rassegnato. Pulito e sbarbato si distese sul suo letto cercando un motivo qualunque per
non rialzarsi. Ma non riusc a trovarlo, cos, a fatica si mise a sedere e indoss gli abiti eleganti che
Marianna aveva preparato per lui.
Aveva addosso un freddo che sembrava qualcosa di estraneo, un gelo che veniva dalla stanza,
da quel letto. Quel gelo, ne era certo, arrivava da un altro mondo ed era il frutto di ogni sofferenza
affrontata in quella casa maledetta.
Nessuno avrebbe voluto far nulla perch le cose cambiassero, e questo lo faceva raggelare.
Sapeva fin troppo bene che n lui, n Maddalena, arrivati a quel punto, avrebbero voluto buttare all'aria
tutto. Ecco, non  che non potessero: semplicemente, non volevano. E questo per i romantici di tutte le
latitudini poteva significare che non si amavano abbastanza, ma per loro significava che non si pu
essere felici se si ama a discapito degli altri. E allora infelici per infelici, si erano risolti, senza
nemmeno doverselo dire, di essere infelici con altri, piuttosto che tra loro. Tra loro ci sarebbe stato
rimpianto certo, ma non infelicit. Si amavano smisuratamente, ma non potevano, non volevano,
aversi. Come spiegare? Non si spiega. Si va avanti.
I due giorni precedenti si facevano sentire attraverso le tempie che gli pulsavano e lo stomaco
che si contraeva come se ancora avesse da vomitare, ma non c'era pi nulla che potesse espellere.
Abbottonare l'ultimo bottone della camicia fu uno sforzo superiore alle aspettative, cosicch non lo
fece e tenne la cravatta lenta. Dopo aver indossato la giacca si pettin davanti al grande specchio
quadrato del com. Strinse le labbra per non piangere ancora. Quell'uomo davanti a lui faceva una pena
infinita, come se si fosse ridotto ai minimi termini in poche ore. Sbarbato di fresco sembrava talmente
giovane che nessuno avrebbe potuto ipotizzare che avesse superato la pubert. Se fosse stata presente
Marianna avrebbe potuto enumerare con pedanteria quanti Chironi si erano insediati sul viso e sul
corpo di quel ragazzo sofferente: Gavino, il prozio, col suo stesso colore di capelli; Luigi Ippolito, il
nonno, col suo stesso sguardo grigioverde; Vincenzo, il padre, col suo stesso dolore asciutto.
Appena uscito da casa, aveva percorso due, trecento metri, cominci a piovere a scrosci.
Per fortuna il diluvio era cominciato qualche minuto dopo l'ingresso dei Pes nella casa di via
Deffenu. Tranne Maddalena, loro l dentro non c'erano mai stati, n pensavano di poterci mai entrare.
Eppure erano l. Abbandonarono ombrelli e soprabiti all'ingresso, che gi da solo gli pareva un
appartamento, poi furono condotti in sala dove ogni cosa era stata preparata per il ricevimento. Nevina
guard tutto con una curiosit particolare: gli assetti, le posate, i calici di cristallo. Cercava di non dare
a vedere quanto fosse risentita per non essere stata coinvolta in nessun modo nei preparativi in quanto
madre della fidanzata. Ma era chiaro che i Guiso e i Chironi non intendevano mischiarsi ai Pes prima
del dovuto. Marianna avanz dal fondo della sala per salutare lei e lei sola, il che signific che il
risentimento di Nevina non era del tutto infondato.  Tutto questo lavoro...  disse alla padrona di casa
sforzandosi di apparire tranquilla.
 Non creda che abbiamo fatto noi...  gliss Marianna dandole del lei.  Abbiamo fatto fare,
sono passati i tempi che ci ammazzavamo per cose del genere... Ora le cose sono cambiate, anche le
donne vogliono la loro libert: abbiamo ordinato da fuori.
 Eh,  convenne Nevina,  quando uno se lo pu permettere...
Quello scambio fu interrotto da un breve applauso che gli invitati fecero all'ingresso di
Maddalena in sala.
 Bella creatura,  comment Marianna.  Complimenti davvero,  disse a Nevina.
Quest'ultima la guard stupita.  Complimenti di che? Noi ci siamo limitati a farla, a farla cos
ci hanno pensato da fuori,  tagli, ma badando a tenere un tono medio, che non apparisse in nulla
arrogante.
Intanto Maddalena si guardava attorno per cercare Domenico; lo intravide mentre spuntava dal
corridoio attirato dall'applauso di poco prima e gli and incontro per abbracciarlo davanti a tutti. Scatt
un altro applauso. Mimmu, vestito insolitamente bene, salutava gli intervenuti e li invitava a non farsi
mancare niente.
Marianna e le donne Guiso avevano organizzato tutto davvero bene. C'erano s e no una
settantina di invitati selezionati, molti amici e parenti di lui, pochi di lei. C'era anche qualche autorit
locale, il maresciallo Idini e signora per esempio; il notaio Sini, vedovo, accompagnato dalla figlia
maggiore, zitella; il dottor Marletta, ormai avanti con gli anni, ma sempre straordinariamente in forma;
e, naturalmente, il parroco della Chiesa del Rosario, prete Tanchis. Nella sala i giovani avevano fatto
capannello a parte. Era chiaro che la loro festa sarebbe stata un'altra e che quella a cui stavano
partecipando era solo una concessione ai vecchi.
 Cristian?  chiese Domenico all'orecchio di Maddalena.
 Non so,  rispose lei guardandosi attorno.
 Sei bella,  sussurr lui solleticandole il collo.
 Grazie,  rispose lei.  Anche tu.
A Domenico scapp una risatina nervosa.  Grazie a te, lo so che lo stai facendo per me... Tutto
questo intendo,  disse ispirato.
 Per noi,  puntualizz lei,  lo sto facendo per noi.
Poi si dissero altre cose tipo che lei stava molto bene pettinata in quel modo e che lui doveva
portare la cravatta pi spesso.
Marianna si sedette in un angolo della sala, guard quella che era stata la sua casa come se non
l'avesse mai vista. Proprio da quell'angolo, anni prima, aveva sentito Cecilia che abortiva per la
seconda volta. Era il '56, una nevicata mai vista aveva soffocato Noro come un oggetto prezioso
avvolto nell'ovatta. In quella sala aveva ricomposto i resti mortali di suo marito, ucciso in un tentativo
di sequestro: era il '32, e oltre le finestre si soffocava dal caldo, tanto che il cadavere dovette essere
rinchiuso prima che si gonfiasse. Eppure, chiss per quali assurde intermittenze del pensiero, a lei
quella stagione terribile parve improvvisamente la pi bella della sua vita, colma d'attese e sopportata
solo in vista di un premio in vecchiaia. Premio che non era arrivato. Una ragazzina dei Guiso le si
avvicin porgendo un vassoio colmo di piccole meringhe. Lei rifiut. In fondo alla sala Mimmu e il
maresciallo Idini stavano parlando fittamente.
 Mimm, c'avevi ragione a proposito di Cristian,  stava dicendo il maresciallo.
 Ha fatto qualcosa?  chiese l'altro allarmato.
 No, fatto no, per ora... Ma frequenta gente metzana. Quel Bardi Raimondo, per esempio, 
attenzionato per possesso di stupefacenti ed  implicato con faccende di armi, anche se al momento non
abbiamo potuto fare nulla.
 Ah,  sospir Mimmu,  ma Cristian non c'entra niente maresci...  un po' per conto suo,
ma  un bravo ragazzo.
 Eh, bravi ragazzi sono tutti fino a prova contraria, Mimm. Tu per non saper n leggere n
scrivere digli di scegliere meglio le sue compagnie. Lo vedi che  un brutto periodo, non te lo devo dire
io.
Pi sono pessimi i tempi che si vivono pi dovrebbe avere valore la bellezza. Questo pens
Mimmu senza trovare le parole adatte a farlo. Tuttavia gli bast guardare Domenico e Maddalena che
si abbracciavano per dare forma fisica a quel concetto impronunciabile. Adesso era soddisfatto di non
aver ceduto alla tentazione di mettere in guardia il figlio parlandogli di quanto si andava dicendo in
giro, e cio che quella donna bellissima che ora davanti a tutti l'abbracciava, si era concessa a Cristian
Chironi. Cerc Marianna tra la massa degli invitati che si erano assiepati attorno ai tavoli del buffet,
proprio come si usava nelle case dei ricchi in Continente. Marianna lo intercett a sua volta e con un
accenno millimetrico del mento gli fece capire che anche lei aveva capito: la soluzione che avevano
adottato era l'unica possibile.
Prese a piovere furiosamente proprio quando Cristian stava per imboccare la discesa di via
Ballero. Non aveva con s l'ombrello: aveva scommesso sul fatto che, nonostante minacciasse, non
avrebbe piovuto. E aveva, evidentemente, perso la scommessa. Cominci a correre, ma ci volle un
attimo prima che i mocassini eleganti s'inzuppassero completamente bagnando i calzini. Le spalline
imbottite della giacca assorbirono gli scrosci per rimandare uno stillicidio lungo la schiena e il petto. I
capelli sottili, phonati di fresco, si appiccicarono al cranio.
Quando arriv alla sua casa in via Deffenu si ricord che era quasi un anno, da quando sua
madre Cecilia era morta, che non ci metteva piede.
All'ingresso fu accolto da quella stessa ragazzina che aveva offerto le meringhe a Marianna. 
Non voglio bagnare dappertutto,  le disse Cristian. La ragazza conferm, ma pareva non avesse capito
di che cosa lui avesse effettivamente bisogno.  Un asciugamani!  sbott Cristian, sfilandosi la giacca.
La ragazza ebbe come un'illuminazione e spar all'interno del salone da dove si udivano le voci degli
invitati.
Ma, qualche minuto dopo, fu Marianna a tornare con l'asciugamani.  Dov'eri finito?  chiese
brusca.
Cristian prese a strofinarsi la testa per evitare che gocciolasse. La camicia era diventata un
tutt'uno con la pelle.
Completamente bagnato, con i capelli in disordine e l'asciugamani sulle spalle, attravers la
sala e gli invitati. Domenico si volt a guardarlo e gli fece un cenno, Maddalena si volt con un ritardo
sospetto.
Nella stanza, quella dove sua madre aveva agonizzato, pot cambiarsi con gli abiti asciutti che
Marianna aveva preso dal guardaroba nel corridoio che separava la zona giorno dalla zona notte.
Si era appena infilato un paio di mutande asciutte quando irruppe Domenico.  Perch mi stai
facendo questo?  gli chiese, cos come se stesse riprendendo un discorso appena interrotto.
Cristian non os negare.  Non lo so,  disse.
 Dovresti essere contento. Io sarei contento,  gemette.
Cristian tacque. Cerc in giro un paio di calzini, ma non trovandoli al volo desistette.
 Non vuoi provare a essere contento per noi?  insistette Domenico, come se ne avesse
bisogno per sopravvivere.
 Lo sono... Davvero . E la cosa buffa fu che, mentre Cristian lo diceva, era sicurissimo di non
mentire.
Domenico lo osserv, era pi nudo che vestito, magro e asciutto come un monaco,
immensamente triste come si pu esserlo solo da bambini.  Tutti pensano che io non abbia capito
niente,  scand piano,  ho capito bene che tutto questo  stato pensato per quello che sai... Ma io mi
sono detto che no. Che tu questo a me non l'avresti mai fatto. No. E non ci crederei nemmeno se tu mi
dicessi il contrario...
Cristian lo raggiunse, gli strinse il viso onesto tra le mani e, dopo averlo tirato a s, lo baci
sulle labbra. Un bacio morbido e lungo. Domenico non si sottrasse, rest immobile finch l'altro non lo
distanzi da s semplicemente allungando le braccia.  Basta adesso...  gli sussurr con una dolcezza
mortale.  Lasciami vestire.
Durante la festa, esclusi pochi atti formali, Maddalena e Cristian non si rivolsero la parola, il
che era un modo per dirsi che le cose stavano andando come dovevano andare. Sotto gli occhi vigili di
Marianna questo rito di cui a Noro tutti avrebbero dovuto parlare si svolse senza incidenti. Serviti
alcolici e dolci, serviti i salati e il vino, si pass alla consegna dell'anello. Fino alla sorpresa di una torta
similnuziale che mimava a tal punto la sua sorella maggiore da far commuovere tutti.
Alla fine, con il dominuire della pioggia, scemarono anche gli invitati. Le donne Guiso e
Marianna s'intrattennero per le pulizie senza permettere a Nevina Pes di unirsi a loro. Domenico e
Maddalena si congedarono prima che gli ultimi ospiti se ne andassero, proprio come capita alle coppie
di sposi durante il ricevimento.
Cristian disse che sarebbe rimasto a dormire nella sua vecchia camera. Marianna non protest
nemmeno, per quanto capisse che c'era qualcosa di profondamente autopunitivo in quella decisione.
Lei conosceva uno per uno tutti gli spettri che abitavano in quella casa, ma si guard bene dal mettere
in guardia il giovane pronipote, aveva smesso da tempo di dare consigli a chiunque. Cos disse
semplicemente che, una volta sistemato tutto, avrebbe preparato anche la sua stanza. Cristian prov
blandamente a protestare, ma era troppo stanco, non aveva capito fino a che punto fosse sfinito.
 Bisogna che parliamo . Mimmu era spuntato dal nulla alle sue spalle.
 S, domani magari,  rispose Cristian cercando da sedersi.
Mimmu si sedette a sua volta di fronte a lui, come se Cristian non avesse nemmeno risposto. 
Ma tu lo sai quanto vale l'azienda?  cominci.  Hai un'idea?  Cristian fece segno di s.  Che cosa
stai combinando allora?
 Che cosa?  ripet Cristian, seriamente titubante.
Mimmu lo fiss a lungo.  Niente, proprio niente stai facendo, te lo dico io. Tranne che
frequentare gente metzana e poco raccomandabile. Guarda che noi col settore pubblico ci lavoriamo...
La rispettabilit  tutto. Cosa sta succedendo?  chiese sporgendosi per toccargli un ginocchio.
 Non lo so, non lo so... Mi sento stanco.
 Se ci fosse qualcosa che non va me lo diresti, no? Tu lo sai che per me sei come mio figlio...
Senza una ragione precisa Cristian sent che doveva difendersi da quella manifestazione
d'affetto.  Mio padre  morto,  scand sottraendosi al contatto di Mimmu.
 Lo so, moccioso, lo so bene . Il tono di Mimmu si era fatto improvvisamente tagliente. 
L'ho trovato io. E tu non vali nemmeno un'unghia di quell'uomo.
 Il pubblico e i soldi, questo vi interessa a voi,  accus Cristian guardandolo in faccia.
Mimmu sostenne il suo sguardo, poi scosse la testa.  Bamboccio testa di cazzo,  disse.  Hai
bisogno di una causa? Ti tira il culo perch le cose non sono andate come dici tu? E allora rompi tutto?
Sai quanti me ne mangio di quelli come te? Tu forse mi hai preso per scemo, ma io non sono scemo.
Puoi fregare Domenico, ma io lo so cosa c'hai in testa. E ti dico di stare attento. Molto attento. Perch
se le cose stanno come penso, e non sto parlando dell'azienda, allora ti faccio vedere...
 E che cosa mi fate vedere?  Cristian cominciava ad agitarsi, ma non pot trattenersi.
Mimmu sostenne il suo sguardo senza nemmeno alzarsi.
In quel momento sbuc Marianna:  La stanza  pronta,  disse. Poi squadr i due uomini per
chiedere cosa stesse succedendo.
 Ci siamo parlati,  spieg Mimmu.  Da uomo a uomo,  aggiunse.
 Vai a riposare,  fece Marianna rivolta a Cristian con quel suo tono che era sempre a un
millimetro dal dare ordini.
 S,  conferm Mimmu.  Il riposo  quello che ci vuole. Dormire bene  meglio di
qualunque medicina.
 Quanta saggezza,  comment Cristian dirigendosi verso la sua stanza.
Aveva smesso di piovere. Le strade erano schiene d'anguilla, il cielo sopra Noro una spugna
gocciolante. Dagli alberi, dalle colline intorno, emanava un respiro affannato. Il pianto del mondo
parve si fosse fermato per un tempo indefinito ma, come un singhiozzo residuo dopo la crisi, dal gorgo
dei tempi si era alzato un vento a scatti che aveva composto le nubi in un anello violaceo, da cui si
proiettavano astri luminosissimi. Qualcosa che dava speranza rispetto al disastro precedente. Non si fa
mai caso alle parole, ma a starci attenti si capisce di quale oscurit si parla, di quale assenza d'astri,
quando si pronuncia la parola disastro.
Cristian dorm a strappi.
Comunque sogn di se stesso bambino che parlava col nonno Luigi Ippolito a proposito di
come avesse incontrato sua nonna Erminia.
... C'era la faccenda dello stare assolutamente immobili: il caporale Sanseverino l'aveva detto
spesso che l'unico modo per non farsi vedere al buio era di non muoversi. E disse che perci
aspettarono, davanti al Monte Santo, respirando appena, senza un gesto, seppur minimo.
Lo sai come succede no?, chiese il nonno, che era in divisa ed era giovane.
Cristian fece segno di no, che non lo sapeva.
Luigi Ippolito rise appena: e certo che no, pens, vedendo che suo nipote, contro ogni
previsione, stava muto aspettando che proseguisse.
Si alz un vento lieve che fece l'aria improvvisamente sapida. Ora, a respirare, si poteva
assaporare la notte che incombeva. Luigi Ippolito si sbotton la giubba per gustarsi l'aria sul petto,
esponendo la camicia candida, e accett il sollievo che ne deriv con un mezzo sorriso.
Dunque,  prosegu a un certo punto,  si trattava di non farsi vedere. Eravamo stati piuttosto
fortunati fino a quel momento. Cos, dal nulla si era alzata una nebbia compatta: era dicembre, te l'ho
detto.
Cristian fece s con la testa, l'aveva detto prima che erano in dicembre. E doveva trattarsi di un
dicembre affatto particolare: non troppo freddo, statico, come una porzione d'autunno ostinato che si
volesse dilungare ancora e ancora.
Natale era vicino, ed era il primo che passavamo da soldati,  continu il nonno.  Tutte quelle
cose che facevamo a casa, come la spedizione da don Cabiddu per le parti nella recita, o spalare la neve
dal cortile davanti all'officina insieme a Gavino o, ancora, mangiare intere fette di sebada filante senza
nemmeno aspettare che si sfreddassero, ci sembrarono improvvisamente lontanissime nel tempo. Si
aveva l'impressione che avessimo bruciato millenni in pochi anni. Ma non  di questo che stavamo
parlando...
Cristian guard meglio il nonno: c'era qualcosa di incorrotto in lui, come se, dopo sessant'anni
dalla sua morte, fosse riuscito a conservare una giovinezza testarda. Ma  cos che avviene nei sogni,
no? Che si possa parlare con qualcuno che  morto da decenni come se fosse un coetaneo, per capire
cose che non si possono capire. Sono ostinati certi sogni.
Era dicembre, riprese a un certo punto Cristian, per far s che il nonno non smettesse di
raccontare.
E Luigi Ippolito accenn piano: Un dicembre bellissimo,  complet.  Qui, certo l'estate 
infinita,  riflett,  e quel poco inverno che resta  di una dolcezza malinconica.
Cristian quella malinconia la sapeva interpretare molto bene, per lui l'inverno all'isola era
tempo fermo. Ed era proprio in quel tempo fermo che non aveva altro desiderio che di andarsene pi
lontano possibile.
Fra i ragazzi del plotone,  ricominci Luigi Ippolito,  c'era stata una discussione piuttosto
animata, perch alcuni pensavano che valesse la pena di lasciare ai frati il tempo necessario per
segnalare la resa, altri invece ritenevano che fosse indispensabile giocare d'anticipo e organizzare un
attacco lampo, favoriti dall'oscurit assoluta... Considera che noi eravamo in tutto cinquantasette
uomini, e non sapevamo quello che avremmo imparato qualche ora dopo: e cio che all'interno della
Chiesa di Monte Santo erano asserragliati ottanta soldati austriaci... Davvero fortunati, o forse si
trattava del fatto che quel dicembre del 1915 persino le stagioni si erano stancate di combattere, e si
susseguivano in una sequenza sonnolenta.
Fammi capire,  intervenne il nipote,  la missione era di prendere la chiesa.
Aspett che il nonno confermasse. Lui conferm.
E quindi l'intero monte?
Le due cose erano conseguenti... Non hai sonno?
Cristian aveva sonno, era tornato nella sua camera di bambino, quindi stava dormendo.
Avevi detto che mi avresti raccontato com' che hai incontrato nonna..., s'incapon il
ragazzo.
Non ti dispiace se proseguiamo domani?, domand a quel punto Luigi Ippolito senza
nemmeno prevedere una risposta negativa.
Infatti Cristian fece segno di no, che non gli dispiaceva, ma un po' mentiva.
Domani fu il sogno successivo.
E riguardava il prozio Gavino. Morto in mare.
Ammassato con pi di quattrocento prigionieri nel fondo di una nave da crociera trasformata in
una galera, nel vero senso della parola. Perch lui era italiano, in Inghilterra, quando passammo da
alleati a nemici. Era un altro dei Chironi che si era trovato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.
Proprio nel ventre dell'Arandora Star partita dal porto di Liverpool per raggiungere il campo di
prigionia in Australia. A Gavino, quel viaggio oltre la Manica, sarebbe dovuto servire per salvarsi dai
fascisti che l'avevano pestato per fargli capire chi comandava, e pazienza se era un Chironi.
Di quel prozio Cristian conosceva solo una foto che lo ritraeva giovanissimo in riva al mare...
Aveva sempre pensato che esagerassero nel dichiarare che gli assomigliasse. Dalla foto in
bianco e nero non si poteva stabilire se davvero avesse un colore di capelli identico al suo, come
sosteneva Marianna.
Ma dato che stava sognando forse avrebbe potuto sincerarsi con i suoi occhi se quel colore
corrispondesse o meno. Si sogna a colori?
A Gavino varcare il mare non l'aveva salvato. A suo fratello Luigi Ippolito, invece, la partenza
per la guerra come volontario l'aveva salvato da se stesso. Per lui la letteratura valeva pi che la vita.
Era di quelli che pensano che le cose basta raccontarle perch diventino vere. Credeva nell'alito biblico
che rende carnali le parole. Cos si era impegnato a scrivere una fantasiosa storia che raccontava le
origini della stirpe Chironi, che origini non ne aveva...
Domani fu il sogno successivo.
Il 23 dicembre del 1915, ai piedi del Monte Santo, in un plotone di cinquantadue uomini, in
vista della chiesa sulla cima.
Non che potesse dirlo con certezza, perch n lui n i commilitoni che aspettavano ordini
potevano affermare di vedere granch. Certo in mezzo al nero assoluto che li circondava si
intravedevano lampi come quando due minerali, sfregando l'un l'altro, producono scintille. E si
avvertirono le detonazioni di mine che parevano esplodere in cielo e invece esplodevano all'altezza
della cresta pi alta del monte, dove si trovava il santuario.
Fu l, mentre aspettavano, che il caporale Sanseverino, conosciuto durante lo smistamento, se ne
usc con la faccenda che, in situazioni del genere, meno ci si muove, meno si viene intercettati. Lui
affermava che con la luce di spalle l'unica  rannicchiarsi e restare immobili, disobbedendo alla natura
che ti spingerebbe a correre via per cercare un riparo.
Quando arriva l'ordine,  diceva,  avanzate senza strappi: un passo, aspettare, un altro
passo.
Dalle foto aeree dei dirigibili la cresta della montagna sembrava un ippocampo o, per chi avesse
abbastanza fantasia, uno squalo martello.
Nella notte dei tempi il mare aveva accarezzato le sponde dolomitiche con affetto, ma c'erano
stati momenti, anche recenti, solo millenni, in cui le aveva spossate con onde ruggenti che si erano
ritirate dopo aver generato la valle. La stessa dove si lasciavano ingoiare cinque fanti andati in
avanscoperta.
Improvvisamente dalla cima arriv il segnale di resa: tre razzi bianchi, come quando, riportata
alla sua nicchia la Madonna, cominciano i fuochi d'artificio. Quando al sacro segue il profano.
Non appena i cinque fanti intrapresero la salita dovettero rendersi conto che le pendici della
montagna erano abitate pi densamente di quanto ci si sarebbe aspettati. Per lo pi comunit di pastori
o boscaioli con le famiglie.
In fretta e furia ci diedero l'ordine di avanzare. Cristian si mise comodo. Luigi Ippolito
prosegu col racconto: Ci dissero di avanzare facendo un certo rumore. Cos correvamo e gridavamo,
come facevamo noi quando, da ragazzi, alla sagra, sui cavalli bardati, volevamo farci belli con le donne
che ci piacevano...
Ma tu qui, sull'isola intendo, non ci volevi pi tornare?, chiese all'improvviso Cristian.
La risposta era semplice, ma il nonno ci mise un po' per rispondere. S,  disse a un certo
punto,  ci sono tornato no?
Si guardarono come si guarda chi sa: in quel racconto il nipote cercava un appiglio,
un'autorizzazione. Il vecchio invece cercava di dare un corpo all'assenza.
Cos sei corso insieme agli altri verso la cima, lo rintuzz Cristian.
Insieme a tutti gli altri,  conferm il nonno.  Faceva un effetto strano calpestare quel
territorio. Il buio era totale perch non esisteva alcun tipo di illuminazione, i pochi abitanti avevano
sperimentato la conseguenza pi diretta della guerra, e cio di precipitare all'indietro nei secoli.
D'improvviso, al calar della notte, si cambiava era: ogni luce era proibita... Per il resto si tentava di
resistere autosufficienti, i montanari strappavano piccole conche coltivabili alla roccia. Appena
intrapresa la salita sentimmo un trambusto di persone che ci venivano incontro agitando fiaccole,
qualcuno aveva lampade ad acetilene: Qui, gridavano. Qui! Erano donne per lo pi. E bambini.
Anche la nonna?, domand Cristian a bruciapelo.
Luigi Ippolito scosse la testa. Non ancora,  disse,  la nonna no.
Quindi corsero verso il santuario, per aggiungere un fazzoletto di terra all'assurdo computo
catastale di quella guerra... Sentirono, sotto gli scarponi, la natura tagliente della montagna, come una
frantumazione di aromi smossi dai passi. Dentro all'oscurit percepirono la sontuosit della stoffa
drappeggiata, un telo rustico piegato alla meglio, o buttato l, in cui la risacca testarda dei venti gelidi
aveva trasformato la roccia. Presa per sfinimento la montagna aveva trovato una forma, si era adattata
alle correnti, aveva ceduto per non soccombere sfarinandosi ai bordi come certi dolci da forno
fragilissimi e croccanti. Quanto restava era la schiena di un cetaceo, un'altura che avrebbe ceduto nei
millenni successivi, ma che ora aveva le qualit di una terra emersa, dove i probi avrebbero potuto
scampare al diluvio che li circondava.
Un po' corsero, un po' restarono in attesa come il caporale Sanseverino aveva detto di fare. Si
dispersero alle imboccature dei tratturi, sostarono nelle pieghe della parete rocciosa, si dissolsero nella
consistenza assorbente della terra.
Luigi Ippolito nemmeno si accorse di salire, se non fosse stato per un vago incidente del respiro
che si accorciava via via. Poi cap che in basso, a valle, le mine antiuomo saltavano in aria
lampeggiando, e si accorse, grazie a quei bagliori istantanei, di essere completamente solo. Sent dei
colpi sfiorarlo e andare a schiantare la roccia. Si tast il petto per sincerarsi di non essere ferito. Era
capitato tantissime volte che una scheggia fosse cos veloce da non avvertirla quando attraversava il
panno grigioverde e poi il cotone della camicia fino alla pelle, per conficcarsi nella carne e provocare
un sanguinamento lentissimo. Non era ferito, ma in quel buio totale, senza stelle, senza luna, si sent
perduto. Finch, dalla valle sottostante, o dal fianco di una montagna vicina, non si origin un cono di
luce persistente che l'invest infilandosi nella notte violacea; quella scia luminosa risvegli qualche
cespuglio d'artemisia e agrifoglio in sonno, produsse un pulviscolo brillante che and a disperdersi fino
all'infinito oltre i caprifogli.
E fu allora che se la trov davanti. Erminia Sut. Nome e cognome: nei sogni si possono
conoscere perfettamente i nomi e i cognomi delle persone prima ancora che esse stesse li pronuncino.
Erminia dunque era l, in piedi, raggelata come se anche lei avesse ascoltato l'imperativo di salvarsi
nell'immobilit. I suoi occhi colpiti in pieno dall'esplosione luminosa rimandarono una curiosit senza
inquietudine, come capita a quelle bestie che ancora credono alla bont degli umani.
Lei non fugg e lui non fugg. Luigi Ippolito poteva dire con certezza, come una percezione
prima di qualunque percezione, di conoscere la donna che aveva davanti; e poteva proclamare di non
aver mai considerato la perfezione della natura fino a quei termini di evidenza assoluta. Il fascio di luce
si spost verso il basso, leccando il suolo, come per illuminare il sentiero dietro a lei. E lei ancora non
si mosse, sapeva che da quello stesso anfratto da dove si era palesato Luigi Ippolito Chironi (anche lei,
incredibilmente, nel sogno di Cristian conosceva cose impossibili da conoscere), secoli prima era
comparsa la vergine Maria alla pastorella Orsola Ferligoi. Sapeva che da quell'uomo armato non
poteva arrivarle nessun pericolo...
 cos che avvenne?  cos che Luigi Ippolito Chironi da Noro incontr Erminia Sut da
Cormons? Nel sogno fu cos.
Fin che grazie all'oscurit e al buio prendemmo il monte, concluse Luigi Ippolito. Sentiva
arrivare quella tristezza precisa che lo assaliva quando ripensava alla prima volta che aveva visto la
donna della sua vita. Era quell'angoscia che l'aveva fatto impazzire. Era stato correre, estenuarsi,
dubitare prima che il fascio di luce illuminasse la sua donna, prima che lei gli allungasse la mano per
portarlo al centro di se stesso; prima che lei gli rivelasse che era esattamente l che lui doveva arrivare.
E persino ora che erano morti, dopo un soffio appena di vita in comune, nel sogno frantumato di
Cristian, lei appariva immobile, davanti a lui a indicargli il cammino per raggiungerla. Bellissima...
Dei rumori in cucina lo svegliarono di soprassalto. Era Marianna che preparava la colazione.
 Hai dormito qui?  le chiese Cristian.
 No,  disse lei.  A casa . Marianna per casa intendeva quella di San Pietro.  Ma
stamattina mi sono svegliata presto, e mi sono detta che se qualcuno non ti preparava la colazione tu te
ne stavi a stomaco vuoto. E invece mangiare bene al mattino  la cosa pi importante.
 Andavo al bar,  butt l Cristian. C'era un cesto di ciambelle fragranti al centro del tavolo, il
giovane ne sbocconcell una mentre aspettava il latte e il caff caldo.
 Appunto,  fece Marianna,  le ho viste le porcherie che vendono al bar...
 Ho sognato nonno. Aveva la stessa faccia che nelle fotografie . Nella voce di Cristian c'era
quel filo di titubanza di chi racconta i sogni cercando di mantenere a mente pi particolari possibili.
Marianna pos il bricco del latte sul tavolo senza far rumore per non interrompere lo sforzo che
il nipote stava facendo per ricordare.
 Ho sognato di quando ha visto nonna per la prima volta,  concluse versando il latte fumante
nella tazza.
 Tua nonna? La friulana? Sar ormai di ritorno per il Giorno del Giudizio . A Marianna
scapp da ridere.  Come hai fatto a sognartela? Non l'ha mai vista nessuno, non credo che esista
nemmeno una fotografia...  Pi che una domanda, quella della donna sembrava un attestato di puro
scetticismo.
Cristian scroll le spalle.  E che ne so io, mica i sogni si possono governare, no? C'era anche
lo zio Gavino...  aggiunse, ma come se stesse parlando di qualcosa che si stava allontanando,
sbiadendo inesorabilmente.
Solo su un punto tacque: che la nonna friulana, sconosciuta, nel suo sogno, aveva il viso di
Maddalena.
Seguirono giorni strani, come gli assestamenti successivi a un terremoto. Cristian passava il
tempo nei cantieri, Domenico per lo pi in ufficio. Il che la diceva lunga su quale fosse la differenza
sostanziale tra loro. Stavano curando, tra le altre cose, la ristrutturazione di un edificio su corso
Garibaldi: una casa padronale di cui, sfuggendo a qualunque vincolo, era stata triplicata la cubatura.
Ora che non si occupavano solo di ferro i Chironi e i Guiso avevano dovuto fare i conti non
soltanto con l'apparenza della decorazione, ma anche con la sostanza della struttura. Ottenere i
permessi, sapersi muovere nei corridoi, era diventato importante forse di pi che saper fare bene le
cose. Quando l'ingegnere comunale, l'assessore di turno, l'ufficio competente, chiudevano uno, o due
occhi, anche se non era stato sistemato nessun mattone, la casa era pressoch fatta. E qui interveniva
quella che Domenico Guiso aveva chiamato rispettabilit. Nei tempi nuovi gli stracci del boom
economico erano arrivati in Barbagia con la potenza di fuoco di una promessa da mantenersi a tutti i
costi. Il brutto diffuso, similcittadino, avrebbe sostituito l'estetica rustica del posto, perch solleticava il
provincialismo senza fondo di quel mondo estremo. C'erano voluti decenni, ma il salto era stato fatto.
Ora l'assetto coerente dell'abitato si era trasformato in un dedalo scomposto, senza un centro, senza un
cuore. Fuori da qualunque ragionevolezza si erano concessi permessi edilizi in zone totalmente
abusive. La richiesta era di case grandi, senza badare a spese. Case a pi piani, per coppie di anziani o
sposini novelli. Case enormi per contenere il nuovo ego che quella fortezza stava coltivando. Un ego
ignorante, smerciato come progresso. Oltremare l'ingresso della nazione nel club dei grandi della Terra
si stava inaugurando nel sangue, ma in Sardegna, in Barbagia, dopo la stagione cannibale dell'Anonima
Sequestri, con un decennio di ritardo, si assaporava un senso di rinascita. E persino la delinquenza si
era evoluta in un'agenzia di ci che veniva definita adesione tra banditi comuni e cellule terroristiche.
Il che significava essere pi realisti del re, come al solito. Significava che al vecchio, romantico refrain
intorno al ridistribuire le ricchezze, si stava sostituendo lo spirito aziendale, quello di sequestrare, o
rapinare, per finanziare gruppi terroristici. Era sempre stato facilissimo confondere i due piani, in
questa parte di mondo dove senza soluzione di continuit aveva abitato il concetto della delinquenza
necessaria. Ma da sempre ci che era necessario scaturiva da bisogni indotti.
Fare il suo mestiere significava per Cristian capire questo fin troppo bene. Lui approvava i
gruppi dissidenti un attimo prima che giustificassero la violenza. Per Domenico quelli erano
delinquenti e basta. A lui terrorizzava persino il pensiero che Cristian, seppur superficialmente,
considerasse l'ipotesi di discuterci. Alla fine di quegli anni Settanta Noro era torbida e turbolenta
come lo sono i fratelli cadetti in certe famiglie, che hanno paura di essere amati meno di quanto amino.
Cinica, ma non scettica. Intelligente, ma non colta. Furba, ma non profonda. Convinta di avere tutto
sotto controllo, ma incapace di percepire l'inizio della fine.
Chi avesse visto il sorriso di Mimmu mentre offriva un caff al capo dell'ufficio tecnico del
comune, avrebbe capito con chiarezza che in quell'orto concluso crescevano, ancora per poco, piante
altrove estinte.
Ma il cantiere dei cantieri, quello su cui valeva la pena di impegnarsi, era la costruzione del
nuovo centro polivalente che avrebbe seguito la demolizione della Rotonda, le vecchie carceri
ottocentesche, insieme alla Cattedrale  unico edificio insigne della citt. C'erano da ricercare materiali
e stimare percentuali. Quantit di cemento e mattoni; numero di ore lavorative, e numero di manovali
impiegati.
Per questo fu necessario organizzare un viaggio in Toscana, a Carrara, per ritirare certi
campioni di marmi pregiati per i rivestimenti dell'edificio pubblico.
 Perch stai piangendo adesso?  chiese Domenico a Maddalena.
Lei non stava piangendo, semplicemente le era venuto il respiro grosso non appena lui si era
fatto da parte sfilandosi.  Non piango,  disse. Ma non poteva rivelargli che quella specie di
singhiozzo era un residuo d'orgasmo, perch se no avrebbe dovuto spiegargli che avrebbe gradito si
fosse trattenuto ad abbracciarla senza scappare non appena eiaculato. Di Domenico si poteva dire che
avesse un senso innato del dovere. E che, una volta espletato, non vedesse l'ora di passare al dovere
successivo.
 Va tutto bene?  chiese lui, ma con la giusta ingenuit, senza che quella domanda sembrasse
una richiesta di voto per la prestazione appena portata a termine.
Maddalena gli guard le spalle piene e la pelle di una luminosit impressionante, fanciullesca.
Tutto il contrario di Cristian, di cui si poteva dire che fosse un bambino con l'istinto dell'adulto
navigato. Prov una strana tenerezza per quel maschio ignaro che ora si era voltato per sorriderle.
Giur a se stessa che l'avrebbe ingannato solo quanto bastava per mantenere in piedi la menzogna
dell'amarlo. Ma si disse che non era uno con cui fosse insopportabile quella menzogna. Era un uomo di
una dolcezza pericolosa Domenico, perch non aveva mai potuto amare incondizionatamente se non
Cristian e lei. In quest'ordine, che era un ordine che Maddalena poteva capire benissimo.
 A che pensi?  insistette lui, allungando la mano per accarezzarle il viso.
 Che non  prudente quello che abbiamo fatto. Cos, senza precauzioni,  chiar.
Domenico si distese a pancia in su, incrociando gli avambracci sulla fronte.  E che fa? 
riflett lui dopo un po'.  Se sar, metteremo a posto le cose. Non ho intenzione di disonorarti .
Maddalena, non vista, sorrise perch quella che Domenico aveva appena pronunciato poteva sembrare
una frase ironica, persino sarcastica in bocca a chiunque altro, ma non scandita da lui.  Per quanto mi
riguarda io e te siamo gi sposati,  puntualizz infatti.
Maddalena gli pos la testa sul petto. Sent il suo cuore forte e il calore morbido della sua pelle
liscia. Chiuse gli occhi e pens alla creatura che portava in grembo. L'aveva capito dalla prima nausea
mattutina.
Stettero immobili senza parlare, nella calma assoluta di un silenzio forte come un filo d'acciaio
teso. Coltivare quel silenzio era l'unica via di salvezza, disse a se stessa. Gli sfior il torace con le
labbra socchiuse. Domenico spalanc la bocca.
Squill il telefono. L'uomo si divincol per andare a rispondere. Si alz in piedi trascinandosi il
lenzuolo per coprirsi. Maddalena lo vide intento ad ascoltare, poi borbottare qualcosa rassegnato prima
di riagganciare.
 Mio padre,  annunci rimettendosi i calzini.  Dice che a Carrara ci devo andare con
Cristian, perch dice che ci dobbiamo abituare a lavorare insieme, capire che c' differenza tra essere
amici ed essere colleghi di lavoro, e cos via... Ora devo andare, amore . E pronunci amore come
se avesse provato a dire quella parola da solo davanti allo specchio.
Maddalena non voleva aprire gli occhi.  Va bene,  gli rispose dal suo buio.  Non fare tardi .
Ma era come se parlasse a se stessa.
Domenico smise di abbottonarsi la camicia.  Se vuoi resto,  disse.  Che succede?
 Niente davvero,  ment lei, ma non troppo. Perch improvvisamente aveva sentito una fitta,
come se la certezza che dentro all'oscurit che stava costruendo non potesse crescere niente di buono.
 Questa faccenda dell'appalto grosso lo sta facendo diventare matto,  sospir Domenico
riferendosi a Mimmu che era pi nervoso ora che l'appalto gli era stato assegnato piuttosto che prima
quando ancora l'esito non era stato pubblicato.
 Solo questa faccenda?  puntualizz Maddalena con un sorriso malizioso.
Domenico sorrise a sua volta.  C'hai ragione,  concord,  quando mai mio padre non 
nervoso? Ora si  fissato che Cristian ci fa perdere il lavoro... Quei due non si prendono in questo
periodo, e io ci finisco in mezzo.
Mimmu appoggi duecentomila lire sul tavolino, senza nemmeno una busta per contenerli. Li
estrasse dal portafogli e li pos accanto al bicchiere di vino che il ragazzo davanti a lui aveva appena
vuotato. Il volto di Raimondo Bardi s'illumin.  Un lavoro da nulla e ben pagato,  chiar l'uomo.  E
ti fai una gita in Continente. La patente ce l'hai, no?
 S, s,  conferm l'altro. Vestito pareva pi grosso.
 Vi imbarcate a Olbia e sbarcate a Livorno, poi Carrara e ritorno,  spieg.  Il tuo compito 
guidare e controllare che non succeda niente tra quei due, mi spiego?
Raimondo ancora fece segno che s, che si spiegava. I Chironi e i Guiso si muovevano con
cautela, vista la loro posizione e il loro patrimonio.  Nel caso ho quello che occorre,  disse il ragazzo
mimando una pistola col dito indice puntato e il pollice verso l'alto.
Mimmu assent.
 Grazie,  disse a un certo punto Raimondo, dimostrando un'educazione imprevista.  Grazie
che avete pensato a me,  complet intascando le banconote.  Cristian lo conosco, cos almeno non ci
annoiamo,  s'entusiasm.
  proprio per questo che ho pensato a te,  conferm Mimmu porgendogli le chiavi di un
Transit.  Proprio per questo.
Se a Raimondo Bardi lo mettevate in costume locale o, come dicevano i signoroni della pro
loco, in abiti tradizionali, lui era l'uomo pi felice del mondo. Non c'era da chiedergli perch. Lui
sentiva una sicurezza dentro all'orbace, un'armonia tale che persino il suo corpo tozzo e peloso
diventava bello, avvolto da quell'involucro.
E poi c'era tutto un altro orgoglio. Con l'abito dei padri pastori a Raimondo Bardi gli sembrava
di valere di pi, di avere pi voce in capitolo. Cos, finito il turno al cantiere, non vedeva l'ora di
tornarsene a casa e vestirsi come piaceva a lui. Nudo era una razza, un oggetto antropologico. Poi, gi
con la camicia candida, plissettata, arrivava la cultura.
Con quella camicia addosso Raimondo riconosceva in s Bardi Raimondo Pietro Serafino, di
Dionigi e Pasqua. Alle ghette diventava de Sos de Tauledda. Fino alla chintorja, alla cinta di cuoio
lavorato che rifinisce tutto, quando era, definitivamente, Remundu, o Mundeddu...
 Vedi? Il diavolo spiuma le colombe celesti. E fa la nevicata,  sussurr Cristian con la nuca
sul poggiatesta del Ford Transit seconda serie.
Avevano imboccato la strada di Marreri, che a Dio piacendo sarebbe stata solo un ricordo non
appena fosse stato inaugurato l'imbocco della 131 da Prato Sardo. Per ora tuttavia, curve su curve. In
mezzo alle querce, agli agrifogli, agli asfodeli. I graniti, in quel preciso versante del Monte Orthobne,
si erano coperti di muschio per l'inverno, come se anche la pietra soffrisse il freddo.
Raimondo aveva preteso un mezzo con la radio e il mangiacassette: si era portato la musica da
casa e ora affrontava le curve sostenuto da Us and Them a tutto volume.  Hai detto qualcosa? 
domand a Cristian azzerando l'audio dell'impianto. Cristian fece segno di no. Fuori dal mezzo si
raddensava un tempo fermo.
 Dici che nevica?  chiese Raimondo, come se avesse razionalizzato in ritardo la frase
pronunciata poco prima dal suo passeggero.
Cristian inarc le sopracciglia senza preoccuparsi che l'altro, intento a guidare, non potesse
vederlo. Ma l'altro per qualche ragione percep quella risposta:  L'aria c' tutta,  conferm prima di
far ripartire a palla il pezzo musicale.
Loro correvano e la terra restava l, solenne. Grazie a qualche colpo di vento poteva salutarli,
come con un lieve cenno della mano, ma niente di pi. Ogni tanto un corvo, padrone del gelo, inveiva
contro il silenzio di vetro. Greggi di pecore stordite si aprivano come le acque del Mar Rosso per fare
spazio alle poche autovetture di passaggio. Ancora ci si poteva illudere di essere gli unici spettatori
dell'impasto del mondo nel suo agglutinarsi. Ancora dalle lame taglienti del Corrasi si sprigionavano
quelle scie d'acciaio che definivano la genesi stessa delle montagne, come se quelle pareti avessero
assorbito la luce divina nel momento stesso in cui luce fu. Ancora dalle piante, fino dai terebinti, dalle
acacie spinose, dai sambuchi  che per loro natura sono profittatori  esalava al fondo il fetore
primordiale.
Intanto i Pink Floyd facevano il loro sporco lavoro di far sembrare importante ogni inezia, bella
ogni bruttura.
Raimondo cominci a tirare su col naso.   pi forte di me,  si giustific.  Questo pezzo mi
fa piangere.
And in the end it's only round and round and round
Haven't you heard it's a battle of words
 Ecco, qui! Che dice qui?  s'infervor Raimondo mentre il pezzo saliva.
 Che  tutto un girare a vuoto, che sono solo parole...  riassunse Cristian.
Fuori dal Transit la cava di sabbia di Siniscola si univa al saluto. Da l in poi si trattava di
attraversare piccole localit costiere che stavano per diventare le sorelle dimesse di altre ben pi
rinomate. Il mare faceva il suo assolo di piano.
 S,  conferm con passione,   proprio cos e tutto un girare in tondo, come gli asini .
Quindi azionando la freccia destra, segnal che stava per accostare.
 Che succede?  chiese Cristian.
 Niente,  fece quell'altro.  Mi scappa da pisciare.
Pisciarono contro la luna come il poeta contadino.
Ebbero appena il tempo per accennare al fatto che, all'ultimo momento, Domenico avesse
deciso di non partire.
Al porto di Olbia dovettero attendere che imbarcassero tutte le auto private prima che gli
permettessero di entrare nel traghetto. Era come se dessero cibo a un enorme cetaceo metallico. E del
cetaceo quel mezzo aveva il fetore. Cristian non poteva sopportarlo. Tutte le volte che aveva fatto
quella traversata aveva maledetto il suo destino di isolano. Raimondo sembrava non soffrirne affatto,
anzi: se si escludeva la commozione di poco prima, non sembrava soffrire di niente.
Presero possesso della cabina a due posti, poi decisero di andare a mangiare nel pessimo
ristorante della nave dove si potevano gustare maccheroni da ospedale, patate e cotolette gommose,
fritture di calamari untissime, qualche frutto di stagione, pane raffermo e vino scadente. Nonostante la
nave fosse semivuota il self-service era comunque pieno. In quella stagione viaggiavano i camionisti,
tutti quelli che si spostavano per lavoro, qualche sparuto turista invernale. E alcune famiglie che
raggiungevano chiss dove parenti malati, o padri emigrati...
Verso mezzanotte il traghetto cominci a vibrare, poi, nel giro di mezz'ora a oscillare
lentamente, quindi, intorno alle due a oscillare con decisione. Raimondo russava. Cristian si sforzava di
prendere sonno e in qualche modo ci riusc perch a un certo punto ebbe come la sensazione di trovarsi
in piedi sul marciapiedi di una stazione ad attendere un treno in ritardo. E si sentiva come se aspettasse
qualcuno: la donna amata, un amico, un parente caro, che avevano promesso di raggiungerlo, ma non
arrivavano. Era sicuro di essersi mosso per tempo: odiava far aspettare, almeno quanto aspettare. Si era
preparato con pignoleria, perch l'essere adeguati, e decorosi, era per lui parte integrante della regola
dell'accoglienza. Per l'amata aveva comprato fiori di campo, per un amico aveva predisposto un sorriso
e una stretta di mano, per un parente caro aveva preparato una stanza e un letto puliti. Si era visto
trattenere il respiro mentre osservava il treno spuntare, appena superata la curva del binario. Dopo che
il treno si era fermato aveva guardato con apprensione oltre le spalle dei passeggeri che affollavano la
banchina del binario.
Oh s, stava sognando di aspettare la vita in questo modo, con apprensione, e una certa ansia di
prestazione, temendo di non essere adeguato all'incontro, ma lei non era arrivata. Lui non era arrivato.
Cos il marciapiedi si era svuotato in un lampo e lui si era visto rimanere l, con i suoi fiori di campo, i
suoi sorrisi, la sua impacciata compostezza e il pensiero di aver preparato inutilmente un letto fresco di
bucato per qualcuno che non sarebbe arrivato mai. Quell'imponderabile istante prima che ogni cosa
svanisse l'aveva riportato su quel binario come se, ostinatamente, ancora tentasse di incontrare la Vita
anzich la Morte.
Nero.
 Tutto bene?  lo stratton Raimondo.
Cristian spalanc gli occhi, riconobbe il chiuso della cabina e prese coscienza dell'oscillare
ostinato.  Che succede?  chiese.
 Stavi gridando,  specific quell'altro.  Mi sono spaventato.
 Ma che gridando,  s'innervos Cristian,  non sono riuscito a chiudere occhio da quanto
russavi . Eppure poteva sentire addosso la malinconia di quell'attesa inutile appena sperimentata al
binario.
Stettero in silenzio per un po'.
 Dormi?  chiese a un certo punto Raimondo.
Cristian non dormiva, ma non rispose.
All'alba bussarono alla porta della cabina perch la lasciassero, in modo che gli inservienti
potessero pulirla durante le operazioni di scarico della nave. Era una mattina strana che ovattava il
chiasso del porto. A Cristian Livorno sembrava color di ciambella, ma forse si trattava del fatto che
aveva fame. Entrati nel Transit Raimondo si accese una sigaretta, spiegando che se non aveva fumato
nella cabina della nave non era stato per delicatezza, ma perch aveva lasciato in macchina il pacchetto
e dopo cena non gli avevano permesso di andarlo a prendere. Cristian apr il finestrino.  Appena trovi
un bar fuori dal porto fermati,  disse.
Raimondo fece segno di s.  Agli ordini,  aggiunse canzonandolo, ma non troppo.
L'aria salsa riempiva l'abitacolo, ma aveva una qualit estranea; persino la luce era diversa in
questo versante.
Pochi metri dopo l'uscita del porto da una gazzella dei carabinieri tre uomini in divisa gli fecero
cenno di accostare. Raimondo accost. Il maresciallo, giubbotto antiproiettile e mitraglietta, li invit a
consegnare patente e libretto di circolazione e poi a uscire dalla macchina. Gli altri due si guardarono.
Raimondo e Cristian obbedirono.
 Dove siete diretti?  chiese il maresciallo.
 Carrara,  rispose Cristian, tentando di apparire tranquillo.
 Lavoro?  insistette il graduato.
 Devo trattare dei marmi per la mia ditta.
 Vedo,  conferm il carabiniere senza levargli gli occhi di dosso.
 Possiamo controllare che c' nel portabagagli?  chiese fingendo che quello che aveva dato
non fosse un ordine.
Raimondo guard Cristian come a dire che se aveva qualcosa da dichiarare quello era il
momento giusto per farlo. Intanto i due carabinieri avevano spalancato lo sportello posteriore del
Transit e constatato che il vano era vuoto. Passarono interi minuti di silenzio assoluto in cui
misteriosamente i due carabinieri continuavano a trafficare nel retro dell'automezzo. Finch:  Armi! 
url uno dei due.
 Armi? Che armi?  reag Cristian.
 Se  alla mia pistola che vi riferite  regolarmente registrata, posso esibire il porto d'armi, 
prov ad anticiparlo Raimondo. Ma non era di una pistola che si trattava: in un doppiofondo del vano
posteriore erano stivate una decina di mitragliette e munizioni.
 Ci hanno voluto fregare,  sussurr Raimondo.
Intanto il maresciallo agitava l'arma e invitava gli altri due ad ammanettarli. Diceva che la
spiata era stata giusta.
L'aria era diversa, la luce era assolutamente diversa, ogni suono era diverso, tutto, tutto era
diverso.
Cristian fece dapprima un passo avanti, come un soldato impavido che andasse incontro alla
bocca del cannone. Certo percepiva Raimondo che gli diceva qualcosa. Ma era tutto troppo diverso e si
vide avanzare verso il militare armato. L'altro, completamente stupito da quella pazzia, fece persino il
gesto di farsi da parte. Cos Cristian prese a correre. A correre, quanto era diverso quel terreno. Era
come se improvvisamente si fosse ricordato di qualcosa di improcrastinabile. Certo avvert la sagoma
di Raimondo che trattenuto a terra tentava di svincolarsi. Poi sent il sibilo delle pallottole all'altezza
della coscia destra, poi del collo, poi una fitta all'orecchio, come una rasoiata. Poi vide che la terra era
finita e si lasci andare.
... Era stato come guardare un'onda che si forma all'orizzonte. La cresta di terra nera, smossa,
avanz come un oceano impetuoso e, tuttavia, troppo viscoso per correre veloce; troppo melmoso per
sorprendere. Si trattava di stare a riva, e attendere, con calma, l'impatto. E invece si butt, sent
l'impatto gelido dell'acqua che lo ingoiava. Ma gli parve comunque di aspettare guardandosi aspettare,
come se l'obiettivo primo di quell'impeto lentissimo non fosse lui, ma un altro, che era esattamente
come lui.
Dentro al mare avvert appena il ronzio dei proiettili che venivano sparati dalla banchina... Era
tutto cos diverso.
Era vedersi attendere la morte, da spettatore, nel teatro delirante del sonno della ragione.
Una raffica arriv troppo distante per sembrare pericolosa.
Come un boato che si origini dalle viscere degli oceani, e che, inesorabilmente, si personifichi
in una montagna d'acqua semovente.
Come un vomere gigantesco che, incidendo nel profondo le zolle, provochi lembi che si
contorcono per trovare altri spazi.
Si sent soffocare, perch non stava nuotando, n restando a galla. Stava solo fuggendo.
Nero...
Dalla banchina lo videro sparire sotto la superficie del mare appena increspato. Le correnti lo
portavano al largo. Il maresciallo corse alla gazzella per allertare la guardia costiera.
Poi risorse: per un momento pot respirare...
Era stato come sfinirsi per ostinazione. Vegliare, per una consegna, lavorar di pialla, o di
scalpello, tutta la notte. Spegnersi gli occhi a furia di concentrazione.
Nero...
Raimondo urlava che facessero qualcosa, che era ancora vivo... Ma i carabinieri furono
irremovibili, quanto capita in mare a loro non compete.
Come arrendersi al sonno, era stato. E nel sonno ricordare tutto...
Ricord di quando i raccolti sembravano oceani, infiniti mari fluttuanti contro il sole a picco.
Ricord giganti curvi, trapassati dai raggi roventi, che tracciavano scie fra le spighe a furia di falci.
Ricord le squame cangianti dei pesci in qualunque ruscello, o lago, o fiume, li avesse pescati, e la
roccia, o sabbia, o manto erboso su cui li aveva scaraventati ad agonizzare nell'aria. Poi si ricord del
congedo, all'ospedale oncologico, degli occhi umidi di sua madre che l'aveva accompagnato fino alla
fine temendo che lui avesse pi paura della morte di quanta ne aveva lei... Tutto, ricord, con minuzia,
anche i secondi, i minuti, l'afasia che precedeva il pianto, come una tosse trattenuta. E l'incredulo
sciogliersi di ogni certezza, simile al divincolarsi di un topo in trappola. Poi, ancora l'odore sudoroso
del terreno smosso, quasi il suolo restituisse sangue dopo averne ingoiato a litri. Tutto ricord, tutto. Il
mese e l'anno, il municipio in cui era stato registrato, la chiesa in cui era stato battezzato, Maddalena
che l'aveva baciato, e persino il bacio dato a Domenico. La maestra che l'aveva punito, il parroco e il
bisnonno che l'avevano redarguito, l'amico che gli aveva sorriso e pure quello che l'aveva tradito. I
pianti ricord, l'odore di pane caldo e latte, la fragranza del dolce appena uscito dal forno, il vino
bollente con chiodi di garofano, l'acquavite per il mal di denti, e il fegato ancora caldo del maiale
appena macellato, la lana svelta dalla groppa della pecora a furia di cesoie, e la consistenza viscosa dei
capezzoli della vacca.
Tutto, tutto, tutto ricord, ora che annegava... Il prozio morto anch'egli in mare. I riccioli di
Maddalena. Il gelsomino selvatico nel cortile di zia Marianna.
Tutto, tranne il suo nome.
Quello non riusciva a ricordarlo.
Nero.
La Parola Profonda
Noro, aprile 1979.
Era certa che, all'Antico dei Giorni, a Dio fosse bastato posare il palmo della mano sulla crosta
ghiacciata della Terra per generare il Diluvio. E, per questo, pensava che ogni suo atto creativo fosse
dipeso dal celarsi piuttosto che dal manifestarsi. Ogni volta che Egli aveva voltato le spalle, l'uomo, da
Lui Stesso creato, aveva tentato d'imitarlo, e si era evoluto, si era ingegnato, era progredito; al
contrario, quando Egli si era palesato, quando aveva guardato in faccia la sua creatura, quest'ultima
non era riuscita a reggere lo sguardo: aveva ripreso a balbettare, era ritornato cavernicolo. Era
indietreggiato di millenni. L'umanit non sarebbe nient'altro che un bambinetto da formare, da
sopportare nelle sue smisurate presunzioni, da punire quando  necessario. Cos era il Creato per
Marianna. Per lei che Cristian fosse morto non faceva pi alcuna differenza. Era nelle cose. Non
avrebbe pianto. Ma era furibonda. E se era tanto furibonda dipendeva solo dal fatto che non riusciva a
capire in quale momento preciso le fosse sfuggito il segnale chiaro di quella morte. Pos la mano
bollente sul piano del tavolo e ce la tenne finch non sent scorrere il freddo del marmo lungo
l'avambraccio.
A Mimmu parve per un attimo che Marianna volesse afferrare il foglio e la penna che lui vi
aveva posato. Ma si sbagliava, perch lei quel foglio e quella penna non pareva averli visti. I suoi occhi
spalancati non guardavano niente, come se fosse spirata senza qualcuno che avesse avuto la piet di
serrarle le palpebre.
Cristian era morto? Bene. Si trattava di un altro Chironi che l'aveva preceduta e si trattava di
uno di quei Chironi che non avevano voluto abitare una tomba, come sua madre Mercede, svanita
prima nel nulla meraviglioso della pazzia, poi nel tutto inestricabile dei dirupi; come suo fratello
Gavino, anche lui morto per acqua. E neanche lui restituito. Questa morte era ordine dunque, non
disordine. Nel buio della scomparsa di Cristian c'era la luce della scienza. E c'era continuit,
ostinazione. La coazione a ripetere dei maestri del ferro che devono battere, e battere, e battere per
sfinire il metallo.
Bastava tenere gli occhi aperti, per abituarli all'oscurit; non cedere, mantenere lo sguardo
diretto senza balbettare, senza indietreggiare.
L'Antico dei Giorni era in piedi davanti a lei.  Sedete,  sussurr.
Mimmu era del tutto certo che quell'invito non fosse rivolto a lui, nonostante fossero soli nella
stanza. Tuttavia si sedette all'altro capo del tavolo. Quindi, indicando il foglio e la penna, prov ad
accennare una specie di sorriso.   solo una procura,  disse, ma badando di non apparire troppo
ansioso.
Marianna fece un breve movimento, come chi si sveglia anchilosato dopo ore in una posizione
scomoda, le fasce muscolari tra le spalle e il collo cercarono un assetto confortevole contro la tensione
feroce che le aveva permesso di tenere la testa diritta.  Tanto quello che sei rimani,  sibil.
Mimmu concord assolutamente.  Va bene,  disse,  ma non crediate che ci sia la fila per
diventare Chironi.
A Marianna questa volta scapp una vera risata. Occorreva anche saper ridere in faccia
all'Antico dei Giorni, pens, perch non credesse che fosse talmente rassegnata da spegnere qualunque
reazione. Ora la partita era vinta: Cristian era morto, restava solo lei, dopo di lei, nient'altro. E per
quanto Mimmu si sforzasse sarebbe rimasto quello che era.
 Com' che l'hai mandato da solo a Cristian . La voce della donna risult talmente vibrante
che si stentava a considerarla umana.
 Dove?  riusc a chiedere Mimmu colto di sorpresa dal fatto che Marianna paresse rivolgersi
direttamente a lui e in maniera assolutamente circostanziata.
 Dove avevi deciso che andasse,  chiar lei, ma era un chiarimento che non spiegava nulla.
 Era un impegno di lavoro e poi non era da solo...  Mimmu tentava disperatamente di
apparire disinvolto.
 Io mi sono figurata che quel viaggio non  stato un viaggio come un altro,  scand Marianna.
A Mimmu trem il labbro inferiore: come poteva? Cristian era come un figlio, e solo Dio
sapeva che cosa intimamente sentisse per quella scomparsa, per come erano andate le cose... Come
poteva? Vecchia strega, pens.  Era lavoro,  si limit a ribadire.
Marianna lo fiss a lungo.
Mimmu abbass gli occhi.  Domenico non si riconosce pi,  inform.
Marianna tir su col naso e cambi sguardo. Da ragazza, molto tempo prima, aveva assistito a
uno spettacolino di ipnosi. Un ridicolo mago in abiti orientali chiamava qualche volontario sul palco e
gli faceva fare cose buffe senza che quell'altro se ne rendesse conto, poi lo risvegliava e tutti ridevano
del suo sguardo interdetto. Quello stesso sguardo ora lo sentiva in s. La realt le sembr
improvvisamente tangibile: la cucina, il giardino oltre la porta a vetri, l'odore perenne di caminetto,
Mimmu seduto l davanti. Ora che aveva ripreso il controllo si guard intorno quasi che inquadrasse
soltanto adesso l'uomo, il piano del tavolo, il foglio e la penna.  Non firmo niente.
Con la procura non firmata in tasca Mimmu si avvi verso casa. Lo attanagliava il vento
avvolgente di un aprile malfermo, e un pensiero. Intorno a lui case e persone sembrarono fluide come
liquefatte dallo sguardo bollente di una divinit infuriata. Si disse che quanto andava fatto era stato
fatto. Poi si disse che non c'era stato modo di evitare quello che era capitato. Poi si disse ancora che
quando fosse arrivato il momento di esigere spiegazioni lui avrebbe potuto e saputo darle. Visto che
aveva difeso la sua stessa vita, oltre a quella di Domenico.
La natura della luce, improvvisamente bruna, lo convinse della sua buona fede. Un caldo
d'ambra liquorosa lo protesse da s proprio quando passava davanti alla Chiesa del Rosario senza
guardarne il portale, senza segnarsi. Sper di dormire, di chiudere gli occhi evitando l'immagine di
Cristian che annegava. Ma non poteva pretendere la pace, questo lo sapeva. Cos aspett che il respiro
gli ritornasse sicuro, profondo quanto occorreva per bere sorsi d'aria piena, ritmico come un'onda
lunga.
La stagione si era mantenuta ambigua, non voleva essere pi inverno, ma nemmeno si
dichiarava primavera, nonostante, negli orti conclusi, tutto fiorisse in armonia col metabolismo della
terra. In ogni caso quel vento insistente che proveniva da nord, placava ogni presunzione teporosa e,
quando arrivava l'imbrunire, spingeva a coprirsi. C'erano state code invernali ancora pi lunghe;
Mimmu ricordava di anni in cui fino a maggio si doveva tenere il caminetto acceso.
Gli era chiaro ci che era successo a Livorno, e gli era altrettanto chiaro che non avrebbe avuto
alcuna possibilit di emendarlo in vita. Quanto al dolore acido di Domenico, l'aveva messo in conto.
Sarebbe passato, perch tutto passava.
Nel mese trascorso dalla scomparsa di Cristian, Domenico aveva parlato a stento. Pareva avesse
bisogno di una concentrazione assoluta per esistere. In apparenza la sua vita non era cambiata: si alzava
alla solita ora e alla solita ora andava a dormire... Andava ai cantieri, rispondeva con monosillabi a chi
gli chiedeva notizie su quanto riferivano i telegiornali locali. Qualcuno gli faceva domande su Cristian
come se fosse assodato che ne sapeva di pi di quanto ne sapessero gli inquirenti. Per lui tutto ci era
un abisso della realt. A chiunque gliel'avesse chiesto, a chi si fosse premurato di chiedergli
semplicemente come stava, avrebbe risposto che non poteva dirlo con certezza. Domenico era un
giovane che non sapeva ragionare per metafore, che pure, in questa particolare condizione, avrebbero
potuto essergli utili, perch saper raccontare lo sprofondo, l'assenza, la paralisi emotiva, che avevano
preso possesso del suo essere, poteva significare reagire, riprendersi. E invece no. Non reagiva, non si
riprendeva. Intorno a lui dicevano che il tempo, galantuomo, avrebbe sbiadito quella macchia che gli
oscurava il giorno; avrebbe cicatrizzato quella ferita, ora, cos terribilmente esposta. Ma lui sapeva
bene che non era cos: Cristian era morto. Non ci sarebbe stato mai pi. Una condizione irrimediabile.
Una certezza insopportabile. E capiva bene a causa di quale, strepitosa, giustizia distributiva non
riusciva a piangere l'amico e il fratello insieme. Perch non riusciva a vedersi fuori da quel dolore, ma
solo assolutamente dentro, come un altro Domenico che ricoprisse quello precedente con una guaina di
normalit, mentre, di fatto, niente era, e sarebbe stato, pi normale per lui. Cristian non c'era pi, e
nulla era, e sarebbe stato, neanche minimamente somigliante a quando c'era. Neanche Maddalena.
Improvvisamente si pent di non aver ricambiato quel bacio che l'amico gli aveva dato alla casa
in via Deffenu, durante la festa di fidanzamento, anzi si maledisse per essersi sottratto. La sua
maledizione era di fare errori irreparabili, perch si rifiutava di confessarsi quanto capiva benissimo.
Come tutti, voleva una vita tranquilla, ma sapeva di non poterla ottenere, perch sapeva di poter
acquisire solo l'apparenza della tranquillit, ma non la sostanza. Cos, nel silenzio di se stesso, ai
cantieri, o in giro, con Maddalena al braccio, non smetteva di chiedersi come avrebbe fatto, in che
modo avrebbe potuto continuare nonostante tutto. Aveva in mente notti stellate, ed era proprio come
quando, da bambino, pensava al cielo come una sorta di album di fotografie dove gli affetti vanno ad
appiccicarsi dopo morti: troppo distanti perch si possano riconoscere, ma luminosi e pulsanti. Nel caos
brillante dove questi cari andavano a finire c'era la consolazione di non rimanere soli. Cristian era l
dunque, ma com' che questa constatazione non lo metteva in pace? Era stranissimo sentirsi morti,
ecco. Tanto che, qualche volta, Domenico aveva avuto la sensazione precisa di essere lui quello che se
n'era andato, mentre Cristian, nel mondo dei vivi, lo piangeva.
Tuttavia, a guardarlo, si sarebbe detto che Domenico Guiso aveva preso con grande forza
d'animo la notizia della scomparsa di Cristian Chironi.
Notizia che gli era stata data dal proprio, sgomento, padre. Che si lagnava di non essere
intervenuto efficacemente quando aveva capito, e l'aveva capito, che il ragazzo aveva intrapreso
frequentazioni pericolose, in tempi assai pericolosi. Ma, a Domenico, tutto questo corollario sembr
improvvisamente inutile. Percep cio che al padre non premeva tanto dargli la terribile notizia, ma
ribadire che se l'aspettava. Mimmu era persona d'esperienza e, nel corso dei suoi sessanta, e passa,
anni di notizie terribili aveva dovuto darne; ma questa, nella sensazione distorta di Domenico che
l'accoglieva, sembr data con un che di voluttuoso e compiaciuto.
Solo qualche giorno prima della festa di fidanzamento, Maddalena aveva capito di essere
incinta. E l'aveva capito prima che glielo rivelasse il corpo. Forse nel momento stesso in cui accadde.
Perci fece quel che fece.
Ora che Cristian era morto si trattava di dare un padre a quella creatura che le stava crescendo
dentro. Aveva pensato di abortire, certo. Ma ci aveva pensato senza crederci, come se fosse giusto
dirselo, proporsi quella soluzione, ben sapendo che sarebbe sparita nel momento stesso in cui la
pronunciava. La pratica le aveva gi insegnato che, al di l di qualunque sentimento provasse per
Cristian, che era il padre di quella creatura, o Domenico, che avrebbe sposato, il punto era riportare
l'ordine nel caos appena attraversato. Saper dosare il grado di rivelazioni che poteva o non poteva fare.
Controllare i tempi al secondo. Non lasciarsi andare a reazioni incontrollate. Sopravvivere. Tra non
molto il suo stato sarebbe risultato evidente, e bisognava sapersi muovere.
La morte di Cristian le aveva lasciato un'amarezza strana, una specie di fastidio, qualcosa che le
aveva impedito di apparire coinvolta, nonostante il dolore acutissimo di Domenico. Lui era talmente
preso dalla sua angoscia che nemmeno si accorse della freddezza di lei. E Maddalena cap che sarebbe
stato cos sempre. Perch Domenico non aveva le capacit superiori per amarla profondamente, ma
solo quelle elementari. Soprattutto perch Domenico aveva amato Cristian molto pi di quanto avrebbe
potuto e saputo amare lei. Erano pari, dunque. Assolutamente sullo stesso piano: l'uno orfano e
vedovo, l'altra moglie e amante per procura. Quello sarebbe stato un matrimonio perfetto, si disse,
senza l'ombra di un'illusione che  una.
Quindi raggiunse Domenico al cantiere. Lo trov che fissava una planimetria: i suoi occhi non
avevano l'aria di percepire alcuna immagine. Lui, all'inizio nemmeno registr la sua presenza. Poi
d'improvviso alz la testa e la vide. Le sorrise. E questo sapeva farlo bene. Maddalena si accorse in un
lampo di quanto fosse smagrito, il che lo faceva pi bello davvero. Lui si alz per andarle incontro e
abbracciarla. Ora tutte le volte che l'abbracciava a lei sembrava che stesse cercando una consolazione
irraggiungibile. Quell'uomo la sconfiggeva con l'affetto.
 Devo parlarti,  gli disse mentre gli accarezzava la nuca.
 S,  rispose Domenico, ma come non avesse capito affatto. Infatti ritorn a sedere e si rimise
a osservare la planimetria che aveva steso sul suo tavolo da lavoro.   il progetto del nuovo centro
culturale di via Roma,  le spieg senza guardarla.  Siedi, siedi...  le indic una poltroncina davanti
al tavolo.
Maddalena si sedette. Restarono in silenzio finch dalla strada non si sent il suono di un
motorino truccato che sfrecciava.  Sono incinta,  scand.
A Domenico occorse qualche secondo per reagire.  Incinta?  ripet, come se lei avesse
pronunciato una parola sconosciuta.
Maddalena lo guard, confermando con un movimento delle sopracciglia. Ora che aveva
pronunciato l'impronunciabile non c'era ritorno.
Domenico rispose chiudendo gli occhi. Sembrava odiasse qualunque buona notizia perch lo
distraeva dalla sua disperazione.
 Si direbbe che ti dispiaccia,  constat lei.
L'uomo ebbe uno scatto, come se tutto quel poco che c'era da capire l'avesse capito solo in quel
momento. Si mise in piedi e si guard intorno per sincerarsi di essere esattamente dove pensava di
essere.  Non mi dispiace,  protest. Aveva temuto che non sarebbe stato pi capace di parlare con
chicchessia, e invece adesso Maddalena gli comunicava che stava per diventare padre, e lui era riuscito
a rispondere.  Non mi dispiace,  ribad.  No, non mi dispiace . Ma era come se parlasse d'altro.
Una lacrima impossibile da trattenere gli scapp dall'angolo dell'occhio destro. Tir sul col naso per
fingere un fastidio che gli avrebbe permesso di asciugarsi la guancia.
Maddalena gli sorrise. Si alz in piedi per raggiungerlo dall'altra parte del tavolo. Lo abbracci
stringendogli la nuca. Domenico le cinse i fianchi con le braccia, si lasci guidare con l'orecchio verso
il ventre, gli parve di sentirvi la vita che si stava formando, febbrile. Scoppi in un pianto dirotto,
tremendo, rabbioso.
Per i Chironi una bara vuota non era una novit. Per Marianna, poi, significava solo che le cose
si ripetono con tenacia. Quando aveva sepolto sua madre, per esempio, l'unica cosa che era riuscita a
pensare di mettere dentro la bara era stato il suo abito tradizionale da cerimonia, i gioielli in filigrana e
le scarpe. Tutto fuorch il corpo. Perch il corpo non c'era, dal momento che Mercede se n'era andata a
morire chiss dove, e a nulla era servito cercarla nelle campagne circostanti. Segno che aveva capito
come si sparisce e che, nonostante tutti la reputassero non troppo in s, lei aveva tenuto un barlume di
efficienza per morire come voleva. Era sgusciata via di casa senza che nessuno se ne fosse accorto,
come aria viziata che fuoriesce da una finestra socchiusa. Aveva attraversato il cortile, scalza, in
camicia da notte, i capelli sciolti. Aveva percorso i vicoli che, dall'abbozzo di abitato, portavano
direttamente in campagna, e si era lasciata annegare nel verde circostante come se fosse finalmente
arrivata in mare aperto. Quella natura feroce l'aveva accolta con entusiasmo famelico. N i cani col
loro fiuto, n le ricerche nel territorio palmo a palmo diedero risultati: Mercede si era dissolta. Ma
come aveva potuto quel corpo mortale attraversare il mondo dei vivi senza essere visto? A ripetere la
strada che Mercede doveva aver percorso, risultava assolutamente impossibile che nessuno l'avesse
notata. Una donna anziana, con i capelli sciolti come un'Erinni, scalza come una penitente, in camicia
da notte come una concubina. Invasata da un Dio pagano, devota al Dio dei Cieli, sposa e madre. C'era
da impazzire. Fuori da qualunque ragionevolezza, tutto questo aveva significato, per il marito Michele
Angelo, che lei non era morta affatto. Cos aveva lasciato qualunque altra occupazione per aspettarla. E
l'aveva aspettata fino al giorno della sua buona morte a centouno anni, nello stesso letto dove aveva
dormito, amato e penato con la moglie.
A Marianna era rimasta una contabilit atroce da tenere. Perch buona parte dei Chironi aveva
rivelato il brutto vizio di morire senza senso. E quando lei ragionava del concetto di senza senso si
diceva che voleva intendere senza che fosse passato abbastanza tempo da poter dire di aver vissuto.
Suo fratello Gavino per esempio: anche lui non era tornato a casa, anche nella sua bara lei aveva messo
solo vestiti buoni, e l'orologio da taschino che gli era stato regalato per i ventuno anni. Anche lui aveva
patito il peso della sua esistenza incerta, e aveva tentato di darsi un significato ulteriore rispetto ai
tempi incompetenti in cui il destino l'aveva costretto a vivere. Era stato come un'avanguardia, un
giovane bellissimo e triste che veniva spazzato via da una raffica prima che potesse fare due passi verso
la trincea nemica. Gavino stringeva il cuore perch rappresentava la summa di tutte le tragedie, che
paiono teatro, ma sono, semplicemente, vita.
Per tutti gli altri, quelli il cui corpo avevano potuto seppellire, Marianna non sindacava. Era
stato quel che era stato. Cos. C'erano caratteristiche che si manifestavano con perseveranza, a lei era
toccata quella di sopravvivere. E non  che dovesse accettarla, ma non poteva certo rifiutarla.
Cos il nome di Cristian non si pronunciava nemmeno. Chiunque si fosse occupato del suo
funerale doveva avere fatto un buon lavoro, a sentire quanto si diceva in giro. Non lei, perch lei,
Marianna Chironi, non avrebbe mai pi organizzato n sarebbe pi andata a nessun funerale, e non
avrebbe mai pi portato le condoglianze a chicchessia, non avrebbe mai pi abbassato il capo davanti
ad alcun prete, o frequentato un cimitero, o ammesso un aldil, o accettato qualunque consolazione
terrena, o considerato se stessa come una privilegiata, o provato un affetto, o creduto in un futuro
qualunque...
Dopo la scomparsa del nipote il suo viso si era disteso, quasi che ogni tragedia la facesse pi
bella. Aveva settantasette anni e, se i numeri non la ingannavano, aveva campato abbastanza perch le
fosse concesso di mettersi da parte. E invece no. Il suo corpo assunse una postura diritta e fiera, la sua
fronte si spian come quando aveva quarant'anni e tutti dicevano che fosse al suo apice di bellezza
matura. Perch Marianna non era stata una ragazza che poteva essere definita bella, ma era diventata
bella da donna, e poi da anziana.
C'era sempre da fare nel suo giardino, i giorni sarebbero passati. E gli anni. E i secoli.
Bussarono.
 Parli tanto perch tu non te lo sei sudato quello che c'hai!  url Mimmu.
Domenico lo lasci sfogare. Col padre era cos che si faceva, perch lui era un fumantino: prima
diceva e poi pensava. Quindi la cosa migliore era lasciargli il tempo di riflettere su ci che aveva detto.
 No, hai ragione,  rispose alla fine.
Mimmu come previsto si diede una calmata.  Maledizione!  sibil poco convinto.
Domenico aspett ancora un secondo.  Non capisco la fretta,  disse.  Ascolta me, piuttosto.
 Sentiamo,  parve arrendersi Mimmu.
 Ci vado io a parlare con tzia Marianna. Gliela faccio firmare io la procura, e intanto si portano
avanti i cantieri in essere... Da fare ce n'.
 D'accordo, ma se lei non firma neanche con te?
 Firmer,  assicur Domenico.  Comunque c' un'altra cosa che devo dirti,  butt l.
Mimmu aspett che il figlio proseguisse.  Maddalena  incinta.
A Mimmu non occorse altro. Con imbarazzo fece un passo verso di lui, mim un abbraccio e,
vedendo che il giovane non si sottraeva, lo port a termine.  Finalmente,  gli sussurr all'orecchio.
 Non lo sa ancora nessuno,  avvert Domenico.
L'altro annu.  Bisogner organizzare per il matrimonio.
 Una cosa semplice... Non  il caso di fare le cose in pompa magna,  chiar.
 Lo so, lo capisco,  acconsent Mimmu, che sembrava aver completamente perso la ruggine
di poco prima.  Una cosa fatta bene per, con i sacramenti. Non questa roba moderna.
 Va bene,  sorrise il giovane.  Niente roba moderna.
Mimmu lo guard, pensando che quel ragazzo che aveva davanti era diventato un uomo a tutti
gli effetti. Il dolore l'aveva reso riflessivo.
 Ci penso io,  disse Domenico dopo un lungo silenzio. Il padre lo fiss perplesso.  Ci vado
io a parlare con tzia Marianna, ne approfitto con la scusa del matrimonio e parliamo di tutto... Vedrai
che a me mi ascolta.
 Lo capisco che non c'hai testa per queste cose adesso,  disse paziente Mimmu,  ma lo sai
anche tu come funziona...
 Ti ho detto che ci parlo io, no?
 S, s,  conferm, denunciando una certa ansia. Mimmu si concentr sulle pieghe che si
erano formate tra la base del naso e gli angoli della bocca di Domenico. Erano segni sia di stanchezza
che di forza. Di lui si era sempre detto che fosse la quintessenza della dolcezza. Ma chi lo diceva non
l'aveva ancora osservato come, in quel momento, poteva osservarlo suo padre.
 Con me tzia Marianna parler,  assicur il giovane, fissando il genitore in modo strano.
 Che c'?  domand quest'ultimo, ma non era troppo sicuro di volere sentire la risposta.
 Niente,  scand Domenico.  Ti guardo, non posso?
Mimmu abbass la testa. Sentiva addosso la tristezza patetica di un re che abdica a favore del
suo erede ma, allo stesso tempo, voleva nascondere la soddisfazione per aver centrato in pieno il suo
obiettivo. Da tempo si era trasformato in un uomo che non aveva altra religione che mantenere intatto
ci che era suo. Non aveva pi di a cui appellarsi, n grazie da pretendere. Aveva Domenico. Che
stava per diventare padre a sua volta. E che avrebbe dato un senso a tutte le azioni sante o malvagie che
l'avevano portato fin dove era arrivato.
 L'ho fatto per noi,  disse Mimmu a un certo punto. Pareva volesse continuare, ma non lo
fece.
Domenico si limit a sollevare il mento come se stesse cercando un posto nella sua testa per
inserire quello che il padre aveva detto.
 Lo capirai anche tu quando nascer tuo figlio,  prosegu dopo un tempo lunghissimo, quasi
volesse anticipare un'obiezione del giovane. Ma Domenico obiezioni non ne fece, n mostr di voler
sapere di pi di quanto fosse necessario.
 Ci avrebbe rovinato. Ci stava rovinando,  insistette Mimmu.
Domenico ebbe un istante di apnea: apr la bocca e gonfi il petto, poi si morse il labbro
inferiore finch non sent sulla lingua il sapore del sangue. Non voleva piangere. Aveva pianto
abbastanza.
Quello che Marianna si ostinava a chiamare dentro di s funerale di Cristian non era stato
nient'altro che uno sbrigativo atto commemorativo. Perch di funerale non si poteva parlare, anzi, due
giorni dopo i fatti, i carabinieri bussarono a casa Chironi per sincerarsi che il congiunto, dichiarato
disperso, non si fosse ripresentato dalla prozia e tutrice.
Al brigadiere che aveva mostrato l'ordine di perquisizione Marianna chiese solo che lui e i due
uomini in divisa che l'avevano accompagnato non facessero troppa confusione in casa. E se ne and in
cortile in attesa che finissero. Non dur molto, perch fu chiaro fin da subito che il ragazzo l non era
ricomparso.
Se ne andarono non senza avvertirla che, nel caso il nipote si fosse fatto vivo, era suo dovere
segnalare la circostanza alle forze dell'ordine. Sarebbe a dire che non pensasse di proteggerlo tacendo,
perch al contrario l'avrebbe solo messo ulteriormente nei guai. Il Chironi Cristian restava ricercato e
latitante: a Marianna questa parve l'unica buona notizia che le era stata data da anni a quella parte. Il
brigadiere non cap esattamente per quale motivo la vecchia sorridesse, ma era abbastanza esperto da
immaginare che quell'atteggiamento non avesse niente di arrogante o sarcastico.
Appena se ne furono andati, Marianna riattravers a ritroso la sua casa, la cucina, i corridoi, le
camere da letto, i bagni. Persino la grande officina dismessa. Tutto.
Non erano pi i tempi belli, se mai c'erano stati. Era l'orribile stagione dei bilanci.
La casa le sembr insolitamente grande, certi angoli stentava a riconoscerli, altri invece li
ricordava benissimo. Tra la cucina e la dispensa c'era una piccola rientranza dietro la quale pi volte si
era nascosta da bambina per ascoltare i suoi genitori che parlavano. Da l aveva sentito per la prima
volta la storia terribile dei suoi fratelli gemelli, Pietro e Paolo, uccisi a dieci anni, fatti a pezzi e sparsi
tra i cespugli perch i cinghiali se li mangiassero. Da l aveva adorato, non vista, i suoi fratelli Gavino e
Luigi Ippolito. Li aveva sentiti sussurrare davanti al fuoco, l'uno cos fragile, l'altro cos determinato.
Forma e atto, poesia e prosa.
Marianna cap che aveva bisogno di attraversare ogni ricordo perch non fossero i ricordi ad
attraversare lei. Era pedante nella sua disamina perch voleva esserlo. Questa capacit di ricordare
l'aveva resa quella che era, l'aveva temprata, nel supplizio della realt.
Aprile, fuori da quella casa, diceva che il tepore era l da venire. Che dentro a quel sepolcro
dove si era rinchiusa ci sarebbe stato gelo perenne. Si sistem uno scialletto sulle spalle per dare una
consistenza fisica a quel pensiero. Si disse che da sola sarebbe stata benissimo, e che avrebbe terminato
i suoi giorni in terra senza che nessuno se ne accorgesse, gi chiusa nella sua tomba. Poi accese il
televisore, non lo faceva da mesi. Lasci che le immagini in movimento le andassero incontro,
rimanendo in piedi ad aspettarle: erano le sequenze di un film dove si vedeva dall'alto un'immensa
citt piovosa, con palazzi enormi avvolti da una nebbia untuosa e tantissime persone che vi si
muovevano come formiche. Comprese che lei, Marianna Chironi, del mondo non sapeva proprio
niente, ma comprese anche fino a che punto era stata maledetta dal fatto che quella precisa sapienza
non l'avrebbe salvata da se stessa. Era nata imparata, come succede solo a certe donne. Era nata col
talento di capire le cose del mondo.
L'imbarazzo di Mimmu lei l'aveva capito. E aveva capito soprattutto che, nonostante si fosse
celato dietro allo sconforto, la scomparsa di Cristian l'aveva sollevato. Da che cosa aveva intuito tutto
questo? Non lo sapeva, ma a pensare male ci si prende sempre. Intanto oltre lo schermo si raccontava di
una citt futura, dove nell'alto dei cieli vivevano i ricchi, e all'inferno  sottoterra  i poveri. Tutto il
contrario del Vangelo. Dentro la televisione si ostinava un'unica, infinita, stagione. Fuori, oltre la
porta-finestra, aprile tardava a cedere il passo.
Bussarono.
Domenico entr senza aspettare che Marianna facesse un cenno. Sembrava cos assorta che per
un attimo pens di ritornare sui suoi passi. Ma non lo fece. Nel breve tragitto che occorreva per
attraversare il cortile si era ripetuto un breve discorso a mente, che aveva due punti fermi: il primo di
non affrontare, se non per caso, il problema della delega da firmare; il secondo di fare in modo che
fosse chiaro che quella che le stava facendo era una visita di cortesia, la visita cio di un congiunto, o di
uno che si riteneva tale, che voleva mettere al corrente una persona importante, e cara, di un
avvenimento straordinario. Poi, arrivato all'altezza della porta-finestra che dava sulla cucina, buss.
Marianna fece un breve gesto con la mano tenendo fisso lo sguardo sullo schermo televisivo.
Domenico entr tentando di fare meno rumore possibile, come se, oltre quella porta, ci fosse una stanza
d'ospedale dove un degente riposava. Poi rimase in attesa.
 Che cose esistono al mondo. Uno non ci pu proprio credere...  comment lei senza
mostrare nemmeno di averlo visto entrare.
 Buonasera,  sussurr Domenico.
 Buonasera,  disse Marianna.  Siedi, siedi,  aggiunse dopo un po'. Era come se
improvvisamente avesse perso interesse per il film che, poco prima, sembrava averla totalmente rapita.
 Mangiato hai?  chiese.
 No,  si affrett a rispondere lui.  Ma se dovete cenare, cenate pure,  concesse.
Marianna fece di spalle.  Non c' fretta,  disse.  Tu piuttosto mi sembri sciupato,  constat
lei.
 Capite anche voi che non  stato esattamente un bel periodo,  ammise Domenico badando di
non calcare sul patetico.
 I periodi sono quelli che sono,  comment Marianna spegnendo il televisore. Sembrava quasi
avesse capito l'approccio morbido di Domenico e fosse determinata a neutralizzarlo.  Che cosa vuoi
che sia, alla mia et, un morto in pi o un morto in meno?  domand senza aspettarsi alcuna risposta.
 Tra poco, se Dio vuole, conterete anche me tra i morti.
 Non dite cos,  la sovrast Domenico.
 E tanto, che ci sto a fare?  riflett la vecchia.
 Be', per cominciare voi custodite quello che avete conquistato con sacrificio,  notific il
ragazzo.
Marianna parve aver bisogno di ragionare a lungo su quella frase. Quindi, quasi
impercettibilmente, assent col capo. Era chiaro che, agli occhi di Domenico, lei era rimasta in vita per
sostenere quella pianta Chironi che minacciava di crollare o disseccarsi definitivamente. O, peggio
ancora, finire nell'oblio, dissolversi nel silenzio. Quello che il ragazzo proponeva era di offrirsi come
Chironi aggiunto. Qui si percepiva chiaramente come Mimmu e Domenico procedessero per vie
opposte nel tentativo di raggiungere la stessa meta.
 Hai con te il foglio?  chiese lei.
La domanda colse Domenico del tutto di sorpresa.  No...  arranc.  Cio, s...  si corresse
tastandosi la tasca della giacca.  Ma non  per questo che sono venuto...
 ... No?  lo interruppe la vecchia. Domenico ci mise un po' troppo a risponderle. Cos lei
prese l'iniziativa:  E cosa sei venuto a fare? A dirmi che la vita continua? O magari a spiegarmi che
c' di peggio che essere costretti ad assistere alla morte di ognuno dei tuoi parenti... Allora? Sentiamo.
 No,  che...  balbett il ragazzo.   che non potevo sopportare che in questa casa Cristian
non ci fosse pi. Guardate, detta come va detta, non  nemmeno per voi che sono venuto. Era solo per
capire che cosa sarebbe successo d'ora in poi...
Marianna approv con un gesto deciso del mento, come se quella risposta incongrua fosse per
lei assolutamente legittima. Sapeva bene a quale indefinitezza si riferisse Domenico, cosa significasse
respirare in una casa che andava svuotandosi e passarci le ore senza un senso ben preciso, nemmeno
quello di aspettare qualcuno, o preoccuparsi per la sua sofferenza, o preparargli una colazione
abbondante.  Niente succede d'ora in poi, proprio un bel niente. Siediti,  ordin.  Un caff te lo
prendi?
Domenico non voleva sedersi e non voleva un caff, tuttavia si sedette e accett il caff. Ora
che poteva guardarla, improvvisamente calma, Marianna gli sembr ringiovanita. E non sapeva
spiegarsene il motivo, forse la pelle spianata sulla fronte e sugli zigomi, forse la luce di quel giorno che
se ne andava. Le giornate si allungavano, e con esse si sarebbero allungate le ore a disposizione per
guardarsi negli occhi.
 Come dobbiamo fare secondo voi?  part Domenico, con rinnovata spavalderia.  Dite. Se
volete che buttiamo tutto a mare, io ci sto: rinuncio a tutto. Ricomincer da capo. A voi quello che
spetta ai Chironi, a noi il resto. E i conti li fate fare da chi volete voi. Io per quanto mi riguarda non
voglio sapere nient'altro che quanto mi tocca... E quanto tocca alla mia famiglia,  aggiunse scandendo
per bene.
 Non mi pare che stiamo discutendo di questo,  comment Marianna senza nemmeno voltarsi,
mentre caricava la moka.
 E invece, evidentemente, s,  la contraddisse Domenico.
 Ti sei fatto uomo in un attimo,  constat Marianna accendendo il fornellino piccolo.  E
allora, se sei uomo, capirai che il punto non  mai cosa si chiede, ma come lo si chiede.
 Io mi devo sposare,  butt l Domenico.
 Devi?  lo prese in castagna Marianna.
 Devo e voglio,  rispose lui.  Maddalena  incinta,  aggiunse.
La notizia non parve smuovere pi di tanto la donna. Pens che si trattasse semplicemente di
un'altra di quelle cose che vengono spacciate per eccezionali, e invece non fanno altro che accadere
senza sosta.  Ecco cos'era,  si limit a commentare dopo un po', posando sul tavolo una tazzina
fumante.
 Anche voi sembrate diversa,  convenne Domenico sorbendo appena il caff.  Buono. Qui il
caff  sempre stato buonissimo.
Marianna si scherm, ora pareva ritornata davvero signorina.  No,  protest con civetteria. 
Avresti dovuto sentire quello che faceva mio babbo... Quello s. Mamma lo diceva sempre: Il caff
fallo fare a tuo padre, i maschi lo fanno meglio perch sono meno economi delle femmine. Poi
aggiungeva sempre: Nel caff, e nel sugo, di economie non ce ne vogliono.
 Me lo ricordo bisaju Michele Angelo,  disse Domenico con una punta di commozione.
 Allora la notizia  che stai per diventare padre anche tu,  dribbl lei.  Sembra ieri che
giocavi nel cortile qua fuori...
 Eh,  fece Domenico come un bambino colto in fallo.  Non l'abbiamo ancora detto a
nessuno.
Marianna fiss il suo riflesso dentro lo schermo televisivo spento, quasi temesse che, da qualche
parte, forse all'altro mondo, qualcuno la stesse guardando.  Con me potete stare tranquilli,  assicur.
Domenico approv convintamente.  Certo tzia Mari, ci mancherebbe...
 ... Vabb, dov' che devo firmare?  lo interruppe lei.
Domenico, con pudore sincero, estrasse la delega dalla tasca e la pos sul piano di marmo.  E
comunque non ero venuto per questo,  ripet in un sussurro, osservando Marianna che firmava sotto al
suo nome.
Finita l'incombenza le donna gli allung il foglio.  Aspetta qui,  disse poi, e spar oltre il
corridoio che dalla grande cucina portava alle camere da letto.
Domenico non attese pi di cinque minuti prima di vederla tornare. Portava in mano un
pacchetto dall'aria fragilissima. Un piccolo involto di carta velina che a Domenico, nell'accettarlo,
parve leggero e fragrante come una meringa.
 Che cos'?  chiese rendendosi conto di quanto davvero poco pesasse.
 Un pensierino per la futura madre e per il viatico della creatura... Roba da donne. Chiedilo a
Maddalena che cos'.
Domenico lo teneva fra i palmi come se si trattasse di un pulcino.  Grazie di tutto,  disse.
 S, s... Prego, prego. La strada la sai,  fece sbrigativa Marianna, come se in un istante fosse
tornata quella di sempre.
Vide davanti a s una distesa immacolata. Non sapeva esattamente se si trattasse di un terreno
agricolo o dell'estrema periferia di una grande citt. Vedeva un piano innevato con pochissimi alberi,
straziato dai cingolati. Sent freddo davvero, come se una bestia le avesse addentato le spalle. Poi una
casa, piuttosto semplice come sembra semplice tutto ci che si immagina in un paesaggio che  un
foglio bianco. Cap che poteva vedersi dentro e fuori. Mentre guardava la casa, vide il cumulo di legna
da ardere al suo fianco, il piccolo recinto per i polli, la sinopia di un orticello sotto la coltre di neve. Ma
anche lo spazio caldo e semplice, arredato con mobili scompagnati, teli sintetici a stampe etniche sul
tavolo e sui divanetti. Guard se stessa che frugava in un cassetto e ne estraeva una vecchissima foto
che immortalava un uomo dallo sguardo sereno, con un maglione a collo alto scuro e una giacca stretta,
immerso in un ambiente oleoso, come se qualcosa nello sviluppo dell'immagine, nell'emulsione, non
avesse funzionato a dovere e quanto ne era risultato non fosse nient'altro che una superficie ghiacciata
sotto la quale navigava un cadavere. Eccola ancora fuori da quella casa. L'aria profumava di ferro e
vaniglia. Si trattava di un'ampia distesa bianca delimitata da barbe di alberi secchi. Si disse che non era
niente di nuovo, eppure era certa che quel paesaggio, tanto consueto, le fosse totalmente sconosciuto.
Ora poteva vedere corpi minuscoli, piccoli tronchi, fiori seccati, bestioline, imprigionati dentro la
superficie ghiacciata di un fiume, come insetti nell'ambra. Ed era straordinario constatare quanto il suo
sguardo potesse penetrare cos a fondo, soffermarsi nei particolari. Nel suo andirivieni convulso, per
ritornare all'interno della casa le era bastato pensarci. Si aggirava in una stanza vuota adesso, forse un
soggiorno. La parete di fronte a lei era totalmente occupata da un enorme tappeto verde appeso come se
fosse un arazzo. Alle finestre tende bianche e oscuranti fucsia. Si chiese dov'era, ma senza ansia.
L'uomo della fotografia, impressionato nell'abisso vetroso della sua stessa immagine, poteva parlare,
diceva: Es esmu eit. E lei, per una qualche ragione sconosciuta, capiva che lui voleva rassicurarla, ma
anche metterla in guardia.
Maddalena apr gli occhi.
La prima cosa che vide fu il pacchetto candido che la sera prima Domenico le aveva consegnato
e che lei, per una ragione che non sapeva spiegarsi, non aveva voluto aprire. Il suo futuro sposo era
tornato rinfrancato dall'incontro con Marianna e aveva portato un dono, ma lei quel dono non l'aveva
preso bene. Senza motivo, come dicevano tutti in casa, ma il suo stato giustificava qualunque arbitrio.
Perci l'involucro era rimasto intatto.
Come consuetudine da qualche tempo la colse una leggera nausea. Niente di pi che la
sensazione di un topino prigioniero dello stomaco che le attraversava l'esofago per guadagnare la
libert. Si disse che sarebbe stato sempre peggio.
Le bast mettersi a sedere sul letto per dimenticare quasi tutto quello che aveva sognato, tranne
una precisa sensazione di avvisaglia, di allarme sottile. Quella creatura che le stava crescendo dentro
stava contribuendo a perfezionare le sue intuizioni e Maddalena aveva imparato, senza che nessuno
gliel'insegnasse, che l'unica strada era fidarsi ciecamente di quelle intuizioni. Perci, nonostante il
buonumore di Domenico, lei la docilit di Marianna non riusciva a percepirla come positiva. Perch
alla vecchia sarebbe bastato guardarla negli occhi per capire.
Si alz di scatto: alla nausea seguiva sempre lo stimolo di urinare. La madre l'incroci nel
corridoio. La sera prima Domenico e Maddalena avevano deciso che era venuto il momento di
annunciare ufficialmente quello che tutti sapevano bene. Da subito certi sguardi in casa erano cambiati,
come se allo stesso tempo ci si congratulasse e la si rimproverasse. Cos, perlomeno, interpretava
Maddalena alcune intemperanze ansiose del padre, che fino a quel momento era sempre stato pacato.
Poco prima di quell'annuncio Domenico aveva convocato Mimmu, al quale aveva consegnato
la delega controfirmata. Padre e figlio si erano limitati a guardarsi senza spiegarsi niente. Si erano
semplicemente accordati per ritrovarsi a casa dei Pes: subito dopo cena erano tutti riuniti intorno a un
tavolo per comunicare la bella notizia. Era seguita la commedia delle felicitazioni, e quindi il
melodramma delle trattative. Una volta marito e moglie Maddalena e Domenico avrebbero
rappresentato la generazione nuova, avanzante; avrebbero ricevuto in dono una fortuna che era costata
forse pi di quanto aveva fruttato. Da sposi sarebbero andati a vivere in una casa loro, in tutto degna
della posizione sociale che avevano conquistato le generazioni precedenti. Erano arrivati i tempi di
mostrare ci che era rimasto sottotraccia per troppi anni.
A Mimmu sarebbe piaciuto che si raggiungesse un accordo perch con gli opportuni
aggiustamenti e rammodernamenti i due giovani potessero occupare la casa di via Deffenu, quella dove
si erano fidanzati. Maddalena aveva pensato che quella era la casa dove era nato Cristian. Aveva avuto
un sussulto, come se improvvisamente le fosse tornato alla mente un ricordo sopito. Era rabbrividita.
Domenico si era avvicinato per abbracciarla. Poi le aveva chiesto del pacchetto di Marianna e lei gli
aveva risposto che non l'aveva ancora aperto. Lui aveva immaginato che si trattasse di un capriccio. In
fondo alle donne nel suo stato si concedono licenze che nella vita di tutti i giorni sarebbero
inaccettabili.
Era la prima sera tiepida di quell'aprile rigidissimo. Lontano da loro la nazione agonizzava in
un'incertezza sanguinosa che, a pensarci, non era troppo diversa dalla carneficina locale appena
abbandonata. A Domenico era venuto in mente che la sua infanzia meravigliosa, vista dall'esterno,
poteva apparire un inferno. L'aveva vissuta nella stagione tremenda dell'Anonima Sequestri: si era
recato a scuola, col fiocco e la cartella in spalla come la maggior parte dei bambini della sua et nel
resto del Paese, ma con la differenza che il tragitto tra la sua casa e l'istituto scolastico era tappezzato
di taglie. Dieci milioni vivo o morto. Anche quel Far West barbaricino, ripensato nell'et della ragione,
fuori da qualunque innocenza, poteva essere rubricato come un periodo avventuroso. Infatti lui stesso
pi volte si era sentito un eroe dell'Intrepido, un ragazzo cresciuto nell'endurance come un cow-boy.
Ma ora quell'infanzia si era dissolta, gli era bastato voltarsi, distrarsi un attimo e tutto era finito,
lo sguardo si era fatto meno meravigliato e la voce pi sabbiosa, il corpo coriaceo. Durata, indulgenza,
pazienza, tenuta, resistenza, perseveranza, erano diventate compagne fisse. O fasi della sua
maledizione. O nomi delle sue catene. La furia del dovere l'aveva reso quello che era, gli faceva
guardare il mondo in maniera sintetica e pratica. Certo si apprestava a diventare un adulto prosaico
come suo padre, ma un frutto non cade mai lontano dall'albero. Perci quando Maddalena gli aveva
detto che il pacchetto non l'aveva nemmeno aperto, non aveva fatto obiezioni, mettendola comunque in
guardia contro quelli che lui interpretava come pregiudizi nei confronti di Marianna.
A Cristian ci pensava spesso. Ci aveva pensato anche quella sera, immaginandoselo seduto
insieme ai convitati per ricevere la notizia del figlio in arrivo e del matrimonio. Se l'era immaginato
allegro, felice per loro, felice per tutto. Perch Cristian aveva una capacit straordinaria di apparire
tranquillo, a tratti allegro, anche quando non lo era affatto. Poi aveva smesso di pensarlo, perch
sentiva che quel perseverare serviva solo a rabbuiarlo. Aveva stretto un po' di pi Maddalena finch lei
non aveva cominciato a lamentarsi che le faceva male. Gli aveva chiesto cosa avesse e lui si era
sforzato di scacciare quella nube che si era formata nel suo sguardo, rispondendo che non c'era nulla,
forse un po' di malinconia...
Lei allora gli aveva fatto una promessa: guardare quel dono sarebbe stata la prima cosa che
avrebbe fatto il mattino dopo.
Era andata a letto abbastanza presto perch si sentiva stanchissima e da subito, forse persino
prima che chiudesse gli occhi, si era trovata immersa nel bianco totale di un'aia innevata dove
scorrazzava un cane bianco. Ora sapeva ogni cosa senza tentennamenti: che quella era effettivamente
un'aia, che il grande cane bianco si chiamava Tatra, che a pochi passi, superata la carcassa arrugginita
di un'autocisterna, si poteva pattinare sull'ansa congelata di un fiume. Conosceva palmo a palmo quella
casa che non aveva mai visto. Eppure era certa di conoscerne ogni angolo, ogni ninnolo esposto nella
credenzina della stanza grande. Sapeva che a pochi passi dal vialetto d'ingresso, delimitato da due file
di tuie nane sempreverdi, c'era l'apertura della grande stalla. E il cumulo di letame nel retro che
appestava l'aria rigida non pareva neanche un brutto odore, perch era come addentato dal gelo...
Quando Maddalena apr gli occhi la prima cosa che vide fu il dono di Marianna.
Al ritorno dal bagno, dopo aver incrociato e rassicurato la madre anche lei insonne, decise che
era arrivato il momento. Lo prese con grande delicatezza e tent di aprirlo senza strappare la carta
velina, il che pi che una delicatezza era un modo per procrastinare la scoperta.
Si trattava di un piccolo indumento di seta. Una di quelle camicine che si mettono ai
battesimandi. Proprio sul petto, bianco su bianco, erano ricamate le iniziali LIC. Luigi Ippolito
Chironi, decritt immediatamente Maddalena. Era l'indumento con cui era stato battezzato il nonno di
Cristian, il fratello prediletto di Marianna, anche se lei questo aspetto lo negava. Cosa volesse dire quel
dono a lei, Maddalena Pes, era stato chiaro gi prima di aprirlo. Nel pacchetto c'era anche una busta
chiusa. Conteneva cinque banconote da centomila lire e un biglietto scritto a mano: Auguro a voi e al
vostro bambino tutta la felicit che meritate, Marianna Chironi. Maddalena si tapp la bocca per non
urlare.
Per tutto quel giorno rimase in uno stato che si poteva definire di concentrazione, come se
stesse facendo un calcolo a mente e avesse paura di perdere il conto. Si poteva parlare di distrazione,
ma non di svagatezza. A chiunque le chiedeva qualcosa rispondeva che aveva dormito male. E in effetti
con tutto quel gelo e quella neve non si poteva dire che avesse dormito bene. Ma quello a cui stava
pensando era esattamente come neutralizzare lo sguardo di Marianna. Da qualche parte una soluzione
c'era, lo sapeva. E sapeva che sarebbe stata tanto pi efficace quanto fosse stata solo lei a trovarla. Non
poteva rivolgersi a nessun altro.
A pranzo mangi poco e niente. Accus una stanchezza eccessiva perch la facessero andare in
camera sua senza disturbarla. A Domenico che chiamava fece dire che stesse a casa sua o uscisse con
gli amici per quella sera: lei aveva solo bisogno di riposare. E alle insistenze di lui rispose che non
stesse a preoccuparsi. Voleva tempo, voleva star sola per pensare. Ora era chiaro che Marianna aveva
capito tutto, ed era altrettanto chiaro che il suo bambino non poteva essere messo al mondo con una
maledizione del genere.
Quando quel pomeriggio Nevina Pes vide la figlia uscire dalla sua stanza vestita e truccata di
tutto punto, non credette ai suoi occhi. Mancava poco alle cinque. Maddalena si diede un'ultima
rassettata nello specchio dell'ingresso. Afferr la borsetta e disse:  Esco.
 Che devo dire a Domenico se chiama?  tent la madre.
 Che sono uscita,  rispose Maddalena, senza darle il tempo di replicare.
Sembr improvvisamente che si mettesse al brutto. La 127 di Mimmu sterz in salita verso
Predas Arbas, poco fuori dall'abitato. Giunse in un abbozzo di quartiere residenziale non del tutto
urbanizzato. Imbocc una strada bianca che conduceva all'altezza di un lotto non edificato invaso dalle
erbacce. Parcheggi, scese dalla macchina.
Pass qualche minuto a esaminare l'appezzamento. Era pi ampio di quelli circostanti,
delimitato da ferri tubolari e da un nastro di plastica giallo e nero. Quel terreno agricolo arbitrariamente
lottizzato sarebbe divenuto ben presto edificabile. Non mancava molto alle elezioni comunali e le due
cose  edificabilit e votazioni  erano tutt'altro che disgiunte.
Tutto si poteva dire di Mimmu Guiso, tranne che non conoscesse il piccolo mondo che gli era
stato assegnato. Lui era sempre stato furbo, di quella furbizia preveggente che fa pensare all'inutilit di
certi sistemi educativi. L'aritmetica l'aveva fatta malvolentieri, ma i conti li sapeva fare benissimo; in
italiano era un disastro, ma se c'era da spiegarsi non aveva bisogno del vocabolario. Tuttavia, siccome
aveva perfettamente chiara la sua straordinariet, volle che Domenico andasse a scuola e pretese che
fosse anche tra i primi della classe. Perch si disse che due colpi di fortuna, nella stessa famiglia, non
erano possibili o erano molto difficili. Infatti Domenico era diverso in tutto da lui, se non nel senso di
appartenersi l'un l'altro, fieramente, senza mezzi termini. Per quel figlio sensibile, colto, riflessivo 
dove lui era cinico, ignorante, istintivo  avrebbe fatto qualsiasi cosa. Qualsiasi.
In lontananza si ud un tuono. Mimmu guard in alto, nuvoloni violacei si stavano raddensando
oltre la collina. Ma non avrebbe piovuto, riflett: sembravano tuoni senza convinzione, come quelli del
teatro che fanno pi rumore che altro. Lui aveva capito che non  degli strepiti che bisogna avere paura,
ma dei silenzi. Quelli s.
Guard l'orologio che aveva al polso. Un altro tuono, sempre pi distante, poi sent con
chiarezza il rumore di un motorino che arrancava in salita. Era portato da un ragazzo al massimo
ventenne, talmente alto che per guidare senza toccare la strada con i piedi era costretto a sollevare le
ginocchia fino al petto. Il ragazzo fren sollevando una nuvola di polvere, scese dal motorino. And
incontro a Mimmu porgendogli la mano. Mimmu ricambi perplesso.
 Babbo ha avuto problemi,  si giustific.
Mimmu lo guard dall'alto in basso, nonostante fosse venti centimetri pi piccolo.  Va bene,
 disse.
 Comunque il lotto  questo,  disse il ragazzo.
 Tu sei?  chiese Mimmu.
 Nicola,  si affrett a rispondere l'altro.
 Nicola, non ti avrei riconosciuto... Ti sei fatto alto.
Il ragazzo abbass il mento e tir su le spalle.  Babbo e Leonardo sono dovuti andare a Cala
Liberotto, per una casa da finire,  spieg.  Comunque la posizione come vedete  buona,  un lotto di
quelli grandi e l'edificabilit  sicura, tanto che ha detto babbo che potete anche gi gettare le
fondamenta.
Tutte cose che Mimmu sapeva perfettamente.  S,  disse.  Ma resta il fatto che questo lotto
non basta a rifondere il debito.
 Babbo dice che se avete pazienza le cose in costa si stanno sbloccando e ci mettiamo in pari.
 In pari,  ripet scetticamente Mimmu.  In costa dove?
 Dalle parti di Agrustos... Ottiolu...
 S, s... Il porto turistico,  complet Mimmu per dimostrare che sapeva perfettamente di
cosa stavano parlando.
 Stanno appaltando i lavori per un villaggio turistico proprio sul porto.
 Nic...  lo interruppe Mimmu.  Digli a tuo padre che di quei lotti a Ottiolu ne ho gi
comprati sei. Un altro in pi non mi cambia niente . Aspett che il ragazzo percepisse tutto intero il
senso di quanto andava dicendo, poi complet:  Tuo babbo lo sa qual  il lotto che mi interessa, quello
che ci mette in pari.
 A me questo mi ha detto di dirvi,  s'irrigid il giovane.
 E tu digli quello che ti ho risposto io: per questo va bene che prepari le carte e tutto, ma per
l'altro terreno che non faccia il furbo. A suo tempo avevamo parlato di Cala Girgolu e non certo di
Ottiolu.
Il ragazzo sgran gli occhi scurissimi, da vitello. Sapeva che il terreno a cui faceva riferimento
Mimmu era molto pi prezioso di quello che gli stavano offrendo.  Quello di Cala Girgolu  tutta
roccia e non si sa nemmeno se ci fanno edificare, e quando,  azzard.
 E allora di' a tuo babbo che non ci perde nulla a darlo via. Il rischio me l'assumo io e noi
siamo pari e patti . Il tono di Mimmu sapeva essere terribile soprattutto quando voleva significare una
certezza incrollabile. Il ragazzo cap che non avrebbe potuto dire nient'altro per opporsi.
 Vabb,  disse infatti allargando le braccia.  Io riferisco. Statemi bene tziu Mimm,  si
conged riprendendo la sua posizione da saltimbanco sul motorino.
Mimmu lo salut con un gesto della mano, come un vecchio capo indiano che congeda un
militare yankee dopo una trattativa.
Sopra la sua testa, attraverso le nubi, si era aperto un varco: una scia di luce cinematografica
che fer la terra come certe oleografie della creazione dell'uomo nei catechismi. O negli opuscoli dei
Testimoni di Geova. Non avrebbe piovuto. Aveva avuto ragione.
I passi decisi di Maddalena Pes risuonarono nella sera. Chiunque la vide passare, accarezzata
dalla luce calante, pens alla perfezione con cui la natura stabilisce che le donne in gravidanza
diventano pi belle, incedono pi elegantemente, sorridono pi dolcemente...
Maddalena camminava e parlava tra s e s. Si preparava a vanificare qualunque furberia,
qualunque menzogna, qualunque inganno di Marianna. Una soluzione l'aveva trovata. Ed era una
soluzione semplicissima, le era costata una notte insonne, ma ne era valsa la pena. Quello che stava per
fare era la prova provata di quanta determinazione possa albergare in una donna che si appresta a
diventare madre.
In lontananza si sent tuonare. Maddalena pens che, nella fretta di uscire, aveva dimenticato di
prendere l'ombrello. Lungo via Roma si era aperta una voragine dove qualche tempo prima si ergeva la
mole della Rotonda, il carcere ottocentesco. Una Bastiglia che non era stata demolita da alcuna
rivoluzione, ma dalla conservazione ignorante della politica locale. Con sicurezza la donna super
l'edificio fascista del Teatro Eliseo che in tempi recenti aveva ospitato l'unica sala cinematografica
rimasta aperta in citt. Quindi intraprese la salita di via Ballero, sulla cima della quale si accedeva al
vecchio quartiere San Pietro.
Arriv a casa Chironi non senza un certo affanno, tanto che prima di affrontare il portale e il
cortile dovette sedersi su un masso di granito squadrato addossato al muro di cinta. Doveva riprendere
fiato e calmarsi. Dei tuoni non se n'era fatto niente, erano minacce a vuoto. Qualche lama di luce si
faceva largo fra le nuvole scure... Maddalena era talmente presa dai suoi pensieri che non si accorse di
Marianna. Portava alcune sporte cariche di spesa. Doveva aver visto la giovane seduta davanti a casa
sua, e pensato che non trovandola l'avesse aspettata.
 Se avvertivi che arrivavi mi sarei fatta trovare a casa,  disse.
Maddalena, soprappensiero, ebbe un sussulto vedendosela comparire all'improvviso.  Oddio!
 esclam.
Marianna fece un sorriso strano:  Spaventata ti sei?
 Non mi aspettavo... Credevo che foste in casa. Vi devo parlare...  balbett Maddalena.
 Ero fuori, invece. Entri?  chiese la vecchia.
Maddalena fece segno di s, ma non si mosse. Appariva concentratissima, quasi incapace di
sollevare la testa. Marianna appoggi le sporte per terra badando a che non perdessero il loro
contenuto.  Non c'era pi niente da mangiare e la spesa non mi piace farmela fare da estranei... Se
voglio le cose fatte bene me le devo fare da sola.
 Guardate che io questa roba a mio figlio non gliela metto,  sussurr all'improvviso
Maddalena continuando a guardarsi i piedi. Marianna la vide frugare convulsamente nella borsetta per
estrarne, rifatto alla bell'e meglio, il pacchetto che lei stessa le aveva mandato tramite Domenico. 
Non la voglio nemmeno in casa questa roba,  complet porgendole l'involto.
 Entri?  domand ancora Marianna.
E si avvi verso il cortile. Maddalena attese qualche attimo, poi la segu. Quando entr in
cucina, Marianna stava gi mettendo via la spesa nella credenza, nei pensili sopra al lavello, nel
frigorifero. C'era qualcosa nell'odore di quella stanza che la riportava a Cristian, forse quel misto di
biscotto e gelsomino; forse la persistenza di tutte le cose che lui aveva toccato. La sua tazza, nello
scolatoio, la sua felpa appesa all'attaccapanni nel corridoio, la sua spazzola sulla mensola del bagno;
forse semplicemente il fatto che le sarebbe stato impossibile dimenticare quell'uomo.
 Cos non ti piace il regalo che ti ho fatto,  la provoc Marianna.
 Non lo voglio,  ribad un'altra volta Maddalena.
 E perch? Siedi, siedi,  sembrava che il discorso la divertisse.
 Io credo che voi lo sappiate benissimo perch...  rispose Maddalena fingendo di non
cogliere la provocazione della vecchia. Marianna arricci le labbra come quando voleva fare l'ingenua.
A Maddalena scapp una risata.  Questa creatura non vi ha fatto niente,  scand toccandosi la pancia.
 Voi che sapete bene che cosa  la sofferenza non dovreste augurarla a nessuno, n tanto meno a mio
figlio.
Marianna accus il colpo.  Di quante settimane sei?  le chiese a bruciapelo.
Maddalena tentenn come chi dovesse farsi i conti giusti.  Cinque, cinque e mezzo,  biascic.
Marianna la guard scetticamente.  Magari Domenico ci crede,  disse.
 Domenico crede a tutto, anche che la vostra generosit sia sincera.
 E allora rispondimi. Di chi  il bambino che aspetti?
Maddalena scosse la testa, quasi d'improvviso avesse deciso che no, non l'avrebbe avuta vinta.
 Ma se anche fosse come pensate voi, non  ancora pi grave che abbiate tentato di maledirla questa
creatura?
 Se quella creatura  un Chironi  gi nato maledetto. Nessuno mi potr costringere ad amare
un altro Chironi. A Dio piacendo, tra non molto saremo cancellati definitivamente dalla faccia della
terra.
 No,  si oppose.  Non mio figlio!  Maddalena finalmente sedette.  Non sono venuta qui
solo per restituirvi la camicina, ma per dirvi che senza volerlo mi avete indicato la soluzione. Non
volevo parlarne con Domenico prima di parlare con voi, ma ho deciso come lo chiamer se sar un
maschio o se sar una femmina...  Tacque aspettando che Marianna s'incupisse.  Non siete curiosa?
 domand.
La vecchia le risped al mittente uno sguardo amabilmente disinteressato, qualcosa che aveva
imparato a fare fin da quando si era dovuta rassegnare alla morte della sua unica figlia che si
chiamava...
 Mercede,  l'anticip Maddalena.  Mercede se  femmina, Luigi Ippolito se  maschio, 
complet, vedendo che Marianna era rimasta senza parole.
I tempi nuovi arrivavano sotto forma di figli che divoravano i padri senza alcuna delicatezza.
Ora Maddalena voleva solo uscire da quella casa. Si alz e si diresse verso la porta-finestra che
conduceva al cortile, e quindi, finalmente, al mondo.
Marianna non disse nulla, non tent di spiegare, n tanto meno di fermarla. Pens solo che era
stata una padrona di casa inadeguata, perch non aveva offerto niente alla sua ospite. Con delicatezza
accarezz la camicina di seta, sentendo il ricamo con i polpastrelli: una contorta cicatrice. Poi estrasse
le cinque banconote da centomila dalla busta e le mise in un barattolo di latta con la scritta SALE
GROSSO che pos sul piano del mobile alle sue spalle.
Non era certo la vita migliore che avessero a disposizione, tuttavia era quella che gli era toccata
in sorte. I giorni erano quelli di chi comincia a rendersi conto delle infinite pieghe della realt. Poter
accedere alle esistenze di tutti semplicemente premendo un interruttore aveva fatto della sopravvivenza
un fatto assai poco eroico: dentro lo schermo,ce n'erano milioni di assolutamente identiche, e ce
n'erano altrettante davvero peggiori. Poi c'erano quelle migliori. Questa coscienza cambiava le cose.
Perch il passaggio dall'ipotesi alla dimostrazione dell'ipotesi poteva significare abbandonare
definitivamente la poesia di doversi costruire un mondo su misura.
Nella testa di Mimmu quella che lui chiamava modernit si esprimeva nel dato pratico che la
conoscenza non devi pi andare a cercartela, ma puoi averla in casa con un canone mensile. A saper
sfruttare queste evoluzioni si poteva concepire un mondo nuovo, far saltare le regole, abbracciare
un'altra, pi adeguata, moralit. Questo sapeva benissimo Mimmu, senza saperlo. Ora che stava per
diventare nonno, guardava se stesso come un ragazzo all'inizio di tutto. In cantiere, per esempio, a
chiunque dicesse che una certa cosa non si era mai vista, che certi materiali l, in quel preciso angolo di
mondo, non erano mai stati utilizzati, lui rispondeva che c'erano cose incredibili in giro, dappertutto. E
aggiungeva che a saperci fare si sarebbero ottenuti risultati impensabili con un dispendio molto minore
di quello a cui erano stati avvezzi fino ad allora. Nella stagione funeraria della nazione lui era contento.
Sapeva che, come la felicit, nemmeno l'infelicit  infinita, se non altro perch se alla prima non ci si
abitua mai, alla seconda ci si pu facilmente abituare. Dal suo punto di vista si era stati infelici
abbastanza. Dal suo punto di vista le ultime tre stagioni degli anni Settanta avrebbero determinato una
mutazione genetica. Come quando si  stati a lungo convalescenti e si capisce che  arrivato finalmente
il momento di correre.
Era l dunque che guardava il suo futuro prossimo, e quello di suo figlio, e quello di suo nipote,
sotto forma di un colossale manufatto, di un gigantesco gioco per bambini. Tempi prosperi e tempi
grami per sempre si sarebbero alternati, occorreva saper essere saggi, adattarsi. Era sempre stato cos e
questo non c'era modernit, vera o presunta che fosse, che potesse cambiarlo.
A chi gli chiedesse il perch di certe sue convinzioni si era abituato a rispondere lo so io. E
non era una risposta vaga. Era proprio l'unica risposta giusta. Perch Mimmu sapeva, e questo sapere
spegneva ogni velleit di redenzione. Perci non  che si fosse trasformato, si era evoluto. Aveva
arrancato col fiatone fino alla cima e ora se la godeva prima di lasciarsi andare in discesa, a precipizio,
senza curarsi di nulla. Ci sarebbe voluto almeno un decennio tra l'arrivare in cima, illudersi di restarci e
cominciare a precipitare. Alcuni questo non l'avevano capito, Mimmu s. Non era stato nient'altro che
questo a farlo diventare quello che era diventato.
Si accorse di nutrire disprezzo per tutte quelle persone che avevano l'aria di impegnarsi nel
lavoro solo perch c'era lui in cantiere. Lavativi, mandroni,  diceva tra s,  guardali l che fanno
finta di lavorare. Intercett il direttore dei lavori e gli fece un cenno. L'altro prontamente abbandon
qualunque incombenza e lo raggiunse.
 Mi sembra che siamo davvero in ritardo,  disse senza che quel mi sembra apparisse come
un dubitativo.
 Non  che siamo in ritardo,  tent l'altro.   che abbiamo trovato acqua durante gli scavi
per le fondamenta. Qui, con tutto il rispetto, perizie geologiche non ne sono state fatte,  gli parve una
formula sufficientemente neutrale.
Mimmu non fece una piega.  Con questa cazzata delle perizie si perdono solo quattrini e
tempo. Che cosa dobbiamo periziare, eh?  attacc.  C' un po' d'acqua, si pompa via e basta, no?
Bach, Bachisio!  url vedendo passare un operaio corpulento.  Ma che cazzo avete combinato con
quell'impasto?
L'uomo lo raggiunse.  Quale impasto?  chiese.
 Quello del muro di contenimento,  rispose Mimmu.
 Eh,  fece l'operaio, guardando il direttore dei lavori.  Niente abbiamo combinato, cosa
volete dire tziu Mimm?
 Niente,  ripet Mimmu.  Io dico che c' spreco,  afferm.  Troppo cemento e troppa
acqua... Che cosa ti avevo detto?  chiese rivolto a Bachisio.
  quello che abbiamo sempre fatto,  intervenne il direttore dei lavori.
Mimmu lo guard male, come se non avesse diritto di parola.  Perch poi dovreste
preoccuparvi di non sprecare...  riflett.
Gli altri due si scambiarono un'occhiata, decisi a non replicare: tanto quando gli girava storto al
padrone non c'era niente da fare. Del resto con la rogna che c'aveva in casa, di Cristian Chironi che era
stato ucciso in un conflitto a fuoco nel porto di Livorno, c'era anche da capirlo.
 Se  quello che avete sempre fatto avete sempre fatto male,  concluse.  Le cose cambiano.
 Certe cose no,  si azzard il direttore dei lavori.
 Cio?  rugg Mimmu.
 Cio,  replic quell'altro.  Finch la firma devo metterla io i rapporti acqua-cemento non
cambiano. Noi qui applichiamo la legge.
 Bach, scusaci un attimo che col geometra abbiamo una cosa privata da dirci.
Bachisio felicemente raggiunse il resto dei colleghi che stavano stendendo una gettata.
Restati soli Mimmu prese il direttore dei lavori per un braccio in modo da costringerlo a
guardarlo negli occhi.  Allora, uomo di legge, tu quanto ti prendi di stipendio?  gli sibil talmente
vicino alla faccia che l'altro pot annusargli il fiato.  E intendo tutto: quello in busta paga e quello in
nero.
 Che c'entra?  sbott il geometra tentando di divincolarsi.
 C'entra, perch se dobbiamo applicare la legge la applichiamo tutta. O no?  chiese.
Il direttore dei lavori accenn un s millimetrico.
Noro, 6 maggio 1979.
Ora che poteva guardarla pi da vicino si accorse che la casa non era bianca come pensava, ma
di un azzurro molto tenue. E neanche la neve era poi cos bianca, virava al celeste anch'essa.
Cominciava a capire le cose, per esempio perch non sentisse freddo nonostante si trovasse in
sottoveste, a piedi nudi, nel bel mezzo di una distesa innevata. Il che, sotto certi aspetti, poteva
significare sognare senza tanta fantasia. Quell'immagine non rispondeva nemmeno alla domanda
elementare se si sognasse a colori o no. Il bianco che vira all'azzurro  un colore? Il cane bianco le
corse incontro. Tatra!, sent alle sue spalle. Si volt, dietro di lei c'era un uomo giovane, alto, con i
capelli chiari e la barba. Stava sulla soglia che introduceva alla casa azzurra, i pugni posati sui fianchi
come un oste che attende clienti fuori dalla locanda. Neanche quell'uomo sembrava accorgersi del suo
abbigliamento succinto. Lui, al contrario, era piuttosto coperto. Indossava una giacca stretta che lo
faceva sembrare un adolescente cresciuto troppo in fretta. Tatra!, ripet con una voce stranamente
metallica. L'animale si volt a guardarlo, quasi volesse capire chi fosse prima di obbedirgli, poi si
lanci verso di lui. L'uomo lo accolse preparandosi all'impatto. Si abbracciarono, rincorrendosi nel
bianco abbagliante. Le risate dell'uomo si fecero sonore come sibili di vento. Maddalena li osservava
incantata dall'amore che quel rincorrersi e scartarsi esprimeva. Fece un passo verso di loro. Sotto i suoi
piedi nudi la neve pareva tiepida. L'uomo aveva raggiunto un gruppo di betulle scheletriche fra
l'edificio della fattoria e l'ansa gelata del fiume, il grosso cane bianco sembrava averlo perso di vista
per un attimo. L'uomo era snello e scattante nella sua giacchetta striminzita e frusta, dalle cui maniche
troppo corte usciva una porzione consistente di quelle, troppo lunghe, del maglione. Eppure era
elegante, com'erano eleganti quei temerari che, in tweed e passamontagna, se ne andavano alla
conquista del Polo nei primi del Novecento. Il cane s'impenn sulle zampe anteriori guardandosi
intorno. Nell'aria il gelo solidificava gli odori, di torba, di letame, di aceto, facendoli corporei. Esmu
eit!, si sent improvvisamente dal folto delle sterpaglie che occupavano l'area del boschetto. Il cane,
neanche fosse caricato a molla, si proiett in direzione della voce. Raggiunse l'uomo nel folto ispido
della boscaglia. Sfumarono, lontani dal suo sguardo. Poteva immaginarli. Qualcuno con una mano
freddissima la tocc. Stava per voltarsi a vedere chi fosse, invece si svegli.
Nevina era accanto al suo letto.  Maddal,  disse la madre,  guarda che se non ci muoviamo
finisce che arriviamo in ritardo... Noi siamo tutti quasi pronti.
La ragazza si mise a sedere di scatto.  Che ore sono?  chiese.  Perch non mi hai svegliata
prima?
 Si fa in tempo,  prov a rasserenarla Nevina.  Se ti sbrighi si fa in tempo.
 Perch non mi hai svegliata prima?  ripet lei.
 Stavi riposando bene,  rispose finalmente la madre.  E poi tanto dovevamo prepararci anche
noi...
Maddalena scroll la testa come aveva visto fare al grande cane bianco nel suo sogno. Si alz in
piedi. Sulla poltrona era posato il suo abito da sposa. Assolutamente adatto alla situazione.
 Non  troppo bianco?  chiese Nevina, che temeva l'inadeguatezza pi della povert.
 Non  bianco,  protest Maddalena.   azzurro cipria.
 S,  tagli corto la madre.  Sbrigati per, che tra mezz'ora arriva la parrucchiera per
l'acconciatura.
Maddalena spar oltre la porta del bagno. L'altra si guard intorno.  Dove sei?  chiese.
 Sono qui,  rispose lei prima di azionare il rubinetto della doccia.
Peppino Pes e suo figlio Roberto aspettavano sul divanetto in tinello vestiti di tutto punto,
esattamente come nel giorno del fidanzamento. Nevina no. Lei, la madre della sposa, aveva dovuto
sostenere la spesa di un altro abito, non appariscente, ma decoroso: un tre pezzi color pervinca sfumato,
col quale si potevano indossare le scarpe buone e la borsetta in pendant.
 Ecco bravi, state seduti in quel modo cos addio pieghe dei pantaloni!  url lei entrando nella
stanza. I due uomini scattarono in piedi, dandosi dei colpetti ai calzoni. Nevina si avvicin al marito
come a confidargli un segreto, ma prima di parlare fece cenno a Roberto che si avvicinasse.  Se ve lo
chiede voi ditele che il suo abito  celestino, va bene?  Padre e figlio accennarono all'unisono.
Poco dopo Maddalena entr con indosso il vestito e un grosso asciugamani sulle spalle perch
non si bagnasse per via dei capelli umidi.  Secondo voi questo vestito di che colore ?  chiese agli
uomini della sua famiglia.
Peppino la squadr come se dovesse decidere.  Celestino,  afferm con buona sicurezza. 
Rob,  celestino no?
Roberto non disse n s n no. Si limit a inarcare le sopracciglia. Maddalena guard la madre
che ricambi con un accenno di sorriso.
Suonarono. Nevina corse ad aprire alla parrucchiera.
Che Mimmu Guiso contasse qualcosa a Noro si capiva dal fatto che gli era bastata mezza
giornata per farsi aprire la chiesetta del Redentore in cima al Monte Orthobne per il matrimonio di
Domenico e Maddalena. Matrimonio che per quanto dovesse essere sbrigativo e assai diverso da come
tutti l'avevano immaginato, necessitava comunque di un luogo esclusivo e speciale. Gli invitati furono
pochissimi. Marianna, comprendendo che era stata inserita in quella lista solo per l'impossibilit di
ignorarla, non si fece vedere.
Quella mattina dell'Ascensione lei la impieg diversamente. La stagione si era fatta finalmente
tiepida, senza vento. Dopo aver dato l'acqua alle piante in cortile, Marianna fece un bagno caldo. Poi,
nemmeno vestita, and nella camera che era stata dei suoi fratelli prima, in seguito di Vincenzo, e
infine, per lungo tempo, di Cristian.
L c'era la scrivania, e nel cassetto i fogli bianchi. Ne estrasse quattro di numero, cerc una
penna e si mise a scrivere:
Io sottoscritta, Chironi Marianna, vedova Serra-Pintus,
nel pieno possesso di me medesima, stabilisco che si eseguano le seguenti direttive dopo la mia
morte, si spera prossima:
- che tutti i miei beni terreni, mobili e immobili, vadano al figlio nascituro di Guiso Domenico,
di Guiso Giovannimaria, e Pes Maddalena, di Pes Giuseppe noto Peppino;
- che tale lascito abbia valore sia nel caso che nasca un maschio, sia nel caso che nasca una
femmina;
- che i beni suddetti siano amministrati dal padre legittimo del nascituro fino al compimento del
suo ventunesimo anno di et;
- che all'atto della mia dipartita sia consegnato a Pes Maddalena il plico con la storia della
famiglia Chironi scritta di propria mano dal mio fratello maggiore fu Chironi Luigi Ippolito, di fu
Chironi Michele Angelo.
Nel giorno sei del mese di maggio del millenovecentosettantanove,
In fede mi firmo,
Chironi Marianna, vedova Serra-Pintus
Fuori dalla chiesa una ventina di invitati selezionatissimi salutarono gli sposini. La maggior
parte di questi, che avevano partecipato poco tempo prima al fidanzamento di Maddalena e Domenico,
si resero conto di quanto quella festa fosse stata simile a un matrimonio, mentre questa a cui avevano
appena assistito sembrava piuttosto una celebrazione semiclandestina.
Fu organizzato un pranzo in un locale poco fuori Noro. E, alle tre del pomeriggio, tutti erano a
casa propria. Gli sposini presero possesso dell'appartamento che Mimmu Guiso aveva regalato loro. A
Maddalena non piaceva quell'appartamento e, soprattutto, non piaceva il mobilio che il suocero in
persona aveva scelto per il loro nido d'amore. Certo non si poteva dire che fosse brutto. S, sarebbe
stato da irriconoscenti non apprezzare quella grande, perfetta, abitazione. Eppure a Maddalena sembr
la fredda suite di un albergo di lusso, fragrante di nuovo come un'automobile in un autosalone.
 Non ti piace,  constat Domenico aiutandola a sfilarsi il soprabito.
Maddalena con la punta dei piedi si scalz le scarpe dalle caviglie.  Non  che non mi piace...
 prese tempo.  C' tutto,  concluse mentre Domenico cercava un posto per appendere l'indumento
che teneva ancora in mano.
A sentire i racconti entusiasti di Nevina alle vicine c'era proprio tutto: due bagni con rispettivi
antibagni, tre televisioni, due telefoni e anche la lavastoviglie come nelle case dei film. C'erano persino
i quadri appesi al muro e interi servizi di piatti e bicchieri nelle credenze. Un signor regalo di nozze
davvero!
 Lo so, manca la mano femminile, ma tutto quello che non ti piace lo puoi togliere...
 Quel quadro,  disse Maddalena indicando una specie di pagliaccio piangente sopra una
mensola,  e quella lampada... E, oddio, quelle tende,  continu in un crescendo.
Domenico abbandon il soprabito sul bracciolo di una poltroncina anticata.  Io l'avevo detto
che non era una buona idea, ma a me nessuno mi d retta.
Maddalena lo guard, per un attimo fu tentata di consolarlo, ma si sentiva troppo stanca.  Non
fa nulla,  sussurr.
Domenico le si sedette a fianco, cerc la sua mano.  Non ci dobbiamo stare se non ti piace.
 Non farmi passare per una che fa i capricci, Dom.
 Lo sai com' fatto babbo,  attacc lo sposino.  Per lui non  stato facile, ha dovuto fare
sempre tutto da solo...  s'interruppe vedendo che Maddalena si sottraeva alla sua presa.
 Va bene, basta cos,  intervenne lei.  Io ho sposato te, Domenico. Intesi?
Non c'era bisogno di dire nient'altro, cos se ne restarono in silenzio, e nel silenzio parve che il
senso di estraneit che si sprigionava da quell'ambiente esplodesse in modo insopportabile, tanto che
persino Domenico cominci a sentirlo in tutta la sua assurda consistenza. Era il sentimento corporeo di
quando si prende possesso di una casa d'altri, una casa di bambole. Tutto quello spazio era un
giocattolo, un posto che qualcuno aveva ipotizzato per abitanti senza volont.
Maddalena fu invasa da un'afflizione sottile, senza enfasi. Come una consolazione prima della
disperazione.
Squill il telefono. Domenico sobbalz. Fece due passi verso l'apparecchio quasi volesse
convincerlo a smettere: sapeva che a chiamare era Mimmu. Si volt per guardare sua moglie e lei bad
bene a evitare qualunque, seppur minimo, accenno. Gli squilli proseguirono ostinati. Maddalena, seduta
sul divano, non si mosse. Domenico, in piedi con un braccio allungato e la mano posata sulla cornetta,
non si mosse.
Quando il telefono si zitt, i due restarono ancora un poco a guardarsi senza dire nulla, perch
sembrava che le parole rendessero pi evidente l'imbarazzo fra loro. Poi l'apparecchio riprese a
squillare.
 Andiamocene,  propose lui a un certo punto.
 E dove?  chiese lei. Ma con un tono finalmente interessato.
 Che importa dove? Ci mettiamo in macchina, ce ne andiamo in costa... Vuoi che prendiamo
la nave? Ce ne andiamo a Roma?  rilanci Domenico con entusiasmo crescente.
Maddalena constat quanto la intenerisse lo sguardo di quell'uomo ogni volta che s'illudeva di
poter rimettere a posto le cose.
 Io, quando  morta mia madre me ne sono accorto...  disse Domenico all'improvviso.  Non
so perch mi  venuta in mente questa cosa proprio adesso,  si scus subito dopo. Maddalena aspett
che proseguisse.  Forse perch non mi ero mai pi sentito come allora, tranne adesso . Tacque. La
moglie gli tese la mano perch andasse a sedersi accanto a lei nel pessimo divano stile Las Vegas. Lui
sedette.
 Giuro che me ne sono accorto,  riprese senza guardarla.  Ma lo stesso facevo finta di nulla,
perch pensavo che se tutti intorno a me credevano che non avessi capito quanto era capitato, allora
voleva dire che non faceva tanto male, e persino che non era successo. E adesso  uguale: Cristian che
muore in quel modo, e poi noi due, il bambino in arrivo, questo matrimonio...
 Chi pu dire che non sia successo?  chiese Maddalena, accarezzandogli la mano.  Chi pu
dirlo?
Domenico si volt a guardarla, gli tremava la bocca.  Io,  confess.  Non sono nemmeno
stato in grado di impedire tutto questo,  chiar mostrando la stanza con un gesto ampio del braccio. 
Proprio come quel giorno quando mio padre insisteva a dire: Andr tutto bene, ce la caveremo io e te,
non abbiamo bisogno di niente, e io avrei voluto dire che no, che niente andava bene, che la mamma
era morta... Ma avevo paura. Paura. Come adesso...  Domenico si prese la testa fra le mani.
 Di che cosa hai paura?  chiese Maddalena accarezzandogli il collo.
 Che tu capisca di aver fatto la scelta sbagliata.
 Che dici?  il discorso aveva preso una piega inaspettata, Maddalena prov a parlare con una
disinvoltura forzata.  L'hai detto tu che non  la fine del mondo, no? La verit? Non mi piace questo
posto. Ce ne troviamo uno per noi... Va bene?  concili. Ma Domenico non sembr risollevato.  Non
permetteremo a nessuno di decidere per noi. Intesi?  Domenico prese fiato come per rispondere.  A
nessuno, intesi?  lo anticip lei.
 A nessuno,  ripet lui.
Solo allora si resero conto che il telefono aveva smesso di squillare da un pezzo.
Mimmu riattacc, incerto tra il fastidio e la delusione. Si aspettava un ringraziamento, ma
capiva che per due sposini che entrano per la prima volta nella loro nuova casa, la riconoscenza verso
chi gliel'ha donata non fosse il primo pensiero.
E comunque lui lo sapeva bene cosa voleva dire quel silenzio. Voleva dire che era arrivato il
momento di ripensare a tutto. Riconsiderare ogni prospettiva. Si rese conto di qualcosa a cui non aveva
mai pensato veramente: quanto aveva ottenuto, in definitiva, era stato di restare solo.
Gli venne in mente cos, con precisione, come se fino a quel momento avesse ragionato a pezzi.
Se lo confess senza reticenze fra s e s, ma nella stanza vuota avrebbe potuto tranquillamente urlarlo
perch nessuno l'avrebbe sentito.
Si sedette, guard verso la stanza che era stata di Domenico. Poi, tornando a fissare il niente che
lo assediava, si disse che aveva fatto tutto quel che aveva fatto per restare solo.
Riand a una mattina di moltissimi anni addietro, quando aspettava con impazienza che gli
caricassero il portabagagli della macchina con le ultime cose rimaste al priorato di San Francesco di
Lula. La sagra era finita da giorni, ma ci voleva tempo per liberare gli spazi e lasciare tutto pulito per il
nuovo priore. Cos gli avevano detto che c'era un'opera buona da farsi: una persona che aveva bisogno
di essere accompagnata a Noro in macchina. E quella persona era Vincenzo Chironi. Cos l'aveva
portato a Noro, dai parenti.
Mimmu si chiese perch mai gli fosse tornato in mente quel fatto, e infine comprese che alcuni
uomini, come era stato Vincenzo Chironi, avevano il destino scritto in faccia. E pens di s che se ci
fosse stato qualcuno a guardarlo in quel momento, quando Vincenzo era salito sulla sua auto, avrebbe
potuto capire di lui cose terribili. Per esempio fino a che punto si sarebbe potuto spingere lui, Mimmo
Guiso, per portare via tutto a quell'uomo. Appena preso posto sull'auto Vincenzo aveva abbozzato un
sorriso lievissimo, gi riconoscente. Poi si era spostato il ciuffo nero dagli occhi. Con quelle gambe
lunghe stava a malapena nello spazio davanti al sedile, eppure non era sembrato goffo nel sistemarsi.
Poi, quando la macchina si era messa in moto, aveva mostrato il profilo dei Chironi. E l, Mimmu
aveva provato un sentimento acre, come chi  costretto a ingoiare un frutto acerbo.
Questa era l'assoluta verit. E Mimmu, poich adesso non c'era nessuno con lui, pot
sussurrarla alla parete davanti a s: lui, Vincenzo Chironi, l'aveva sempre invidiato. Dopo, solo dopo,
aveva capito che il modo pi efficace di dar seguito a questo sentimento, figurandosi di fare l'opposto,
era di amare quell'uomo incondizionatamente.
Ora che aveva fatto quel che aveva fatto, Mimmu riusciva a confessarsi il sollievo e l'angustia
che aveva provato quando l'aveva trovato appeso alla trave del soffitto. Perch l s'incontrava tutto:
non era riuscito a non invidiarlo, ma nemmeno a non amarlo. Aveva tentato fino in fondo e senza esito
di essere indifferente alle sue sorti, ma Vincenzo sapeva ritornare. Ritornava sempre. Persino dopo la
morte.
Proprio adesso poteva sentirlo seduto accanto a s. Si era preparato un discorso da fargli,
qualcosa che suonava come un autodaf: Vedi un po' amico mio, tu mi hai abbandonato, mio figlio mi
abbandoner ben presto.
Di Cristian non gli avrebbe parlato perch quello era un fatto di cui non aveva ancora afferrato
esattamente la portata. Vincenzo, tanto, quel figlio non l'aveva mai incontrato. Non da vivo, per cui...
Mimmu scosse la testa nel gesto di chi vuol dar torto a se stesso.
Ora percepiva con chiarezza cosa significasse la perdita di un figlio. Un fatto elementare come
quella mancata risposta al telefono l'aveva precipitato nel suo rovello, nell'oscuro abisso di s. E
poteva ipotizzare tutta la sua vita che, da quel momento in poi, sarebbe stata di espiazione. Perch lui lo
sapeva bene che cosa possono combinare gli umani anche alle persone che pensano di amare.
I figli poi. Ti ripagano di tutto, nel bene e nel male.
Alla televisione, sul canale locale, facevano una specie di trasmissione di inchiesta che
scimmiottava quelle delle reti nazionali. Documentari basati su fatti di cronaca, raccontati con
abbondanza di colpi di scena e momenti d'attesa. Ricordavano il caso Priamo Camboni, 1970?
Mimmu accenn verso lo schermo, lo ricordava eccome, ma non l'aveva mai capito bene...
Quale che fosse la stagione, la casa di Priamo Camboni era sempre calda. Dipendeva dalla
moglie Gessica che troppo freddo aveva patito durante la sua povera infanzia e adolescenza, e che ora,
dopo il matrimonio favorevolissimo che aveva fatto, di freddo non voleva mai pi patirne. Quanto le
fosse costato quel matrimonio era difficile da dirsi, perch Gessica era bella e Priamo bello non si
poteva dire. Ma era ricco.
Lei si era innamorata appena quattordicenne di un giovane diciassettenne prestante, ma assai
povero, che l'aveva sverginata nei bagni dell'autostazione di Noro una mattina in cui entrambi
avevano saltato le lezioni. Quella coincidenza, che fossero entrambi di paese, che fossero entrambi
poveri, che nello stesso giorno piuttosto che entrare a scuola si fossero rifugiati nella sala d'attesa
dell'autostazione, li un fino all'ineluttabile bacio e di l fino ai bagni sottostanti. Si erano parlati poco,
pi che altro guardati e poi baciati, e poi tutto il resto, di lui non sapeva il nome allora.
Passa poco tempo che Gessica lo rivede ritratto nella prima pagina di un quotidiano e scopre
che si chiama Emanuele Sias. Bel nome, pensa Gessica. E pensa che persino dalla foto del giornale,
tutta sgranata e imprecisa, si capisce quanto  bello. Nel giornale c' scritto che Emanuele  accusato di
rapina e di omicidio ai danni di un gioielliere di Noro. C' scritto che due giorni prima, verso le undici
di mattina, il Sias ha puntato un'arma allo stomaco del gioielliere Gilberto Arru, di anni 53, padre di
quattro figli. Di fronte al rifiuto di lui di consegnargli il ricavato della giornata, Sias ha sparato senza
troppi complimenti; poi se n' andato portandosi dietro s e no duecentomila lire di gioiellini da nulla.
Quella notte, col giornale aperto alla pagina dove si trova la foto di Emanuele, Gessica non
riesce a chiudere occhio: sa che il ragazzo non pu essere colpevole di quanto viene accusato. Lui verso
le undici del mattino di due giorni prima si trovava con lei nei bagni dell'autostazione. E questo pu
dirlo con certezza perch mentre veniva presa, proprio nel momento preciso in cui cap che aveva perso
la sua verginit, l'orologio del cesso in cui tutto ci avveniva, segnava le undici in punto.
Il giorno dopo il Sias proclama la sua innocenza dal giornale, affermando di trovarsi altrove il
giorno della rapina. Nell'articolo non si dice altro. A tavola il padre di Gessica commenta l'accaduto.
Sono commenti generici intorno al fatto che quel giovane, che rifiuta le proprie responsabilit, non
merita alcuna comprensione. Gessica abbassa lo sguardo.
Due mesi dopo la notizia del giorno  il processo per direttissima nei confronti di Sias
Emanuele. Di quella rapina finita male quasi tutti si sono scordati, ma non Gessica.
Lei ha un motivo preciso per ricordare, e quel motivo sono le nausee mattutine che da qualche
settimana l'aggrediscono.
Cos deve pensare, e pensare a lungo. Ci sarebbe il piccolo dei Camboni che la guarda e, da
quando ha perso la verginit, ha capito anche in che modo preciso la guarda. In paese dicono che  un
drollo, e in effetti non  che abbia una faccia molto sveglia. Gessica ha pensato questo: che l'unico
modo per uscire dalla situazione in cui si trova  dare una risposta agli sguardi di Priamo Camboni.
Si lascia prendere la seconda volta che escono insieme. Poi, il mese dopo, gli dice che  rimasta
incinta.
Il giorno del matrimonio riparatore con Priamo Camboni, Gessica scopre che Emanuele Sias,
condannato all'ergastolo in via definitiva per l'uccisione del gioielliere Gilberto Arru, si  tolto la vita
impiccandosi in carcere. Lo svenimento che ne segue viene considerato da tutti una conseguenza del
suo stato interessante. Le donne invitate schiaffeggiano la sposa per farla rinvenire, lei sussurra che ha
freddo. Eppure  piena estate.
Emanuela Camboni nasce ufficialmente settimina, ma incredibilmente grossa. Nemmeno la
nascita della bambina fa cessare il freddo che sente.
Come previsto da tutti i cieli Priamo non si rivela un buon marito:  uno di quelli che proprio
perch appaiono stupidi e imbelli riescono a diventare incredibilmente violenti. Trascorrono quattordici
anni, di violenze e soprusi nei confronti della moglie, e d'idillio con la bambina, ormai ragazza. In casa
l'unica che riesca ad ammansire la furia d'inerte nullafacente di Priamo Camboni, mantenuto dalla
ricchezza della sua famiglia,  la figlia Emanuela. Lei nel frattempo si  fatta bella, molto pi bella
della madre.
Una sera di agosto Priamo torna a casa sbronzo, come al solito urla contro la moglie, Emanuela
li sente litigare dalla sua camera  una lite terribile questa volta.
Improvvisamente un silenzio assoluto invade la casa. Gessica si affaccia alla camera di
Emanuela e le spiega che  tutto passato: le racconta che Priamo  caduto, ha battuto la testa, se Dio
vuole  morto. Dobbiamo chiamare la polizia, continua. Poi dice alla figlia che se lei testimonier di
aver visto il padre cadere nessuno avr sospetti, il caso verr chiuso e l'enorme capitale dei Camboni
sar finalmente solo loro.
Emanuela sorride, ma non  un sorriso tranquillizzante.
Infatti quando arriva la polizia testimonia che  stata la madre a uccidere il padre, spingendolo a
terra.
Gessica, la vedova nera, viene arrestata.
Al compimento dei diciotto anni Emanuela entra in possesso del patrimonio paterno.
Ecco cosa combinano i figli.
Spense la televisione.
Una bella storia che Mimmu non aveva mai capito, ma che adesso capiva benissimo.
Ci volle tutta la mattinata successiva perch si mettesse al bello. Maggio arrancava. Solo verso
le due del pomeriggio la gara contro un vento che spostava nubi e ingrigiva il cielo fu vinta. L'azzurro
impregn intere porzioni di verde e grigio, spandendosi sugli alberi e i graniti. La stagione dei viventi
si adagi sulla stagione morta per ribadire la costanza con cui le et si succedono a dispetto di chi si
illude del contrario. Qualcuno fu costretto ad ammettere la sua mortalit quel giorno, qualcun altro a
rinunciare al calore materno. Ci fu da sentirsi all'inizio e alla fine di tutto quel giorno. Come sempre
accade, ma con una chiarezza nuova. Mimmu assistette alla luce dell'alba che si formava, incerta. Poi
allo spalancarsi di un pomeriggio sfacciatissimo, troppo luminoso per essere giunto cos tardi. Eppure
giunse, il vento s'interruppe d'improvviso e arriv il silenzio. Aveva dormito poco, ma non si sentiva
stanco. Non quanto avrebbe dovuto. Per Mimmu riposare era smettere di pensare, nient'altro che
questo. Gli era indifferente dormire poco o molto, quello che contava era far tacere la testa.
Il telefono squill. Mimmu, con calma, and a rispondere.
La voce di Domenico era imbarazzata.  Scusa se non ho chiamato prima,  disse.
Mimmu si schiar la gola per prendere tempo.  Avrai avuto di meglio da fare. La casa?
Contenti?  chiese.
Domenico gliss:  S, la casa, ne parliamo... Non hai saputo nulla?
Mimmu fece segno di no, come se il figlio potesse vederlo:  No, di che cosa?
Che fosse arrivato il suo ultimo giorno Marianna Chironi, vedova Serra-Pintus, lo cap senza
ombra di dubbio dal fatto che ci fosse tutta quella folla in cucina. Davvero tanta gente. E non gente
qualsiasi: c'erano babbo e mamma e Gavino. E c'erano anche i gemellini Pietro e Paolo. Franceschina
e Giovanni Maria pure. E Luigi Ippolito con Vincenzo. C'era Dina e anche Cecilia; e poi Biagio.
Giuseppe Mundula c'era. E c'erano altri che lei nemmeno sapeva di conoscere.
Per questo pens con chiarezza che doveva essere l'ultimo dei suoi giorni. Comprese che le era
stato assegnato quel maggio indeciso. Avrebbe preferito un maggio luminoso quando le giornate si
saziano di luce porosa, brulicante di pollini. Quando, cio, il vuoto si mostra come materia affatto
compatta, piuttosto che come Nulla immateriale. E gi assistere al miracolo del niente che si riempie,
pur restando quello che , pare l'esito estremo di una vita lunghissima.
Qui Luigi Ippolito scosse le spalle, perch lui, che aveva studiato, sapeva bene che non c'
miracolo nel pulviscolo che invade ogni minima porzione dell'aria che respiriamo; c' solo il modo in
cui, attraverso una lama di luce magari sfuggita a una persiana socchiusa, tutto quel brulicare si palesa
in quanto tale, contro l'apparente assenza, nella penombra.
E Marianna fece cenno di s, che certo sapere le cose le rendeva pi familiari, meno
stupefacenti. E magari, pensava, sapere troppo significava rinunciare proprio allo stupore.
In ogni caso dovette accontentarsi di quel maggio scialbo.
Sto morendo, si disse, ma senza gioire troppo di quella circostanza per paura che la sua gioia
venisse ripagata col dispetto di un ripensamento. Perci, come se niente fosse, si mise a sedere sulla sua
seggiola di fronte al caminetto fingendo di ignorare tutta quella gente che aveva affollato
improvvisamente la casa. Diede un'occhiata verso la porta-finestra che dava sul cortile: mattinata grigia
e ventosa, proprio come nel giorno del suo matrimonio. Fu tentata di voltarsi verso sua madre Mercede
per chiederle se anche lei confermasse quella sensazione. E se si ricordava di quanto si fosse lamentata,
alzandosi quella mattina, nel vedere quel tempo instabile, mentre tutti gli invitati cominciavano ad
arrivare. Marianna aveva sempre pensato al suo matrimonio come se si trattasse del matrimonio di
un'altra donna. Per quanto la riguardava lei era sempre stata nubile o vedova, del suo breve stato di
moglie non ricordava quasi nulla. E anche la sua esperienza di madre era stata brevissima. Non c'era da
farci conto. Tutto quello che aveva imparato, l'aveva imparato per sottrazione. Era stata una scuola
durissima. Sempre nell'angolo degli asini, con le ginocchia sui ceci, nel pubblico ludibrio. Ma le era
servita a non farsi troppe illusioni, a capire le cose al volo. Ora stava morendo. Lo sapeva e non aveva
paura, erano tutti l con lei in cucina. E si aspettava che la chiamassero da un momento all'altro.
Diventava sempre pi difficile far finta di nulla.
Fu Luigi Ippolito che parl per primo, in tutto identico al se stesso ritratto davanti alla chiesetta
di San Spiridione, Trieste, nel 1917. Poco prima che venisse a mancare.
Si guard intorno per sincerarsi che, in quanto fratello prediletto di Marianna, spettasse proprio
a lui aprir bocca. Attese qualche istante: nessuno, fra tutti i presenti, os opporsi: di fronte alla realt
dei fatti, alla precisa coscienza di quanto quella sorella amasse quel fratello, c'era poco, o nulla, da
obiettare.
 La Parola  profonda, sorella cara,  cominci Luigi Ippolito. Aveva la voce pastosa e ferma
di chi non ha conosciuto la consunzione lenta dell'invecchiare. Aveva il volto di chi non ha avuto il
tempo di coltivare le rughe. Aveva lo sguardo mobile di chi non conosce la pazienza dell'et.  La
Parola  profonda,  ripet. Poi continu:  Come un sasso che raggiunge il fondo della pozza
smuovendone la melma. La Parola  fiato che si compone, l'ostinato mistero di dare corpo
all'incorporeo.
 S,  sussurr lei.  So cosa intendi. E mai ne ho sprecata una, di parola.
 La Parola santifica tutto quello che rappresenta. Hai raccontato solo quello che credevi
meritasse di essere ricordato. Lo sai, vero?
 Lo so, lo so... Siete qui per questo, no?  fece lei. E si sventol la mano tra il naso e la bocca,
come se volesse scacciare una mosca.
 E noi siamo arrivati,  cerimonioso Luigi Ippolito aspett che Cecilia e i gemelli, babbo e
mamma e Gavino e Dina, Biagio, Giuseppe, Franceschina, e tutti i non nati, o nati morti, approvassero.
E tutti accennarono di s. Tranne Vincenzo, che sembrava sul punto di piangere.
 Siete arrivati,  conferm Marianna sorridendo al fratello prediletto per poi voltarsi verso il
nipote reticente.
Allora, quando anche Vincenzo, con uno sforzo, approv, riprese:  Siete qui per soffiare l'alito
che genera racconti.
Luigi Ippolito, questa volta dolorosamente, assent.  Dopo di te sorella cara si dovr contare
sui ricordi, io credo . Parl per s, ma anche per gli altri che di nuovo accennano. Tranne Vincenzo
che, ancora, sembrava perduto.
Perci che quel 7 di maggio dell'anno 1979 non fosse un giorno come gli altri, a Marianna
Chironi, vedova di ogni vedovanza e orfana di ogni orfanit, parve assolutamente chiaro.
 Bene, si ricomincia,  disse allora rivolgendosi ai presenti.  Michele Angelo e Mercede
generarono Pietro e Paolo, Giovanni Maria e Franceschina, Luigi Ippolito, Gavino, Marianna;
Marianna e Biagio generarono Mercede, detta Dina; Luigi Ippolito e Erminia generarono Vincenzo;
Vincenzo e Cecilia generarono Cristian; Cristian e Maddalena generarono Luigi Ippolito...
Morti e vivi tennero la conta con le dita.
Luigi Ippolito stava seduto in quel preciso modo che lei da sempre conosceva, che non si poteva
dire rigido, ma nemmeno rilassato. Nel personale catalogo di Marianna era il primo, come per Omero
era stato Arcesilao. Perch di quel fratello aveva trattenuto ogni particolare: di quando gli era tremato il
labbro, poco prima che partisse per il liceo; di quando si era ostinato a stilare, con la testa china e il
ciuffo nero che quasi sfiorava il foglio, una storia dei Chironi che pure una storia nemmeno ce
l'avevano, ma lui diceva che se qualcuno non si prende la briga di scriverla o di raccontarla, una storia
semplicemente non esiste; di quando, alla fine del 1915, aveva cercato le parole aiutandosi con le dita,
come pizzicando l'aria, per dire che si sarebbe arruolato volontario per il fronte del Carso; di quando
era tornato a casa ricomposto in una bara sigillata. E poi ricordava alla perfezione che odore avesse,
come profumasse di cialda e pane tiepido; come mantenesse la roba pulita nonostante l'avesse portata
tutto il giorno; come ogni pi piccola porzione del corpo, dai capelli alle unghie dei piedi, avesse in lui
un'aria rifinita, cesellata. Come l'amasse di un amore furibondo e cieco, pi, molto di pi, di quanto
avesse mai amato se stessa.
Marianna si volt a guardare Vincenzo, poi ritorn a Luigi Ippolito. Si sarebbero detti identici,
ma a ben guardare si potevano notare piccole differenze tra padre e figlio: la linea delle sopracciglia,
per esempio, che aveva in suo fratello una qualit specifica come d'arco a sesto acuto mentre nel nipote
era pi secca, quasi dritta, per poi scivolare appena lungo le tempie. E il candore della pelle, che nel
padre era opaco e nel figlio riflettente. Fino al fascio della caviglia finissima nel primo, pi solida e
tozza nel secondo. Di tutte queste sottigliezze lei manteneva una contabilit assoluta perch sapeva
bene che dentro a quelle pieghe stava tutto il senso che aveva dovuto dare alla sua esistenza.
Cos, per consonanza, Vincenzo gli apparve di spalle, con l'abito blu del matrimonio. Di suo
padre Luigi Ippolito manteneva lo sguardo affamato d'amore; il sottile silenzio languoroso; la
malinconica sapienza della simmetria. Era il secondo, senza dubbio, perch a lui Marianna si era
appassionata addirittura prima che sapesse della sua esistenza, tutte le volte che aveva immaginato il
ritorno dalla guerra del suo fratello prediletto e si era dovuta accontentare di quel nipote sconosciuto,
nato per far ricominciare tutto e morto perch tutto finisse. Cos le trem la bocca, perch la storia di
Vincenzo stringeva il cuore: fin da quando si era impegnato a combattere contro le cavallette e le
zanzare.
Oh, Gavino... E mamma Mercede e babbo Michele Angelo, insieme...
 Come sarebbe morta?  chiese Mimmu, neanche gli avessero raccontato qualcosa di
impossibile.
 Eh, morta,  conferm Domenico.  Infarto pare,  specific.  L'ha trovata poco fa la donna
a ore.
 Non pare vero,  constat Mimmu.  Non pare vero. Non pare vero...
 Del funerale, e di tutto il resto, ce ne dobbiamo occupare noi. Non c' pi nessuno adesso che
possa farlo.
Dal tono della sua voce Mimmu cap che non c'erano pi dubbi: il figlio era cresciuto in breve
tempo.  S, s. Certo...  si affrett a confermare.  Sembrava che me lo sentissi, non ho chiuso occhio
stanotte.
Cos, con l'aiuto delle donne del vicinato, spostarono il corpo morto di Marianna Chironi dalla
cucina alla camera da letto per lavarlo e ricomporlo. Piansero anche, si commossero, per la pena di
vedere un'anima che si separava dalla sua carne. Ma non immaginarono nemmeno quanto quella
separazione l'avesse resa felice.
Solo Maddalena poteva immaginarlo, solo lei. Nonostante cercassero di risparmiarle
l'incombenza della ricomposizione, lei non volle mettersi da parte. Volle guardare in faccia quella
donna morta e capire fino a che punto l'assenza di vita produca una serenit meccanica, quasi
fisiologica.
Marianna appariva davvero ringiovanita, ma non era stata certo la sua morte a renderla cos,
pensava Maddalena, bens quella di Cristian. Sapeva che tra loro c'era un patto non scritto, un accordo
d'intenti che derivava da fini opposti. Non  cos che succede? Ci si allea per raggiungere un solo fine,
qualunque strada si percorra. Il fine di Maddalena era dare un padre a suo figlio, quello di Marianna la
fine del passaggio dei Chironi su questa terra.
E allora tutto ci che non si pronuncia non c', concluse Maddalena mentre teneva su il corpo
morto di Marianna perch una donna la pettinasse. Tutto ci che non trova fiato non esiste. E basta.
Quella notte pot percepire per la prima volta un movimento dentro di lei: niente di pi che un
gorgoglio, ma preciso e ignoto, come un segnale sconosciuto da un mondo parallelo. Si disse che non
era un segnale negativo, ma semplicemente la vita che ribolliva e si ostinava a rigenerare quanto,
disperatamente, si era tentato di eliminare. Al suo quattordicesimo figlio, una donna del vicinato disse
che perch arrivino i bambini  sufficiente non volerli. Il che aveva una sua logica: una volta che si
sono fatti, basta non volerli ed essi arrivano. Perch non bisogna mai e poi mai dimostrare di desiderarli
come era accaduto alle donne Chironi.
Domenico la stava osservando.  Ti agitavi nel sonno,  disse.
 Non ricordo assolutamente cosa ho sognato,  ment lei. Ma fino a un certo punto, perch, per
quanto le sembrasse di ricordare, in effetti, non ricordava.
E questo fu tutto. Si prepararono per la convocazione dal notaio Sini, che aveva importanti
comunicazioni da fargli in merito al lascito della defunta Chironi Marianna, vedova Serra-Pintus.
 Hai parlato con tuo padre?  chiese a un certo punto Maddalena a Domenico, proprio quando
erano faccia a faccia perch lei gli stava sistemando il nodo della cravatta.  Perch io in questa casa
non ci rimango, chiaro?  prosegu lei.
 L'hai visto anche tu che periodo  stato Maddal! Un poco di pazienza, non stai mica in una
baracca...
 Il punto non  questo...
 ... Il punto  che ne stai facendo una questione di principio,  s'impenn Domenico.
Maddalena non parve preoccuparsene.  Esatto, proprio una questione di principio,  conferm.
I minuti che seguirono, quelli che occorrevano per finire di prepararsi, li trascorsero in un
silenzio assoluto.
 Ma che tu sappia, Cristian sapeva nuotare?  domand lei all'improvviso.
Domenico un poco si rabbui.  Perch mi fai questa domanda?
 Cos,  minimizz lei.  Me lo sono chiesto, tutto qui.
 Tutto qui,  ripet Domenico come se stesse facendo quel gioco irritante, che i bambini fanno,
di ripetere quello che gli si dice.  No, non molto,  continu spostandosi verso lo specchio.  Si teneva
a galla direi,  concluse.  Ma come ti  venuto in mente?
 Niente davvero,  brancol Maddalena.  Non so, qualcosa che ho sognato, direi.
 Hai sognato di Cristian?  insistette lui, ma con una strana calma come se badasse a non far
capire il suo reale interesse.
 Non so,  ripet lei, sentendo addosso il peso di qualcosa di cui era rimasta solo una traccia
sottilissima.  Hai presente quando nel sonno ti dici che non dimenticherai e invece dimentichi?
Domenico assent con convinzione.  Succede anche da svegli,  constat, aprendo la porta
d'ingresso e facendosi da parte per far passare sua moglie.
L'ufficio del notaio Sini odorava di segreti. L dentro si erano accumulati gli inganni di chi
continuava a convivere. Negli archivi non cessavano di fermentare i corpi morti di coloro che avevano
affidato alle ultime carte le loro volont. Che in quanto ultime volont non hanno il destino di perire,
ma di persistere, di contare e condizionare l'esistenza di chi resta.
 I testamenti,  biascic il notaio Sini, dall'alto della sua secchezza profumatissima,  sono
come atti di sopravvivenza, sono i nostri cari che ci parlano direttamente . Poi si rivolse al segretario
perch espletasse le formule di rito.
All'incontro erano stati convocati esclusivamente Domenico e Maddalena.
Mimmu aveva dovuto aspettare fuori.
Con cerimoniosa lentezza il segretario apr una busta sigillata e controfirmata, ne estrasse quello
che parve un foglio di quaderno a righe fittamente scritto, che consegn al notaio dopo aver recitato
qualcosa che doveva significare che il plico non aveva subito alcuna manomissione. La scrittura di
Marianna compariva bella chiara sul dorso della busta: Per Pes Maddalena e Guiso Domenico,
esattamente in quest'ordine. Come qualcuno che, nella sua infinita saggezza delle cose del mondo,
avesse voluto mettere in chiaro le precedenze.
Si apr il documento non senza una qualche, strenua, resistenza. E si procedette alla lettura del
brevissimo testo, di quelli che sono risolvibili in tre, quattro parole: ci ha lasciato tutto.
Sini chiar che restava una quota consistente di legittima a nome di Chironi Cristian,
presumibilmente scomparso, ma che nelle questioni di successione valeva l'habeas corpus, almeno per
i dieci anni previsti dalla legge.
Chiar inoltre che al termine di quei dieci anni, che comunque corrispondevano alla scadenza
della tutela del beneficiato figlio, o figlia che fosse, il testamento poteva ritenersi definitivamente
inimpugnabile.
Maddalena e Domenico accennarono col capo alla richiesta da parte del notaio se tutto fosse
stato chiaro. Sini li guard come si guarda l'ennesimo porco che riceva perle dal cielo, poi si rivolse al
suo segretario, gli indic un piano dello scaffale dietro di lui, quest'ultimo reag con fatica al fatto di
doversi alzare, ma lo fece, mosse due passi verso il luogo indicato e torn reggendo un plico
consistente. Lo pos sul tavolo. Il notaio si sincer che si trattasse proprio di quanto si faceva menzione
nel testamento e lo consegn direttamente nelle mani di Maddalena. Lei lo prese con una leggera
esitazione. Poi guard Domenico. Uscirono.
Ora, per quanto gli sembrasse logico tutto quanto avevano sentito e sottoscritto, tuttavia
percepirono un senso vaghissimo di inquietudine, come se dietro quella fortuna che gli era piovuta
addosso si celasse un dispiacere.
Subito dopo, da parte, fu convocato Mimmu.
Ma era per comunicazioni. Si chiariva infatti che le ultime volont di Chironi Marianna vedova
Serra-Pintus erano da considerarsi un pietra tombale rispetto alla delega di tutela che il Guiso
Giovannimaria, noto Mimmu, aveva firmato e che la medesima passava a tutti gli effetti, e senza
possibilit di remissione, al Guiso Domenico, indicato dalla defunta.
Fuori dall'ufficio del notaio nessuno parl. Domenico e Maddalena camminavano qualche
passo avanti, Mimmu, pesante di pensieri sulle spalle, li seguiva.
A Domenico bast rallentare un attimo per raggiungere il padre, Maddalena continu a
camminare avanti.  Che cosa c'?  chiese senza smettere di guardare la moglie davanti a lui.
L'altro sospir.  Niente,  la risposta usc dalla sua bocca come frammentata.
Domenico fece qualche altro passo in silenzio. La citt tutt'intorno pareva invitarli a fuggire.
Come nel medio regno imperava la minuzia piuttosto che la dimensione. Si trattava di glorificare il
mattone e adorare il non finito. Ridurre qualunque spazio alla schiavit dell'horror vacui... I Guiso
avevano contribuito eccome alla proliferazione di quella pochezza diffusa, ma ora parevano non
vederla.
 Ci ha lasciato tutto, no?  sbott Domenico guardando il padre di sguincio.
Mimmu ancora non rispose, forse fu tentato di emendare con lo sguardo l'abominio di
blocchetti e mattoni che gli stavano attorno, e che qualcuno chiamava sviluppo edilizio, ma non lo fece.
 Ci ha lasciato tutto e ci ha tolto tutto,  concluse.
 Che cosa ci avrebbe tolto?  chiese sinceramente Domenico.
 La pace... tutto...  chiar Mimmu, era evidente che seguiva un pensiero solo suo e non si
poneva nemmeno il problema che al suo interlocutore risultasse incomprensibile.
 La pace?  ribad Domenico, quasi in qualche anfratto della sua testa avesse colto il senso
ultimo della frase appena pronunciata dal padre.  Non capisco,  disse invece.  Non  cambiato
assolutamente niente.
A Mimmu scapp una risatina.  Chiedilo a tua moglie che cosa  cambiato e poi vediamo, 
scand.
 Non  come pensi tu,  disse Domenico scuotendo la testa. Eppure sapeva che il padre non
aveva torto. L'erede universale che portava in grembo Maddalena la faceva sedere di diritto al tavolo di
ogni trattativa nel posto da cui Mimmu era stato estromesso. Capiva che, per quanto potesse assicurare
il padre che niente era cambiato, che nulla sarebbe cambiato, tuttavia non poteva garantire per sua
moglie. Sospir amaramente.  Tzia Marianna l'ha pensata bene,  dovette ammettere.  Comunque
non  che abbiamo bisogno di quei soldi, no?  chiese.
Mimmu lo fulmin con lo sguardo.  Dei soldi no, ma della disponibilit s. Siamo esposti con
le banche e la garanzia derivava dal fatto che sotto alla delega ci fosse la mia firma. Ma ora, con tutte le
strettoie della successione...
 Sono io il tutore . Quasi a Domenico scappava da gridare perch lui di tutto il discorso del
padre aveva capito solo che il problema era il passaggio a lui della tutela del patrimonio.
 Non hai capito,  lo stopp Mimmu.  Non  di te che ho paura. Non  di te,  ripet. E
guard di fronte a s in direzione delle spalle di Maddalena da sola avanti a loro di due passi, che
avanzava calma.
 Ci metteremo d'accordo,  cerc di smorzare Domenico.
 Tu non lo sai cosa pu fare un genitore per un figlio,  il tono del vecchio era
improvvisamente senz'astio, persino tranquillo.
A Mimmi venne in mente quella storia che suo padre gli aveva raccontato mille volte: si tratta
di un vecchio che viene messo a mangiare per terra in un angolo della casa. I pasti gli vengono serviti
in una ciotola di legno dalla figlia e da suo marito, che trovano fastidioso che faccia rumore mentre
mangia. Al fatto assiste il loro figlio piccolo che qualche giorno dopo posa due altre scodelle vuote sul
pavimento accanto a quella del nonno. Cos quando i genitori gli chiedono cosa stia facendo, il
bambino risponde che sta preparando le scodelle per quando anche loro saranno vecchi...
 Be', magari adesso non lo so ma lo sapr tra cinque mesi,  rispose Domenico e fece per
avanzare verso la moglie.
 Marianna sapeva che sarei stato il legno perfetto per il tarlo che ci stava mettendo dentro, 
sussurr Mimmu, ma senza rivolgersi a nessuno, mentre guardava il figlio allontanarsi.
Ora l'estate tirava fuori il naso dal sipario del cielo che era rimasto chiuso per troppo tempo.
Una luce strana si stava spandendo su quel pezzo di mondo.
Poi quella notte tuon. E un vento violentissimo fece turbinare l'oscurit violacea illuminandola
a tratti come fosse giorno pieno.
I bagliori assomigliavano in tutto alle scariche fosforescenti di immensi pesci elettrici nel fondo
oscuro dell'abisso. A chi pensasse che alto e basso siano intercambiabili in questo universo, non
apparir straordinario supporre che il kraken possa pasturare negli oceani come nel firmamento. Ora
che le onde del cielo si stavano infrangendo contro i territori inviolati delle galassie, si potevano sentire
i giganti nordici che battevano sui timpani, e le nacchere d'ossa di velieri risucchiati dai gorghi celesti.
Poi i lamenti di marinai agonizzanti, dispersi nel nulla, annaspanti e impazziti di terrore, lasciati a
macerare nel cieloceano salato e ferroso, idrogeno fosforoso. Tentati di arrendersi all'ineluttabile, ma
non definitivamente sconfitti. Finch restava un filo di vita.
Un fulmine si abbatt a pochi passi dal cortile dei Chironi.
Domenico spalanc gli occhi. Ma stette immobile a ordinare il respiro, poi si pos una mano sul
petto per sincerarsi di essere vivo. Si tocc tra le cosce, per essere certo di trovarsi nella parte solida
dell'universo. Infine si volt al suo fianco: Maddalena dormiva tranquilla.
Quindi... Non c'era pi neve. Forse era l'agosto breve di quei territori estremi. Un'estate
caldissima che finiva ogni notte. Stagione di dieci, dodici ore al massimo.
L'uomo dalla giacchetta stretta, che ora so chiamarsi Juris, mi guarda negli occhi. Ha uno
sguardo curioso ma non ostile. Nessuno  ostile da queste parti.
Zivs, mi dicono.
E io mi sono come convinto che sia il mio nome.
Zivs, ripeto, e Juris ride di gusto perch  possibile, anzi certo che io pronunci male.
Parliamo a gesti quando vuole darmi da bere, cosa che succede continuamente, mi fa il gesto
preciso di tenere tra le dita un bicchierino invisibile. Io gli mostro il polso, mimando un orologio
anch'esso invisibile, come a dire che  troppo presto per bere, che siamo nella parte calda del giorno.
Juris ancora mi sorride, prova a dirmi qualche parola in russo, perch lui, fin da ragazzo,  stato
abituato a pensare che tutto il mondo sappia parlare russo. Devo sembrargli davvero stupido.
Zivs, mi ripete e poi mima un pesce. Mi indica: Zivs, ripete ancora.
Sono un pesce.
Quando comincia a nevicare significa che l'estate  finita senza un autunno possibile. Io e Juris
cominciamo persino a capirci.
Quando Tatra, col suo passo basculante e la sua grossa lingua penzoloni, mi viene incontro, so
che Juris  vicino.
Esmu izsalcis, dico. E lui sorride ammirato, poi toglie dalla sua borsa pane, carne secca,
patate bollite e cetrioli. E vodka. V?los str?d?t, dico.
Juris questa volta  colpito. Dr?z!, taglia lui.
Come presto? Sto bene,  protesto.  Voglio lavorare!, ripeto. Ma solo in quel momento mi
rendo conto che sono su un letto e non riesco ad alzarmi...
 Maddal sveglia...  la voce di Domenico che le solletic un orecchio le fece socchiudere gli
occhi. Era a casa, adesso.  Cominciavo a preoccuparmi,  sussurr lui.
 Che ore sono?  la voce della donna risult leggermente impastata, come se temesse di non
essere in grado di pronunciare quello che pensava.
 Ancora brutti sogni?  chiese Domenico.
Maddalena fece segno che no. Ma questa volta si tocc la pancia perch era stato tutto cos
vivido che poteva essere vero. Poi si tocc tra le cosce con la solita paura di scoprire qualche perdita. 
Stai uscendo?  chiese, vedendo che Domenico era vestito di tutto punto.
Lui accenn di s.  Faccio un salto da babbo,  chiar.  Ieri aveva un'aria che non mi 
piaciuta.
Ora che stava per farlo, Mimmu cap fino a che punto fosse necessario concentrarsi prima. E
quando pensava concentrarsi, pensava a quella particolare condizione per cui un'intera vita, contorta
che sia, improvvisamente si spiana. La morte imminente produce chiarezza,  si disse,  soprattutto se
volontaria.
Preparare tutto gli era costato ore di lavoro nonostante non occorresse che una corda resistente e
una trave giusta. Gli venne in mente Vincenzo Chironi, che attraverso quel ponte ci era gi passato.
Chiss se anche per lui era stato cos difficile stabilire la tenuta del laccio e il punto esatto cui
appendersi. O se aveva fatto ogni cosa d'istinto, senza pensare...
La tempesta, che aveva frantumato lo specchio di quella notte di maggio, l'aveva convinto
definitivamente a elaborare, in tutta la sua fallimentare evidenza, il bilancio della sua vita: era cresciuto
nell'incertezza, e aveva prosperato nell'invidia. Perch ogni sguardo fuori di s si era trasformato in
una ferita aperta. E le ferite erano aumentate nel tempo, nonostante i traguardi raggiunti. Giovanni
Maria, prima che tutti lo chiamassero Mimmu, una vera infanzia nemmeno l'aveva avuta. Ultimo di
quattro figli, con una madre che non era sopravvissuta al parto e un padre che non aveva la minima idea
di come si potesse concepire una famiglia. Poi la falcidie: due fratelli morti di spagnola, ma lui, spesso
denutrito, totalmente trascurato, abbandonato a se stesso, sopravvisse. E il padre trovato morto, in un
podere dove prestava servizio, per un coma etilico. Infine il fratello primogenito, scartato dal morbo,
ma non dalla guerra. Nemmeno sapeva come fossero fatti veramente i suoi fratelli, Mimmu. N che
faccia avesse suo padre, se ci fosse stato un preciso istante in cui aveva anche solo pensato di amarlo.
Cap che quel momento non c'era stato mai, e che quella sua ostinazione a restare non era nient'altro
che un'ammissione di colpa. Certo, c'era stato il periodo che lui definiva felice. Ma non si era
trattato che di un'incursione, nella sua vita, della normalit. Aveva raggiunto i diciotto anni in quella
stagione per cui tutto sembra possibile, aveva superato come una bestia selvaggia tutti i passaggi che
dall'infanzia portano alla pubert, semplicemente perch un'infanzia non l'aveva mai avuta. E aveva
compreso fin da subito che scegliere la giusta dimora fa prosperare il parassita. Non sapeva nulla e
sapeva tutto. La sua intera esistenza poteva essere un foglio bianco da compilare. Sotto le armi aveva
imparato a guidare meglio, e pi in fretta, di tutti gli altri commilitoni. Segno che la sua mente era
allenata ad apprendere pi velocemente. L'essere cresciuto nell'assistenza altrui l'aveva reso attento
alle minuzie, vorace e imitativo come un garzone che ha fretta di scalzare un maestro, o un attor
giovane pronto a prendere il posto del capocomico. Era cinico e istantaneo, aveva intuito che
nell'imitazione c' la strada per la perfezione. Si era messo a leggere cose incongrue, ma che lui
sentiva gli avrebbero fornito perlomeno un linguaggio, lo spazio delle parole giuste al momento giusto,
cos come aveva visto fare ai vincenti. A Vincenzo appunto, che era stato la sua passione evidente. Una
passione che non riguardava il corpo, ma una specie di attrazione speculare. Mimmu si vedeva
esattamente come Vincenzo, si sentiva perfetto come sentiva essere lui. Bellissimo, non certo, o non
solo, per il suo aspetto; corrispondeva in tutto al suo modello di perfezione. La sua vita era cambiata
nel momento stesso in cui Vincenzo Chironi, con lo sguardo disperso e gli abiti dignitosamente frusti,
era salito sulla sua macchina perch fosse proprio lui, Giovanni Maria Guiso, noto Mimmu, a portarlo
a Noro. E forse si pu dire, in qualche modo, che quello fosse l'unico innamoramento certo che lui
potesse ricordare.
Il resto era stato esercitare questa nuova, silente, felicit che consisteva nell'aver trovato
l'ospite perfetto. Dentro alla vita di Vincenzo c'era la certezza, c'erano le parole giuste, c'erano le
giuste misure. Fuori da essa era un ritornare alla vaghezza di quella stagione in cui contava solo quanto
si conquistava giorno per giorno, senza una prospettiva di stabilit.
Vincenzo, nell'impiccarsi, l'aveva tradito, l'aveva rigettato nell'instabilit. E questo nonostante
avesse fatto di lui un uomo nuovo, un imprenditore esperto, un padre di famiglia. E che il destino si
fosse divertito al punto da fare in modo che fosse proprio lui, Mimmu, a trovare Vincenzo impiccato,
la diceva lunga sulle connessioni segrete che sottendono a quanto noi riteniamo, spesso a torto,
imponderabile. Era stato come un padre che, mentre dice di voler insegnare a suo figlio ad andare in
bicicletta, abbandoni la presa al sellino prima di essere certo che sappia mantenere l'equilibrio. L il
bimbo che cade impara che i padri possono sbagliare, ma anche che la cosa giusta  proprio sbagliare.
C' una forma di riconoscenza e di delusione insieme in quel sentimento. Un ammonimento e un
insegnamento.
Ora che stava per farlo, Mimmu pot pensare alle migliaia, e migliaia, di cose che aveva detto
di voler fare e che non aveva fatto. Era cresciuto nella pochezza, ma non aveva mai osato ammetterlo
finch c'era stato Vincenzo a vivere per lui.
La stagione felice, in fondo, non era stata breve. Era durata dal '43 al '59. Dal momento in cui
aveva offerto un passaggio al Chironi redivivo, al momento in cui l'aveva trovato morto. Di quel primo
viaggio ricordava solo che dopo cinque chilometri di curve fu necessario fermarsi perch Vincenzo,
rinchiuso in un silenzio concentratissimo, mostrava i segni evidenti della nausea da mal d'auto. E
ricordava soprattutto quella certezza che egli, nel suo fare assoluto, fosse a suo agio persino nel difetto,
perch, pur non sapendo ancora cosa significasse, Vincenzo per essere un Chironi non aveva fatto
nulla: lo era e basta. Nel tempo questa sensazione avrebbe preso una consistenza precisa, come precisa
era l'ansia di Mimmu d'assomigliargli in ogni cosa. Anche se aveva capito che la superficie in cui si
stava specchiando era tutt'altro che limpida, ma s'intorbidava per ogni piccola scossa.
Vincenzo aveva imparato in fretta. In pochissimo tempo aveva capito che poteva anche
maledire, e sprecare, la fortuna che gli era capitata. Una fortuna che non era tanto quella di ritrovarsi
ricco, quanto di ritrovarsi amato. Davanti a lui, Guiso Giovanni Maria, che amato non era stato mai.
Ora Mimmu aveva chiaro per quanto tempo potesse covare nell'animo umano un affetto che ha la
faccia contratta dell'astio. E ora, che stava per farlo, poteva anche evitare di mentirsi. Ammettere quale
sottile godimento portasse ogni cattiva notizia riferita a chi diceva di amare: per esempio quando
Cecilia, la moglie di Vincenzo, abort per la terza volta. O quando Vincenzo cominci a bere, senza un
senso apparente, ma per un vuoto preciso, proprio per la mancanza di senso. Lui poteva capire e si
vedeva ansioso, interessato, preoccupato per la sorte dell'amico, del modello, ma gioiva. Ora poteva
persino ripeterselo a voce alta. Del resto egli stesso aveva sposato una donna cos per fare, giusto per
darsi un figlio contro Vincenzo e Cecilia che non riuscivano ad averne. E nacque Domenico.
E a quel punto tutti cominciarono a sussurrare che Cecilia non era rimasta incinta di Vincenzo,
ma di lui. E lui aveva negato senza negare, come sapeva fare bene. Con quel punto di esagerato
sconcerto che faceva pensare l'esatto contrario di quanto affermava.
Ma bast vedere Cristian appena nato per capire che dubbi non potevano essercene. Questi
Chironi maledetti avevano una genetica potente, inconfondibile.
Tuttavia senza Vincenzo egli pot sentirsi l'altro Vincenzo, e per molti lo era tuttora. Non certo
per Marianna. A lei bastava guardarlo, perch lui si sentisse inquadrato per l'onorevole parassita che
era.
Questo a Domenico non si poteva spiegare. N si poteva spiegare tutto il resto. Il senso di
liberazione quando era rimasto vedovo, per esempio. Il gusto furioso, quasi erotico di determinare vite
altrui attraverso il denaro: l'unica cosa che pareva contare. Sapeva che l'amore si poteva comprare, ma
era una sapienza non trasmissibile, una sapienza che andava occultata e negata anche di fronte alla
realt dei fatti. Aveva fatto cose terribili, ma le aveva fatte per difendere la roba sua.
E ora, Marianna Chironi, la strega dannata che in apparenza gli aveva lasciato tutto, in effetti gli
aveva tolto tutto.
Ci volle un bel po' dunque per scegliere il luogo adatto, anche considerato il fatto che con ogni
probabilit sarebbe stato Domenico a rinvenire il suo cadavere. Quella eventualit lo rasserenava
piuttosto che preoccuparlo. Non sapeva esattamente per quale personalissimo delirio, ma era
fisicamente eccitato. Decise per la cantina rustica. L aveva fatto installare dei ganci al soffitto da cui
pendevano salumi e formaggi. Dovette liberarne uno. Lo scelse in una posizione leggermente nascosta.
Il camino si trovava a destra rispetto all'entrata, in un angolo, di modo che non fosse la prima cosa a
vedersi appena arrivati. Gli piaceva l'idea che ancora qualche secondo dopo l'ingresso si potesse
coltivare la speranza che quanto si temeva non fosse successo.
La corda pareva potesse resistere, il nodo teneva. Fece passare un capo oltre il gancio, prese a
occhio le misure. Chiss se Vincenzo Chironi era stato cos preciso. Se anche lui si era sentito cos
determinato.
Una volta sospeso il cappio annod al gancio il capo libero, poi si assicur che tenesse tirandolo
verso il pavimento e dondolandocisi con le braccia in alto, come un campanaro. Infine prese una sedia,
la posizion nel punto esatto, ci sal...
... Ma c'era qualcosa che avrebbe voluto saper scrivere prima di impiccarsi. E si sarebbe
trattato di un messaggio semplice per suo figlio. Mimmu era di quegli uomini che hanno i pensieri, ma
non sanno come scriverli. Per un attimo, in bilico sulla spalliera della sedia prima di calciarla via, si
rammaric di non saper scrivere. Aveva qualcosa da dire a Domenico, e quel qualcosa riguardava la
necessit di metterlo in guardia contro il destino di diventare quello che lui stesso era stato. Una riga
appena: Figlio caro, ho fatto quel che ho fatto perch tu fossi migliore di me.
... S'infil il cappio al collo, e calci via la sedia.
Dunque nell'ordine: non era mai stato in treno, mai salito su un aereo, mai mangiato tartufi o
uova di quaglia, mai visto un'opera lirica, mai bevuto champagne, mai stato al circo, mai entrato in un
teatro, mai portato un paio di jeans, mai imparato a ballare, mai visto Venezia se non alla televisione,
valeva? No, che non valeva. Mai pensato di fare una vacanza, mai pianto per davvero... Mai...
Domenico suon tre volte prima di aprire con le sue chiavi. Nella casa trov un disordine
strano, come se il padre avesse rinunciato a dormire e, dopo vari tentativi inutili, avesse deciso di
uscire, andarsene in giro nella notte ad aspettare l'alba. Ma considerato il temporale terribile che aveva
scardinato ogni pace era un'ipotesi da scartare.
Chiam due volte:  Babbo? B?
Nessuna risposta.
Nella casa c'era un senso di abbandono temporaneo, quasi che il padrone avesse tralasciato
un'incombenza per un'urgenza improvvisa. Un rumore nel seminterrato, dove c'era la cucina rustica, lo
diresse verso le scale che conducevano in basso.
La porta era chiusa dall'interno. Buss.
 Babbo?  ripet, sentendo che il tono di voce gli era diventato stridulo senza una ragione
apparente, quasi la sua gola avesse percepito un pericolo che ancora la sua mente non aveva codificato.
Armeggi con la maniglia, per sincerarsi che davvero la porta fosse chiusa e, quando ne fu certo,
cominci a strattonarla, sperando che aumentare la foga con cui cercava di aprire rendesse possibile
quell'operazione. Ma la porta resisteva, sbarrata. Diede una prima spallata, per senza risultato,
capendo che quello strano rumore che aveva sentito, e che ora sentiva meglio, era uno stridio di
gomene all'attracco.
Lo spazio del pianerottolo era limitato: ci volle del tempo e della forza perch la porta cedesse.
Ma alla fine si spalanc esplodendo contro la parete di fianco, con un rinculo che gli arriv addosso
colpendolo alla spalla. Ora il rumore era pi preciso e netto: il dondolio di un'altalena sull'albero, di
quelle costituite da un grosso pneumatico e una corda.
Mimmu scalci per un altro secondo prima che Domenico senza pensare gli si lanciasse
addosso. Lo tenne stretto per le ginocchia, e lo sollev per allentare la tensione del nodo. Sent i piedi
del padre scattare ancora, e ancora, contro il suo petto. Sent l'umidit acida dell'urina e la cremosit
puzzolente della merda che gli avevano imbrattato i calzoni. Non se ne preoccup, si disse che
tenendolo cos, pi alto della corda tesa, avrebbe ripreso a respirare e si sarebbe sciolto e lui l'avrebbe
potuto posare a terra e si sarebbero spiegati. Ma Mimmu non pareva rispondere a nessuna di queste
aspettative. Aveva smesso di scalciare. Quando decise di abbandonare la presa era volata via una
mezz'ora.
I primi soccorsi lo trovarono spossato, con le braccia e le spalle doloranti, ma senza una
lacrima.
Quel cadavere non era cosa da vedersi, gonfio e sfigurato.
A Maddalena impedirono di entrare nella camera ardente fino a che quella massa informe non
fu sigillata, a piombo, dentro la bara. Ma lei non aveva fatto assolutamente niente per vederlo prima.
Sapeva che quella morte era diretta anche a lei, e a chiunque cercasse di capire cosa provasse
rispondeva solo:  Facciamo silenzio.
Domenico la proteggeva in tutto:  Lasciatela in pace,  intimava.
Fecero silenzio per giorni e acconsentirono persino che Mimmu fosse inumato nella grande
tomba Chironi che era l'appartamento dove riposavano morti e non morti di quella stirpe, e dove
avrebbe dovuto stare al fianco di Marianna.
Nella sua dimora infinita Mimmu sarebbe stato, da morto, quello che non era riuscito a essere
in vita.
Seguirono tempi confusi.
Passato il periodo del rispetto, i creditori di Mimmu si presentarono a Domenico. I debitori si
occultarono, sperando che alla sua morte il vecchio non avesse lasciato scritti che li riguardavano. Ma
lui gli scritti li aveva lasciati, e molto circostanziati. Cos Domenico scopr che il padre, per anni, aveva
prestato a usura. Aveva preteso terreni preziosi per prestiti inevasi, aveva sfruttato la sua posizione di
tutore del patrimonio Chironi per ottenere fidi bancari. Scopr come avevano ottenuto il terreno a Cala
Girgolu, e che i lavori di costruzione di un villaggio turistico in localit San Teodoro avevano subito
dei ritardi, i quali avevano impedito la restituzione nei tempi previsti dei cospicui anticipi delle banche.
Questo prevedeva nuove stipule con soggetti che potessero offrire garanzie. Il patrimonio Chironi era
una garanzia sufficiente. Domenico dovette esporsi per sanare le faccende in sospeso. Dovette
ricontattare personalmente tutti quei funzionari locali che con Mimmu avevano prosperato.
Maddalena capiva bene fino a che punto questa forma di successione fosse al momento
necessaria, ma si disse che sarebbe intervenuta non appena il patrimonio del nascituro fosse stato in
pericolo. Dal suo punto di vista quanto sarebbe spettato a Cristian doveva spettare, in tutto, a suo figlio,
o figlia che fosse.
Cos, quando le sembr arrivato il momento, decise di affrontare col marito, innanzitutto, la
faccenda dei nomi: Luigi Ippolito o Mercede.
Domenico, manco a dirlo, la prese male. A lui che Maddalena avesse gi deciso per conto suo
era una cosa che non andava gi proprio per nulla. Non avevano mai avuto discussioni serie da quando
erano sposati se si esclude la questione della casa da cui Maddalena voleva andare via al pi presto.
 Una cosa per volta, Dio santo!  la implor lui, pensando che quando una casa crolla lo fa s
con una preparazione lunga, ma con un collasso improvviso. Il che parrebbe una contraddizione ma
non lo , perch il crollo di una casa dipende solo dalla distrazione di chi la abita, dalla sua incapacit
di percepirne i segni.
Domenico che il padre stesse per cedere l'aveva capito, ma aveva fatto finta di nulla. E ora si
sentiva come quel Percy dell'Enrico IV recitato a scuola da bambino, che si crede chiss chi e invece
viene battuto da quel debosciato del principe di Galles. Fidarsi delle apparenze, e delle parole, spesso
significa lasciare che una casa crolli.
Maddalena aspett che proseguisse e invece lo vide perso nei suoi pensieri, quasi il dolore acuto
si fosse irradiato in tutto il suo essere lasciandolo tramortito.  Non voglio pressarti,  si addolc,  ma
vorrei che tu capissi quanto  importante. Come lo vogliamo far nascere questo figlio?
A Domenico parve che Maddalena parlasse da un mondo parallelo.  Lo sai a cosa pensavo
mentre raggiungevo casa di babbo?  chiese. Lei fece segno di no.  Pensavo di convincerlo a
guardarci la partita insieme: ArgentinaOlanda, t'immagini? E non ho smesso di pensare a questa cosa
nemmeno dopo... Si pu essere pi stupidi?
 Non c' niente di stupido,  afferm Maddalena facendogli un cenno con la mano, come a
dire che non pensasse nemmeno per un istante a cose simili.
 Mi dicevo che sarebbe andato tutto bene, sai? E ora invece temo tutto...  Si sforzava di non
piangere, stringendosi la base del naso tra indice e pollice.
 Tutto cosa?  domand Maddalena senz'ansia, piuttosto con calore.
 Tutto,  ripet Domenico.  Questa casa e tu che non l'hai mai voluta... E come darti torto? E
poi questa creatura che sta per nascere... Mi fa paura,  ancora trattenne il pianto,  mi fa paura che tu
possa andartene da me.
Maddalena avanz verso di lui per abbracciarlo. Adesso era lei a trattenere le lacrime.  Ce la
caveremo,  disse.  Ora  terribile, ma ce la caveremo. Dobbiamo solo fare tutto quanto va fatto,
Dom.
Lui affond la faccia tra i seni di lei.  S, s,  conferm. Come se improvvisamente dall'alto di
una nave gli fosse piovuto un salvagente mentre annegava in mare aperto.  Cosa penser la gente se
chiameremo nostro figlio come un Chironi?  chiese poi.
Maddalena ci mise un poco a rispondere.  Non certo che volevamo salvargli la vita...  si era
innestato un che di determinatissimo nella sua voce.  Che volevamo onorare gli amici cari. Questo.
Restarono in silenzio.
Giugno si svegliava in una serata brunita, fragrante, cotta a forno caldo.
Un mese dopo, al 5 di luglio, fatti i lavori necessari Domenico e Maddalena si trasferirono nella
casa di via Deffenu.
Lei era entrata nel sesto mese e aveva smesso di fare sogni, o perlomeno: aveva smesso di
ricordarli. La sistemazione degli affari correnti aveva completamente assorbito Domenico, che
dimostrava un'assennatezza inaspettata. A differenza del padre appariva meno temerario nella gestione
degli affari, e questa attitudine da qualcuno veniva scambiata per debolezza. Erano periodi voraci. I
tempi del presente infinito, senza passato, senza futuro.
Non si poteva dire che Domenico Guiso avesse l'istinto del padre, n che avesse la sua libert di
movimento. Tuttavia quando i proprietari tentarono di rinegoziare la cessione del terreno a Cala
Girgolu, Domenico si dimostr irremovibile. Gli altri credevano che, morto Mimmu, la faccenda si
sarebbe potuta concludere con un accordo pi blando, ma il giovane non fu dell'avviso. Quel terreno,
disse, lo voleva per suo figlio, come suo padre l'aveva voluto per lui.
Per molte notti, nonostante gli sforzi del figlio per trattenerlo in vita, Mimmu, una volta tirato
gi dal cappio a cui era appeso, cadeva a terra. Era morto.
Da qualche tempo erano cambiate le circostanze, sicch Domenico poteva vederlo mentre
preparava la corda, la insaponava come aveva visto fare nei film, e poi controllava che la sedia fosse
nella giusta posizione. Quindi si passava al momento in cui, con le spalle indolenzite e i vestiti
imbrattati di piscio e merda, cedeva la presa, e il corpo veniva risucchiato dalla forza di gravit con una
potenza tale che si sentivano schioccare le vertebre del collo. In alcuni casi era stata la corda a
spezzarsi, senza nessuna resistenza, facendolo precipitare verso il pavimento con un tonfo. Domenico
non era nemmeno certo di esserci. Si trattava di scenari distanti, come una messa a cui si assiste dagli
ultimi banchi.
Ma quella volta Mimmu non mor. Facendo leva con le mani sulle spalle del figlio ritorn a
respirare, poi si liber dal cappio e, visibilmente provato, succhi quanta pi aria pot.
All'inizio non parl, n Domenico gli chiese niente. Poi, all'improvviso, guard il figlio negli
occhi con una strana diffidenza, come se nemmeno riconoscesse il suo ragazzo. Che un ragazzo non era
pi ormai, ma un uomo in tutto e per tutto.
Dov' il documento?, chiese.
Qui, l'ho qui con me... Babbo non avrei mai pensato di riudire la vostra voce, si affrett a
rispondere Domenico.
Hai tanta voglia di sostituirmi, eh? Sciocco ragazzo! Non devi aspettare troppo a lungo, te ne
accorgerai!  Minacci il vecchio strappandogli la delega di mano.  Arriver presto il tempo che
questa non sar altro che carta straccia. Tutto quel patrimonio che credi stabile  sorretto da
un'impalcatura cos debole che baster una raffica di vento a farla cadere. Ti sei affrettato a darmi per
morto. Tutta la tua vita  stata una dimostrazione del fatto che non mi hai amato mai!
A Domenico quella notte calarono copiose le lacrime dagli occhi. Ecco,  disse con affanno, 
ecco il vostro documento, babbo, godetevelo, con salute, per cento e pi anni... Se l'ho preso era solo
perch non finisse in mani estranee. Poco fa, quando sono entrato qui, vi ho creduto morto e Dio mi
fulmini se non  cos. Allora ho pensato di mettere in salvo la vostra integrit, senza dare la vittoria a
chi vi voleva rovinare.
A quelle parole Mimmu parve addolcirsi. Ora indossava un abito di velluto nero e una camicia
candida, come nel giorno del fidanzamento sfarzoso, e poi del matrimonio sbrigativo, fra Domenico e
Maddalena. Sorrideva con un calore inusuale.
Hai risposto giustamente, figlio mio. Siediti qui vicino a me. Poi aggiunse: Ascoltami
bene. Aspett che Domenico eseguisse. Quindi riprese:  l'ultimo consiglio che posso darti. Dio solo
sa che cosa ho dovuto fare per ottenere tutto quello che abbiamo. E so quante notti ho perso per questo
pensiero. Io non voglio che lo stesso accada a te. Ci che ho fatto  sempre parso a tutti come un regalo
di qualcun altro. E non sai quanti mi rinfacciano questa cosa, con lo sguardo e col saluto falso. Ma
quando sar morto, perch io devo morire, tutto quello che in me era gratuito a te sar dovuto. Solo se
tu saprai farti amici quelli che ancora mi sono amici. E se sarai abbastanza scaltro da non inimicarti i
miei nemici. Quindi cominci a tossire. Non ho pi fiato. Sii migliore di me.
All'improvviso, per uno scherzo della prospettiva, quasi un'iperbole ottica, Domenico pot
vedersi mentre l'intera scena, in un vortice, ritornava allo stadio primario. Ed eccolo mentre si sforzava
di trattenere il padre reggendolo per le gambe e tutto il resto. Adesso per la differenza era che, poco
distante, Maddalena assisteva senza muoversi. E piangeva. E lo chiamava:  Domenico, Dom!
Domenico, sentendosi sfiorare, scatt di soprassalto, Maddalena era in piedi, china su di lui,
dalla sua parte del letto.  Le acque,  disse, senza apparire troppo ansiosa.  Direi che ci siamo.
Cavallo in F6
You're gonna sleep like a baby tonight,
in your dreams everything is alright.
U2, Sleep Like a Baby Tonight
Noro, ottobre 1979.
Alle 4,50 del 12 ottobre 1979, quattrocentottantasette anni dopo la scoperta dell'America,
nacque, all'Ospedale San Francesco di Noro, Luigi Ippolito Giuseppe Guiso. Un parto lungo e
laborioso, travagliato appunto. Tanto che, dopo dodici ore di tentativi, si era quasi arrivati alla
conclusione che era necessario un taglio cesareo. Appena pronti, Maddalena era gi stata preparata, le
contrazioni si fecero pi forti e la testa fuoriusc con uno strappo che quasi la fece svenire. Tuttavia,
governata da una sorta di volont superiore, invasa da un dolore che aveva raggiunto uno zenit
inimmaginabile, la donna spinse, e lo fece con una punta malcelata d'odio, per liberarsi di quel corpo
estraneo tanto feroce. Il neonato apr gli occhi un secondo dopo essere venuto al mondo, serr la
boccuccia ancora unta di liquido amniotico, muco e sangue, poi emise un lamento breve, come una
lagna infastidita. Fu tutto. Era nato. Cominciava a morire.
Domenico riemp di fiori la stanza d'ospedale; per Maddalena aveva voluto, e pagato, una
singola: cose da ricchi. Le infermiere lo guardavano come si guarda il pi fulgido dei cavalieri e
Maddalena come se fosse la pi fortunata delle damigelle. Ma quella stessa ammirazione si trasformava
in vago fastidio tutte le volte che pensavano, e lo pensavano spesso, che quei due, a Noro, erano
coloro che avevano ricevuto, dalla sorte, un patrimonio consistente, pur non avendo fatto assolutamente
nulla per conquistarselo. Due nati con la camicia, sussurravano, lui figlio di un padre che aveva
accumulato senza spendere, e lei, figlia di un nessuno qualunque, che aveva incontrato, e l'aveva data,
ai maschi giusti.
Nella casa di Via Deffenu, Luigi Ippolito Giuseppe, ebbe la camera che era stata della piccola
Dina, la figlia, morta prematuramente, di Marianna, e poi di Cristian. Come a dire che adesso i Guiso
mimavano i Chironi. Alla gente del quartiere questo parve un contrappasso e tutti si segnavano
benedicendo il cielo che Marianna se n'era andata senza vedere questa farsa.
Ma erano proprio tempi di farse. Le generazioni avevano smesso di susseguirsi naturalmente
per eliminarsi a vicenda. Tra padri e figli si erano creati tali baratri che si sarebbero detti distanti secoli
e non una generazione. Del macello della nazione come sempre, quel fazzoletto di mondo, recepiva gli
avanzi. Dall'epoca gravida della delinquenza eroica si pass, senza soluzione di continuit, a quella
della delinquenza palesemente comune, fino all'obbrobrio della maschera politica. Dove tutte queste
tendenze convergevano in una sola, ambigua, multicefala, ingannevole. E dove le generazioni potevano
esprimere se stesse in ogni difformit, chiamandola libert. Fu come dire che si potevano mangiare
parole e concetti come fossero cibo spazzatura, giusto per nutrire l'istinto, il ventre e non certo la
ragione, il cervello. Fu come generare vasi vuoti, nell'incapacit di elaborare contenuti per quei
contenitori. Maddalena e Domenico non sapevano affatto, non immaginavano proprio, quanto terribile,
quanto complicato, sarebbe stato essere genitori in quella stagione terribile. Perch finch si vivono le
stagioni paiono tutte possibili e l'ignoranza di tempi migliori, o peggiori, diventa l'unica, possibile
consolazione. Perch la memoria  costosissima. Prevede competenze o, se si nasce particolarmente
sfortunati, solo sensibilit. Se l'avessero saputo, Maddalena e Domenico, avrebbero pregato perch
quel bambino nascesse in un altro mondo, in un'altra stagione, oppure, come aveva sperato Marianna,
che non nascesse affatto.
Luigi Ippolito Giuseppe Chironi, dunque nacque in bocca agli anni Ottanta che era come offrire
carne viva, sanguinolenta, pulsante, a una divinit cannibale.
Gli affari di Domenico stazionavano in un chi vive che non prometteva niente di buono. Due
cantieri in costa erano fermi; al terzo, il pi importante, mancava l'impegno definitivo
dell'amministrazione locale a concedere i permessi per l'urbanistica e quindi le villette, in parte gi
vendute, non erano avevano ancora l'abitabilit. A Noro i lavori per il centro polivalente, che
sostituiva l'edificio storico delle carceri, andavano a rilento. E l'appalto per gli infissi e i serramenti
dell'ospedale nuovo, nonostante le assicurazioni, e i contatti, di Mimmu, era andato a una ditta
continentale.
Se tutto ci dovesse essere letto alla luce della sua paternit recentissima Domenico non sapeva,
o non voleva dirselo, perch, in quel caso, avrebbe significato che questo neonato stava portando pi
sfortuna che altro. La verit era che la scomparsa di Mimmu aveva fatto saltare una serie d'istanze che
quest'ultimo era stato bravissimo a mantenere in equilibrio. A Domenico toccava subire i contraccolpi,
spesso violenti, di quell'assenza improvvisa.
Ma per Maddalena tutto ci non era nient'altro che un ulteriore incentivo sulla strada di
ricercare una propria autonomia. Per lei questo bambino era l'incarnazione di un mondo nuovo. Lei nel
gesto di Mimmu ci vedeva una sorta di ricatto e si aspettava da Domenico che, passata la fase di
sconcerto, finalmente dimostrasse di che pasta era fatto.
Luigi Ippolito Giuseppe si dimostr da subito un neonato difficile. Piangeva spesso, dormiva
pochissimo, e non c'era verso di farlo attaccare al seno di Maddalena. Ogni volta che gli si offriva il
capezzolo serrava la bocca con una precisa volont di rifiuto. Ecco, non mi ama, sa tutto, pensava
Maddalena. Pigro, dicevano le donne del quartiere, quelle che di figli ne avevano allevato in media
cinque. Pigro come sono i maschi primogeniti, che credono di essere gli unici ad avere diritto di stare al
mondo. Madre e figlio si guardavano in modo strano come se tra loro ci fosse, pi che amore, una sorta
di patto di non belligeranza, patto che il neonato sempre infrangeva. Maddalena continu per mesi a
tentare di attaccarsi il figlio al seno senza risultati apprezzabili, gran parte dei pasti vennero
somministrati artificialmente e con latte in polvere.
Poi una notte accadde qualcosa di inaspettato. Luigi Ippolito dormiva a fianco alla madre nel
letto matrimoniale. Domenico si era, temporaneamente, esiliato nella camera degli ospiti. Il che non gli
dispiaceva affatto perch in quel modo poteva garantirsi qualche ora di sonno senza interruzioni. Stava
sognando una casa nella neve e un cane bianco: tutte situazioni totalmente estranee e pure familiari 
come accade nei sogni. Dentro la casa si preparava cibo in abbondanza e si impiattavano stufati di
crauti e maiale con cetrioli sotto aceto e zuppa di barbabietole con panna acida. Tutti alimenti che
Domenico non aveva mai mangiato, ma che pure, nello spazio limitato di quel sogno, gli parvero
familiarissimi. Poteva sentire l'odore pungente del formaggio al cumino, portato a tavola, da chi? Ora
era in piedi in quella cucina estranea e familiare insieme, poteva osservarne l'assetto, ma con la
curiosit di qualcuno che scopre qualcosa d'inedito in ci che ha tutti i giorni sotto gli occhi. Che
sogno incredibile, si disse mentre sognava. Poi tendeva l'orecchio per ascoltare meglio i rumori che
venivano dall'esterno. Il cane correva pestando la neve fresca e croccante. Poi uggiolava, poi,
straordinariamente, si lagnava proprio come avrebbe fatto un bambino. Ora dentro alla cucina qualcuno
aveva consumato la cena apparecchiata sul tavolo senza che lui se ne accorgesse. Ma chi? Domenico si
sogn mentre, ancora una volta, considerava fino a che punto pu sembrar vero l'incredibile. Perch un
fatto era chiaro: qualcuno aveva ripulito i piatti che un attimo prima erano ricolmi di cibo. E lui, pur
non avendo perso di vista la tavola per un istante, non se n'era accorto.
Si rese conto che stava sudando.
Il passaggio verso la realt fu pi lento del solito, perch pur capendo che era assolutamente
sveglio, ora Domenico, non vedeva intorno a s la camera in cui era andato a dormire, ma ancora quella
cucina semplice, ancora quel tavolo. E ancora udiva piccoli lamenti dalla camera da letto dove
dormivano Maddalena e Luigi Ippolito. Lamenti e mugolii come d'amanti che cercassero di non farsi
sentire mentre facevano sesso.
Domenico ebbe l'impulso di alzarsi e sorprendere i clandestini nel pieno del loro amplesso. Fu
quell'impulso a svegliarlo completamente e metterlo in piedi. Nonostante gli sembrasse di essersi
coricato molte ore prima, non ne erano passate che due. Tentoni, senza accendere alcuna luce,
Domenico raggiunse la camera da letto. Ora quei suoni si fecero pi chiari.
 Guarda,  sussurr Maddalena, invitando il marito a raggiungerla. Aveva un seno di fuori e
Luigi Ippolito, addormentato, poppava con soddisfazione.
Rest in piedi a osservarli finch, abituandosi alla penombra non pot notare che il neonato lo
guardava senza abbandonare il capezzolo di Maddalena.
E allora fu definitivamente certo di aver accolto un nemico in casa.
Si chiese se tutti i padri vivessero una trasformazione cos repentina di quel sentimento di
esaltazione che li prende quando credono che il parto sia l'inizio di ogni cosa. Perch lui e, pensava,
anche tutti gli altri, aveva capito quasi immediatamente che quell'esaltazione era totalmente
ingiustificata. Che quel parto era la fine di ogni cosa. Ma Maddalena sembrava davvero soddisfatta,
ora. Nella casa che aveva sempre voluto, con quel bambino dal nome incongruo, pareva aver ritrovato
una serenit completa. Aveva preso qualche chilo durante la gravidanza e, nonostante la lunghezza di
un travaglio che l'aveva sfinita per pi di dieci giorni successivi al parto, ora aveva un aspetto florido e
pacifico. Domenico si sedette sul letto. Il neonato smise di poppare e riprese a miagolare come faceva
per gran parte del tempo in cui vegliava.
 Ecco,  disse lei,  l'hai fatto staccare . Ma non aveva un tono di rimprovero e questo fece
sentire Domenico ancora pi in colpa.
 Mi spiace,  disse lui, scattando in piedi.
A Maddalena scapp da ridere.  Che fai?  chiese.  Questo  il tuo letto.
Domenico fece cenno di s. Poi scosse la testa come a darsi del cretino.  Ho paura a dormire
qui con voi perch lo sai che io mi muovo nel sonno e non vorrei mai schiacciare il bambino.
A Maddalena questa ragionevolezza suscit un affetto feroce, come se Domenico avesse deciso
di giocare la partita di farsi pari con quel figlio.  Lo sapevo che alla fine dovevo occuparmi di due
bambini,  sussurr.  Vieni qui che non lo schiacci,  la natura che non te lo fa fare,  afferm. E batt
con un palmo della mano la parte libera del letto.
Domenico obbed, seppure con scetticismo voleva credere alla fiducia che Maddalena aveva
appena espresso nei confronti della natura. Dal suo punto di vista quest'ultima non era nient'altro che
istinto e lui sapeva quanto male poteva portare. Ma Maddalena che era donna, e era madre, affermava
l'opposto e cio che esiste un sentimento prima di ogni ragionevolezza, come una sentinella che
abbiamo nel petto, e non ci fa andare oltre.
Obbed, dunque, ma, per cautela, si coric sul bordo estremo del materasso, sobbalzando ogni
volta che quella creaturina si muoveva tra loro. Maddalena allung un braccio per raggiungergli la
spalla.  Dormi tranquillo,  disse.
Ma non era chiaro a chi parlasse.
Trascorsero sei mesi prima che tornassero a dormire da soli nello stesso letto. E, in qualche
modo, fu come ricominciare da capo. Nell'intimit s'intende, tanto che Maddalena, dopo un paio di
tentativi a vuoto in cui aveva percepito la tensione e l'imbarazzo di Domenico nel toccarla, si mise a
sedere sistemandosi il cuscino dietro ai lombi. Lo guard come sapeva fare lei quando voleva dire: Se
inizi a fare una cosa portala a termine!
Lui, dal canto suo, si sentiva come se il passato si fosse dissolto, e questo presente si
manifestasse con sistemi del tutto nuovi e sconosciuti. Aveva aspettato con pazienza quel momento, e
ora gli pareva che lei non apprezzasse abbastanza la sua dedizione. Ecco una caratteristica, la
dedizione, che nessuno sembrava apprezzare abbastanza di lui.
Neanche Cristian aveva mostrato di considerarla granch, nonostante pi di chiunque al mondo
avesse dimostrato di necessitarne. Perch l'amore di Domenico aveva sempre l'aspetto ordinato, ma
dimesso, di un maggiordomo che attende ordini dietro alla porta chiusa. Di quelli che qualche volta si
appisolano, e che lo fanno, per avventura, proprio nel momento in cui c' pi bisogno di loro. Perci
nella contabilit generale della loro infinita disponibilit, finiscono per contare solamente le rare
dfaillance.
Sarebbe a dire che di Domenico ci si ricordava sempre delle poche volte in cui non c'era, mai
delle infinite volte in cui, in silenzio, era presente.
E cos adesso, che veniva ripreso, anche senza cattiveria, per non essere stato abbastanza
disinvolto nell'esprimere il suo desiderio.
 Sono andato oltre,  le comunic con una chiarezza estrema, rinfilandosi la maglia.
Lei si abbotton la camicetta senza dire pi nulla. Quello che pensava era che, con tutta
evidenza, lui non la desiderava abbastanza. I maschi complessi come Domenico, pensava, sono sempre
sul crinale, sempre inattendibili.
 Ho aspettato a lungo questo momento,  complet lui.
 Parevi tranquillo,  rispose lei, quasi avesse deciso di esprimere un frammento di quanto
elaborato fino ad allora. Era irritata per sentirsi cos irritata. Tutte le donne al mondo avrebbero dato
chiss cosa per avere al loro fianco un uomo sensibile come Domenico. Ma, allo stesso tempo, per un
movimento ancestrale difficile da controllare, quelle stesse donne avrebbero desiderato poter sottostare
a momenti di selvaggia, belluina ferocia, in cui l'unica cosa stabilita era la distanza tra il proprio,
complesso, desiderio e quello elementare, basico, del proprio uomo. A Cristian questa sfumatura non
sarebbe sfuggita, pens Maddalena.
Domenico si mise in piedi per allacciarsi i pantaloni. L'unico imperativo era uscire da quella
stanza, sottrarsi alla delusione di lei. Ma lei, purtroppo, non era nemmeno delusa.
 Non aspettavo altro,  tent lui senza nemmeno voltarsi a guardarla.
 S,  fece lei,  l'hai gi detto prima.
Domenico accenn di s a sua volta. Per un attimo gli sembr di essere tornato ragazzo.
Ora, fuori dalla casa, si sent rinfrancato. Tirava un vento tranquillo e costante che trasportava
nel gorgo dei vicoli il sapore della primavera incipiente. E un sole modesto, che donava una luce
porosa. Cinguettii diffusi tra gli alberi sancivano la retorica di ogni spensieratezza. Cos, convinto da
quella coreografia classica e da quella classica sinfonia, decise che non avrebbe preso la macchina, ma
sarebbe andato a piedi. E mentre si avviava, abbracciato da un sentore di fresie e violacciocche, si sent
colmo di un entusiasmo impetuoso. Come quando poteva dirsi un essere fortunato, qualcuno in grado
di percepire in che misura esistesse la felicit una volta riusciti a stanarla. Perci si rallegrava di s,
nonostante quello che andava a fare. O, forse, proprio per quello.
L'estate del '72: aveva quattordici anni quando tutti impazzirono per gli scacchi, e Fischer si
fece aspettare fino all'ultimo minuto da Spasskij. Cristian era insieme a lui, davanti allo schermo
televisivo. Da subito si erano divisi le parti, perch il russo, cos formale, cos silenzioso, era davvero in
tutto simile a lui. Mentre l'americano, sempre inquieto, sempre sospettoso, era in tutto quel Chironi.
Dunque per un tempo lunghissimo Domenico era rimasto a Reykjavk, ad aspettare che
arrivasse Cristian. Poi a un cenno dei giudici internazionali Domenico aveva dato il via alle danze:
pedone bianco in B4. Una mossa tranquilla, prudente, prevedibile. Tipica di lui. Ma era stata la prima
mossa, e gli aveva dato il diritto di azionare il timer per l'avversario.
Come avrebbe fatto Cristian, Bobby Fischer era arrivato quasi al limite del tempo prima di
muovere: cavallo in F6. Quell'apertura aveva fatto sussultare i presenti. Cavallo in F6: pareva la fine
del mondo. Tutti l'avevano atteso per ore, mentre l'altro nella sua puntualit, nella sua mancanza di
enfasi, aveva cominciato a risultare invisibile.
Fischer si era distratto, aveva giocato al di sotto delle sue possibilit. Mentre l'altro rimaneva
concentrato, ordinato, perfettamente calmo. Non sbagliavano una mossa, eppure tutti aspettavano che
muovesse solo per vedere come avrebbe risposto il suo avversario. Questo succede da sempre: che
l'umanit ha una propensione per gli inaffidabili. E magari succede che le storie, tutte le storie, non
sono nient'altro che le storie degli inaffidabili. Quando Fischer era arrivato, si era guardato intorno
adducendo problemi di traffico, proprio come Cristian il giorno del fidanzamento. Poi aveva fatto la
sua mossa: cavallo in F6. Aveva messo in campo un'azione che sembrasse lieve, aerea, persino
distratta, come a dire che non era nemmeno necessario concentrarsi pi di tanto per battere
quell'avversario affidabile, calmo, che gli stava davanti. A quella precisa forma d'inaffidabilit, nel
luglio del 1972, Domenico aveva aspirato con tutto se stesso. Nonostante avesse solo quattordici anni
gli era chiaro che Cristian, dodicenne, sapeva gi tutto quello che lui non avrebbe imparato mai. E forse
si era detto, o aveva semplicemente sperato, che tutta quella competenza occoreva pagarla. E la morte
sarebbe stato un pagamento sufficiente.
A due passi dalla casa in cui era diretto, Domenico cap tutto con una lucidit che, pi in l, non
sarebbe pi tornata. Cap per esempio che nella sua rettitudine non c'era niente di virtuoso, perch era
il frutto di una tendenza sepolta. Di una mancanza d'estro e di coraggio che gli avevano impedito di
fare le mosse astute, quelle funamboliche, quelle sbagliate. Le stesse che avevano reso, e rendevano,
Cristian cos disperatamente vivo, nonostante tutto.
Prima di suonare il campanello si prese qualche secondo per concludere che fino a quel
momento aveva trascorso met del suo tempo a fare solo le cose buone e giuste, e l'altra met a
pentirsene; mentre Cristian aveva passato lo stesso tempo a sbagliare e, il restante, a cesellare i suoi
errori.
Suon.
Nell'appartamento c'era quell'odore che lo disgustava ed eccitava insieme. Come se le finestre
fossero rimaste sigillate per anni, impedendo la fuoriuscita del seppur minimo aroma, umano o
inumano che fosse. Era fumo di sigaretta attaccato alle pareti, e cibo stantio nel frigorifero, nel
secchiaio, nella pattumiera. Era sudore nelle poltrone sformate e fra le lenzuola, persino nelle pieghe
degli asciugamani che pure avevano un aspetto che si poteva definire pulito. La padrona di casa non
faceva eccezione, anche lei non si poteva definire sporca, ma aveva addosso un sentore di igiene
sbrigativa. Esattamente come la sua tana, dava l'impressione di un ordine attaccaticcio, raggiunto in
breve tempo, come quando stanno per arrivare ospiti inattesi.
Da un apparecchio portatile i Bee Gees, come gatte in calore, urlavano Tragedy. Ce n'era
abbastanza per scoraggiarlo, e invece tutto questo disagio palese gli serviva per dare un senso alla sua
presenza l. La donna lo accolse come aveva fatto negli ultimi quattro mesi, atteggiandosi a una che lo
vedesse per la prima volta e fosse sorpresa che un maschio tanto a modo, e tanto giovane, si fosse
rivolto proprio a lei.
Domenico pos una banconota da cinquantamila lire sul piano del tavolo che stava al centro di
un monolocale piuttosto ampio, poi vi aggiunse un'ulteriore banconota da diecimila, esponendola
perch lei la notasse bene. E lei non manc certo di notarla, infatti reag con un sorriso astuto: n
tenero, n riconoscente. Aveva capito poche cose fondamentali di quell'uomo che negli ultimi mesi era
andato periodicamente a trovarla. Una di queste era che non doveva assolutamente dargli segnali
d'intimit: a lui piaceva che ogni volta si riiniziasse da capo con lo stesso identico imbarazzo della
prima volta, quando, mentre lei gli slacciava i pantaloni, lui l'aveva bloccata afferrandola per i polsi,
come a dire che avrebbe fatto da solo, e infatti si era sfilato la cintura e l'aveva posata come una pelle
di biscia alla spalliera di una sedia. Poi, senza nemmeno guardarla, si era spogliato con calma, fino a
quando, completamente nudo, non aveva ripreso la cintura per offrirgliela. Lei aveva fatto segno di
volersi spogliare a sua volta, ma lui a sua volta le aveva fatto segno di no. La cosa importante era
afferrare la cintura e usarla contro di lui che restando in piedi  le gambe leggermente divaricate, i
pugni stretti, un accenno di erezione  aspettava i colpi. Era stata la prima cinghiata a chiarire tutto. Un
dolore molto diverso da quello che aveva immaginato, pi avvolgente, come la glorificazione stessa del
castigo. Al terzo colpo lei ormai aveva acquistato sicurezza, Domenico lo sentiva con una precisione
assoluta: una striatura urticante e spessa che correva dalla base del collo al fianco sinistro.
 Ancora!  aveva ordinato con una voce sensibilmente alterata.
E lei aveva capito, senza ombra di dubbio, che, quando lui diceva ancora intendeva ancora
l, proprio in quel punto. Cos aveva atteso che Domenico stringesse i pugni, replicando poi il colpo
precedente. La pelle, questa volta, aveva ceduto espellendo sangue e siero.
La donna aveva abbandonato il braccio, lasciando che la lingua scura della cintura lambisse il
pavimento. Respirava profondamente.
Domenico aveva stretto le mascelle a tal punto che temeva i denti stessero per frantumarsi.
Ancora!, aveva scandito.
La donna aveva compiuto un giro intorno al palmo alla cinghia, poi aveva colpito. Seccamente,
con potenza, tra le reni e i glutei.
Domenico aveva tentato di trattenere le lacrime, fino a quando si era voltato per farle un cenno
con la mano. La donna a quel punto aveva compreso che la sessione era finita.
Da allora quel rito si era ripetuto almeno un giorno alla settimana, per quattro mesi. Lo schema
precisissimo di quel castigo prendeva sostanza dal fatto stesso di replicarsi identico a se stesso.
Ma quella volta Domenico sent la necessit di disobbedire a se stesso, e si convinse che ci
dipendesse dal fatto che aveva deciso di incamminarsi a piedi e non in macchina come al solito, e dal
fatto che aveva sottovalutato il peso dei ricordi.
Eh, quell'estate del 1972, davanti alla tiv con Cristian che giocava a essere Bobby Fischer,
mentre a lui non restava che la parte modesta dell'imperturbabile Boris Spasskij... Tutti che
aspettavano il genio, in ritardo, mentre il gran lavoratore aveva fatto la sua mossa, e avviato il timer.
Fin quando, quasi allo scadere, quell'altro era arrivato e aveva afferrato il cavallo, come se volesse
marcare una distanza, anche coreografica, fra la mossa, modesta, del russo e la sua. Pedone, bianco, in
B4 contro cavallo, nero, in F6. E poi nel corso della partita, esattamente alla ventinovesima mossa,
Fischer aveva sbagliato tutto, il suo alfiere era stato neutralizzato: da quel momento la partita era persa.
Il resto era stato arrancare inutilmente.
Ma nessuno si ricorda di quella prima vittoria di Spasskij, tutti ricordano la sconfitta di Fischer.
E Domenico poteva capirlo per altri versi. Perci, arrivato dalla donna, quel giorno pos sul tavolo la
sua banconota e vi aggiunse le diecimila lire e cominci a spogliarsi. E quando lei afferr la cinghia,
Domenico si volt per guardarla negli occhi.
 Cavallo in F6,  le disse.
Non sapendo cosa rispondere lei cominci a guardarlo con sospetto. Poi s'invent quella specie
di sorriso che sfoderava tutte le volte che era in difficolt:  Sei stato davvero molto cattivo,  gli disse.
 Ma ci sono qua io . Quindi sollev il braccio per somministrare la prima cinghiata.
Domenico di nuovo la guard negli occhi.  Cavallo in F6,  ripet.  Non il solito pedone.
Colpisci con la fibbia,  chiar. E strinse i pugni.
La morte, il pi atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte
non c', quando c' lei non ci siamo noi.
Cos, con un appunto scritto a matita su una cartella arancione, iniziava la storia della stirpe
Chironi. Era tutto il patrimonio che Marianna aveva lasciato a Maddalena Pes: un centinaio di fogli
stilati a mano, con una scrittura aguzza, ma chiarissima. Quella che solo qualche anno prima si sarebbe
chiamata calligrafia e basta, senza quel tautologico bella che i tempi grami le avevano accostato.
Gi nella parola stessa  contenuto il termine bella, e allora dire bella calligrafia corrisponde a dire
bella bella scrittura. Cos avrebbe detto l'antico, e solerte, maestro Olla, che pur insegnando alle
elementari, sapeva di latino e greco. Dunque di etimologia, cio del significato delle parole.
Comunque quella scrittura era un minuscolo esercizio gotico, regolare e talmente armonioso,
che si stentava a percepire i punti dove la mano dello scrittore si era fermata per infilare la punta del
pennino dentro il collo del calamaio. Era la scrittura dei Chironi antichi che, senza saperne esattamente
il motivo, avevano chiara la coscienza di s. Della loro necessit di avere un passato, per essere certi di
avere un futuro. Perch quella scrittura la emozionasse fino alle lacrime Maddalena non sapeva dirlo.
Ma questo deve fare la scrittura: metterci di fronte al punto di non ritorno, all'abisso di noi stessi.
Maddalena non era sola in casa, perch sua madre Nevina aveva preso l'abitudine di passare da
lei tutti i giorni per aiutarla col neonato. Perci poteva permettersi di stare appartata a riflettere. Ancora
non aveva letto una parola e gi capiva il senso ultimo del lascito che Marianna le aveva fatto. Era pi
che un patrimonio. Era una posizione, una coordinata in quel mondo senza posizioni e senza
coordinate. Era un invito alla resistenza. Un incitamento alla crescita: le ricordava che aveva solo
vent'anni, e un marito, e un amore scomparso, e un figlio.
Le prime righe del grosso manoscritto, che appariva piuttosto antico, erano state aggiunte
evidentemente tempo dopo, in un foglio volante. Maddalena riconobbe la citazione da Epicuro
sull'inutilit di temere la morte, e la scrittura di Cristian. Accarezz quelle poche righe con i
polpastrelli, gustandosi la sensazione che contenessero un frammento di chi aveva guidato la penna,
anche solo l'impeto che c'era voluto per imprimere la giusta pressione. Cristian scriveva bene, tendeva
a calcare: questo s.
Ora riusciva a pensare solo che anche Cristian aveva letto quelle pagine. Poteva figurarselo
chino sulla piccola scrivania della sua camera nella casa Chironi a San Pietro, cui si accedeva solo a
patto di attraversare il giardino di Marianna. Lo vedeva mentre studiava la genealogia che il nonno
Luigi Ippolito, morto eroe di guerra, si era premurato di costruire, cosicch fosse chiaro che non si
nasce senza un passato se qualcuno  in grado di immaginarlo.
Comunque sia il tutto partiva da un antenato spagnolo, un tale De Quirn, mandato dalla
Castiglia alla Sardegna per punizione, come un poliziotto o un carabiniere qualunque. Nel tempo quel
De Quirn si ammala del posto a tal punto che capisce che lui in Spagna non potr e non vorr pi
tornarci. Quindi si spinge temerariamente verso l'interno, dove abitano gli indomiti delle montagne, i
pelliti sanguinari, al seguito del vescovo di Galtell che sta cercando un luogo salubre verso cui
trasferire la diocesi per sfuggire all'aria malsana e alle continue pestilenze della costa. Cos giunge a
Nur, un agglomerato in cima a un altopiano incantevole circondato da boschi e irrorato da ruscelli
limpidissimi. Un piccolo Eden su cui la corte ecclesiastica s'insedia senza indugio. L il nostro De
Quirn, che ha gi trasformato il suo cognome nel pi locale Kirone, trova la donna della sua vita. Si 
fatto crescere la barba e ha dismesso la gorgiera, e con essa probabilmente tutta la sua esistenza
precedente. Si  vestito con l'orbace degli autoctoni, ha messo al mondo un figlio che ha dedicato
all'arcangelo Michele...
Maddalena era talmente assorta nella lettura del manoscritto che non si accorse della madre alle
sue spalle.  Ma Domenico non torna per pranzo?  chiese Nevina.
 Avr da fare in qualche cantiere,  rispose in maniera un po' troppo sbrigativa.
 E non avverte?  insistette l'altra, cui la reticenza della figlia non era sfuggita.
Maddalena finalmente alz la testa dai fogli che aveva sul tavolo.  Se riesce avvisa,  secc.
 Ma  successo qualcosa?  chiese improvvidamente la donna.
Maddalena si alz, e anzich rispondere and ad accendere la radio sul piano del mobile di
fronte. Turn It On Again sfoci dall'apparecchio come se non aspettasse altro che di espandersi in
quella stanza. Nevina fece una smorfia. La ragazza radun i fogli e li riposizion in perfetto ordine
all'interno della cartella. Poi afferr il plico e lo sistem nello scaffale da cui, precedentemente, l'aveva
preso.
Per tutto quel pomeriggio Domenico non si fece vedere. E non torn a casa nemmeno la notte.
Il mattino dopo, verso le sei, finalmente Maddalena sent la porta d'ingresso che si apriva. Ebbe
l'impeto di alzarsi dal letto per andare incontro al marito e affrontarlo, ma non lo fece, rest dov'era,
distesa di fianco a guardare le strisce luminose che l'alba andava disegnando sulla lavagna delle
persiane.
Domenico, con cautela, entr in camera da letto, non fece l'atto di spogliarsi, ma solo si sporse
per accertarsi che la moglie stesse dormendo.
 Con chi credi di avere a che fare?  chiese lei al nulla che aveva davanti. Una domanda che
lacer fisicamente l'aria ferma di quella stanza.
Domenico strinse le palpebre.  Ho bevuto,  confess.  Non volevo che mi vedessi in quel
modo, sono andato a dormire da babbo.
 Hai bevuto,  replic lei, come se ripetere rendesse la situazione pi accettabile.  Hai bevuto,
 ripet ancora. Lo disse senza spostarsi: se si fosse rivolta direttamente a lui significava che in qualche
modo era disposta a comprenderlo. E invece no.
 S,  conferm lui. E basta.
Restarono in silenzio per interi minuti. Ognuno di loro aveva dentro di s le parole consone per
riempire quel vuoto. Ma queste rimbalzavano in testa senza una logica e senza trovare il modo per
scaturire.
Domenico aveva preso a spogliarsi.  Ho un appuntamento di lavoro alle nove,  inform.
 Complimenti,  comment lei. Poi vedendo che lui non rispondeva chiar:  Ci vai davvero
ben messo al tuo appuntamento di lavoro.
 Lo so, lo so,  la interruppe Domenico. Come a dire che si meritava qualunque rimprovero
che lei volesse fargli.  Ascolta,  tent,  non  un periodo facile, per me.
 Per me invece sono tutte rose e fiori...
 ... Non ho detto questo...
 Ah no?
 Volevo dire che non so esattamente cosa mi sta succedendo.
Maddalena si volt: lo vide in piedi sul suo lato del letto, in maglietta e mutande. Poi not una
striatura livida dove la coscia si attacca al gluteo.  Che ti  successo?  chiese.
 Niente,  si affrett a dire lui, afferrando la biancheria pulita dal com e i pantaloni stirati
dall'armadio, e avviandosi verso il bagno.
Restata sola in camera Maddalena pens alla furia con cui le cose avvengono, senza una
maledetta sfumatura, senza una minima preparazione. Pens che si aspettava un progresso nella crisi di
Domenico. Lui, spaventosamente, aveva fatto credere a tutti che l'esperienza che aveva appena vissuto
col padre fosse acqua fresca. Ma non era cos.
Quando usc dal bagno era completamente vestito. Maddalena se ne stava in piedi, la finestra
della camera da letto spalancata per cambiare l'aria. Cos pot osservarlo nella luce piena: pallido e
dolorante.
 Ora mi riprendo,  l'anticip lui, tentando quel sorriso che sapeva intenerire anche le rocce.
Ma lo sguardo di Maddalena diceva che c'era poco da intenerirsi.  Ho bisogno di un caff e poi ritorno
a posto,  assicur.
Si era sbarbato, e tutte le volte che lo faceva a Maddalena veniva in mente la stagione
languorosa delle attese, che  come una soluzione affrettata, l'illusione di prospettive. All'improvviso
le venne da piangere, ma si trattenne: sarebbe morta soffocata piuttosto che far uscire un singhiozzo
dalla sua gola. Cos senza dire niente si diresse in cucina per fare il caff.
Dopo la morte di Mimmu, Domenico aveva iniziato a isolarsi. Pi che trasformato si era
evoluto in un essere guardingo.
Con una progressione sempre pi veloce, presero ad aumentare le volte in cui decideva di
dormire nella casa che era stata sua e di suo padre. A Maddalena la faccenda fin per sembrare
assolutamente logica: il suo non era un matrimonio che dipendesse dalla condivisione. Andava visto in
prospettiva. Ora che tutto era chiaro, poteva dirsi senza sensi di colpa che non aveva sposato l'uomo
che amava e quindi non vedeva perch mai quell'uomo dovesse comportarsi come se si sentisse amato.
Ma nutriva per Domenico una tenerezza infinita, questo s. Forse pi di quella che nutriva per suo
figlio. E sapeva che quell'uomo non l'avrebbe mai abbandonata, n mai avrebbe preteso qualcosa che
era impossibile da ottenere. Per paradosso proprio ora che egli trovava il coraggio di una sua autonomia
lei si sentiva pi al sicuro. Smise di fargli domande su quello che lo portava spesso a restare fuori di
casa, sui suoi frequenti dolori, sul bere. Su tutto. Sicch, com'era nel suo stile, risolse presto la cosa
avvertendolo che se voleva intrattenersi a casa di suo padre poteva farlo, ma che non avrebbe tollerato
in nulla di essere messa in imbarazzo pubblicamente. Era quello che Maddalena amava definire le
cose come stanno, ma, soprattutto, un sistema per non lasciarsi cogliere impreparata. L'inaspettata
scomparsa di Cristian aveva scombinato la sua precisa visione del futuro, e questo, giur a se stessa,
non sarebbe ricapitato mai pi. Era disposta a essere una moglie anche per finta pur di amare l'uomo
della sua vita, e ora non restava nient'altro che quella finzione. Era una donna che non accettava ci
che non poteva prevedere.
Sua madre Nevina, innamorata del nipote neonato, si aggirava spesso per casa, e assediava
Maddalena col suo silenzio, apparentemente discreto.
 Che leggi sempre?  le chiese un giorno vedendola alla scrivania.
 Il mio patrimonio,  rispose lei, accennando a un sorriso perch la madre capisse fino a che
punto quella battuta corrispondesse alla realt.
Da quella volta Nevina non aveva fatto pi domande e Maddalena non aveva pi dovuto dare
risposte. Il corso degli eventi, nel racconto del manoscritto, aveva preso un ritmo sostenuto, una specie
di urgenza carica di tensione... Si capiva che nella mente di quel Luigi Ippolito Chironi, che l'aveva
scritto, c'era la necessit di dare un senso preciso al vuoto, una risposta all'afasia.
Quella terra vissuta come benedizione e maledizione insieme lei poteva capirla. Cristian
avrebbe potuto capirla. Domenico poteva, tutt'al pi, intuirla. Il che non era un privilegio.
Proprio no, povera creatura sofferente.
La nostalgia del padre, la libert che la sua scomparsa aveva comportato, si era manifestata in
lui come una specie di euforia. Specialmente quando si trovava da solo nella sua casa, e poteva frugare
in ogni mobile, in ogni angolo, anche il pi remoto; quando poteva rivoltare le tasche di giacche,
pantaloni, cappotti, soprabiti appesi nell'armadio; quando poteva controllare quei cassetti che gli erano
sempre stati proibiti. Sentiva l'entusiasmo della disponibilit assoluta di s. Ma anche un imbarazzo
sottile per il fatto di poter accedere, senza controlli, all'intimit del padre.
La casa vuota parlava un linguaggio ammaliante, gli spiegava che tutto oramai era possibile,
che non c'era plico che non potesse leggere o documento che non potesse esaminare, o omissione che
non potesse essere finalmente svelata. Le prime notti non dorm quasi, ma s'intrattenne nella superficie,
come quando si gratta una vernice con l'unghia per saggiare lo strato sottostante senza intaccare
inutilmente l'integrit dell'oggetto. Ben presto il furore di s, come l'impeto di rivelarsi, lo costrinse ad
abbandonare qualunque cautela. Fu preso da una fame furiosa, dal desiderio di denudare qualsiasi
menzogna, ma anche, solamente, di resuscitare gli oggetti, apparentemente morti, dalle tombe oscure
degli armadi, degli stipetti, dei comodini, dei pensili... Mimmu aveva conservato ogni cosa, compresa
la biancheria di sua moglie Ada, morta subito e subito dimenticata. Aveva archiviato in album ordinati
e in scatole di latta centinaia di fotografie, in bianco e nero e a colori. Di lui ragazzo, e di Vincenzo
Chironi, e di Cecilia, persino di Marianna da giovane. Poi c'erano quelle a colori di lui e Domenico
piccolo, gi vestito come un ometto. Allevato da un padre e basta. Domenico guard il suo sguardo
dentro a quelle fotografie. Guard il mento affilato come se stesse sforzandosi di non piangere. Si sent
investito da una specie di malinconia adulta, quasi potesse permettersi di fare ogni promessa a quel
bambino che ora lo squadrava, severo, dalla foto.
In un cassetto della libreria trov le bobine. Le ricordava, certo, e come dimenticarle. Qualche
volta, dopo aver montato il grande e ronzante proiettore, quello che stava imballato nel mobile
dell'antibagno, Mimmu si era divertito a fargliele vedere. E a commentarle. Domenico era un
adolescente, allora, e aveva giurato al padre che prima o poi quelle pellicole le avrebbe distrutte. Il
padre aveva sorriso di quell'imbarazzo, ma per non correre rischi le aveva messe via. Ora erano l. La
scatola che conteneva la prima bobina portava la scritta Cala Liberotto, luglio 1967.
Fotogrammi con colori extrasaturi movimentarono la parete libera del soggiorno. Era una
spiaggia invasa dai depositi di posidonie. Da un cumulo alto faceva capolino Cristian, sottile come un
fuso, col costume da bagno che gli cascava lungo i fianchi, tenuto su da una cintura di stoffa. Salutava
in direzione di Mimmu che riprendeva. La mano non era ferma, ma il filmato aveva l'ostinazione
espressionista dei pionieri del cinema. Ora il primo piano di Cristian ne mostrava la bellezza strana, il
lascito genetico. Poi ecco Domenico, senza sfrontatezza, come quegli aborigeni che, davanti alla
macchina fotografica, temono per la propria immagine. Pi rotondo e completamente vestito, con un
cappellino ridicolo. Quanto era libero quell'altro, apparve costretto lui. Domenico si guard con una
pena colma di tenerezza, pens al bambino di nove anni che era, e si ricord ogni singolo istante di
disagio, ogni quotidiana incomprensione. Lo sguardo gli si vel leggermente quando Cristian, che
aveva sette anni, correva verso il mare per bagnarsi i piedi e lui invece indietreggiava. Spense il
proiettore.
Riaccese dopo un po', anche se ricordava esattamente cosa succedeva nella parte successiva del
breve filmato. Succedeva che Cristian si accorgeva del suo imbarazzo e tornava indietro per invitarlo,
con lui, verso la battigia. Succedeva poi che lui non voleva e faceva resistenza, e quanto pi si rifiutava
tanto pi Cristian si ostinava, lo tirava per un braccio. Mimmu, evidentemente divertito, non perdeva
un frammento di quella piccola lotta. Poi succedeva che Domenico, esaurita ogni resistenza, si lasciava
andare a un pianto dirotto. Ecco.
Spense.
Per essere notte fonda, si attard un caldo inusuale. Tremendo. Di quelli che facevano scuotere
la testa agli anziani.
L'agosto 1980 si era aperto male davvero, con tutto quel disastro che era successo a Bologna.
Per l'amor di Dio! Veniva da chiedersi in quale cloaca puzzolente si fosse nascosta l'umanit.
 Povera gente,  sussurrava Nevina tra i singhiozzi.  Povere creature...
Dall'altra stanza, Luigi Ippolito Giuseppe cominci col suo lamento di bestiolina abbandonata,
aveva dieci mesi, iniziava ad articolare qualche sillaba, ma il sonno restava per lui un problema.
Maddalena lo raggiunse nella sua cameretta per farsi vedere e convincerlo che non era solo al mondo. Il
bimbo si acquiet.
Le macerie, persino dallo schermo televisivo apparivano come immensamente polverose.
Sappiamo talmente poco gli uni degli altri, si trov a concludere Maddalena.
Nevina raggiunse la figlia che ancora si asciugava gli occhi.  Come si fa?  chiese a se stessa.
L'altra scosse la testa.  Bestie!  sussurr.
C'era un'atmosfera strana in quella stanza, come di cose che finiscono, come di addii, come di
discorsi conclusivi.
 Ho spento la televisione,  annunci Nevina.  Non ce la faccio, davvero... Il bambino non
avr caldo?  chiese poi, per ingoiare definitivamente l'amarezza che sentiva in gola.  Lo vedo troppo
coperto, magari non dorme per quello.
 No, no, sta bene,  rispose Maddalena.  Non dorme perch non dorme. Tutto qui, ormai ci ho
fatto l'abitudine.
 Ci hai pensato a quella cosa che ti ha detto il pediatra?
 Che bisogna portarlo al nido?  gi il tono di Maddalena tese all'aggressivo.
 Guarda che lo diceva pi per te che per lui,  spieg la madre.
 Io sto bene,  tagli l'altra.  E finch posso tenerlo il bambino sta con me, non lo metto in
mano a estranei!
 Va bene, va bene,  smorz Nevina. E tacque.
 Cosa c' adesso?  chiese a un certo punto Maddalena innervosita.
 Niente,  la secc la madre.  Niente, va tutto bene no? Qui intendo in casa: va tutto bene? 
Maddalena, non riuscendo a mentire a voce, accenn col capo.  Com' che non c' una volta che
trovo tuo marito in casa?
 La situazione  nuova per lui, lo sai com' fatto, si mette in ansia con niente.
 Guarda che mi arrivano voci non buone...
 ... Che voci?
 Dice che spesso e volentieri alza il gomito. L'hanno visto,  scand lei, come se si fosse
preparata da giorni per quel momento. Maddalena fece di spalle, anche se sapeva che quelle voci non
erano campate in aria.  Ma ci torna a casa?  chiese poi, per sfruttare il piccolo vantaggio che si era
conquistata nei confronti della figlia.
Maddalena, ancora una volta, fece di spalle.  Certo, che domande sono?  arrangi.
 Sono le domande giuste. Gli faccio parlare da tuo padre se vuoi...
 State fuori da questa faccenda!  ora la voce era scaturita senza controllo. Luigi Ippolito
Giuseppe ebbe un sobbalzo.  State fuori da questa faccenda, capito?  ripet Maddalena ritornando al
tono compresso di poco prima.
Nevina aggrott le sopracciglia e strizz gli occhi come se fosse necessario inquadrare per bene
quell'essere umano che aveva davanti, perch, nonostante ne avesse le sembianze, non poteva essere
sua figlia.  Parlami ancora in questo modo e giuro su Dio che, grande e grossa come sei, ti finisco a
schiaffi. Intesi?  concluse precisissima.
La scatola della seconda bobina portava la scritta 1971, Recita. Le inquadrature d'apertura
riguardavano i preparativi prima di andare in scena. La professoressa Pinna che dava le ultime
istruzioni agli attori. Trucchi ingenui, corone di cartone, mantelli di fodera, scettri di legno dipinto
d'oro. E quella strana febbre che si diffonde quando si presenta al pubblico di genitori intervenuti il
risultato del lavoro di un anno. Tutto questo era assolutamente chiaro nella ripresa di quell'aula
trasformata nel camerino di un teatro. E poi c'era Cristian che, pur essendo di prima, era stato reclutato
perch la professoressa Pinna si era incapricciata di lui.
La cosa era andata cos: Domenico che faceva la terza media era stato ingaggiato con i suoi
compagni delle altre terze per la recita di fine anno scolastico. Un giorno che si provava in aula magna
Cristian si present per portare a Domenico la merenda che si era dimenticato a casa. Entr
interrompendo la prova dell'Enrico IV. Era il punto in cui il principe di Galles afferma di non volere
avere a che fare con il regno. E lo fa perch suo padre preferisce in tutto Percy, che al contrario di lui
sembra nato per fare il re. Domenico, quella battuta che non era la sua, ma di Costantino Cossu che
aveva la parte di Enrico IV perch era grande e grosso e gi a dodici anni si faceva la barba, se la
ricordava benissimo: Oh, si potesse mai scoprire un giorno che un genietto vagante nella notte sia
venuto a scambiare di nascosto i nostri due figlioli nella notte, chiamando Percy il mio ed Enrico
Plantageneto il suo! Sarei io ora il padre del suo Enrico, e lui del mio. Le immagini erano sgranate e
non c'era alcun suono, se non il ronzio del proiettore. Le riprese scadenti e tutte alla stessa distanza,
due, tre metri dal boccascena. Si trattava di scene frammentarie, con patetici bambini in calzamaglia e
armature di cartone che mimavano storie immense, lontanissime, di eroi sanguinari. Non poteva sentire
le parole, ma misteriosamente le ricordava. Perch era la loro scena, quando Percy e l'inaffidabile
principe ereditario si scontrano. Attorno a loro una foresta di piante inesistenti in natura, dipinte dai
ragazzi su strisce di carta da parati durante il laboratorio d'arte.
Nella scena dovevano fingere di incontrarsi durante la battaglia, erano stati dalla stessa parte,
ma si erano trovati a essere irrimediabilmente nemici.
Domenico:  Io mi chiamo Harry Percy.
Cristian:  Un nome che mi dice che ho davanti un ribelle di grande valentia. Io sono Enrico,
Principe di Galles. Percy, d'ora in avanti non pensare di poter pi spartire la tua gloria con me: due
astri nella stessa sfera non possono orbitare...
Domenico:  E non sar. Perch  suonata l'ora, Harry, che di noi due uno debba vedere la
sua fine. E Dio volesse che anche tu nell'armi avessi un nome pari a quello mio.
Tutto ricordava. Tutto. Anche che, qualche secondo dopo queste belle parole, sarebbe dovuto
morire per mano di Cristian. Con la spada di cartone e cartapesta che gli penetrava tra il braccio e il
fianco in un trucco teatrale che allora era parso a tutti davvero impressionante.
Lasci che la bobina si riavvolgesse, e la risistem nella sua custodia con pignoleria, quasi
temesse che Mimmu si potesse accorgere che l'aveva guardata. Poi la riport al suo posto insieme a
quella di Cala Liberotto.
In quel silenzio si sent improvvisamente solo. Si guard attorno: c'era un disordine che il padre
non avrebbe gradito. Fu cos, in quel sondaggio generico, che i suoi occhi colsero il lembo di una
cartella che non aveva notato prima. Era finita sotto a una pila di giornali, Domenico aveva scoperto
che Mimmu conservava anche un certo numero di riviste pornografiche. Si trattava di una cartella
anonima, di cartone pressato e rigido; di quelle con la patta che si ferma attraverso un elastico. Davvero
non aveva nulla di speciale se non che, con uno stampatello preciso, che Domenico conosceva bene,
Mimmu aveva scritto sul davanti la parola CRISTIAN. Solo questo. Ci sarebbero stati una marea di
motivi per non aprirla, ma li scart tutti. L'apr.
Vi trov un mazzetto di ritagli, in perfetto ordine cronologico, che riguardavano le notizie
stampa della sua morte. Vi trov qualche appunto scritto a mano, soprattutto cifre: 10 000, 200 000,
450 000, e la somma che ne consegu. Poi una serie di bollettini postali: ricevute di pagamenti via
vaglia telegrafico intestati a una certa Schintu Federica.
Quella sera torn a casa dalla moglie. Dalla faccia di Maddalena cap che non lo stava
aspettando. Cosa che, in modo inspiegabile, lo mise in ansia. Ma fece finta di nulla. Nevina era ancora
l, si stava preparando ad andarsene. Lo fiss pi con pena che con rabbia, e gli chiese se avesse cenato.
Domenico guard Maddalena senza rispondere alla suocera, ma lei evidentemente non si aspettava
alcuna risposta: si diresse verso l'ingresso per indossare il suo soprabito.  Ci vediamo domani,  disse
alla figlia uscendo.
Restarono in piedi uno di fronte all'altra.  C' un pezzo di polpettone sulla credenza,  fece
Maddalena con un gesto vago indicando la cucina.
 L'ha fatto tua madre?  chiese lui.
Maddalena accenn di s. Domenico se ne and in cucina. Trov il polpettone su un piatto
coperto da uno strofinaccio pulito. Port il piatto sul tavolo, poi si guard intorno come a ricordare
dove stavano le posate. Apr un cassetto della credenza e ne estrasse una forchetta. Quindi da un altro
cassetto un tovagliolo. Finalmente si sedette.
 Ti trattieni?  chiese Maddalena arrivandogli alle spalle.
 S, se non  un problema,  rispose Domenico con la bocca piena.
 No, no  un problema,  concluse Maddalena. Senza volerlo era risentita.
  buono,  disse Domenico per riempire un silenzio che stava diventando imbarazzante.
 Domani?  disse Maddalena. Dal tono sembrava che non avesse bisogno di aggiungere altro.
Domenico si pul la bocca. Maddalena apr un pensile per afferrare un bicchiere e prese una
bottiglia di vino gi aperta sul piano del lavello. Riemp mezzo bicchiere e glielo porse.  Se no magari
dicono in giro che ti ho strozzato con un polpettone.
A Domenico scapp da ridere, inghiott, poi butt gi il vino.  Tua madre sarebbe contenta, 
disse.
 C' da portare il bambino dal pediatra domattina, mi accompagni?
 Domani mattina hai detto?
 Vabb, lascia perdere,  tagli Maddalena, infastidita dall'indecisione del marito.
 No, no,  la stopp lui.  Va bene, domattina va bene... Nel pomeriggio devo vedere delle
persone, ma domattina va bene. A che ora?
 Le dieci,  specific Maddalena.  Tanto dormi qui stanotte no?
 S, s,  conferm lui.
 In ogni caso  pronto anche il letto nell'altra stanza,  concluse.
Domenico si vers dell'altro vino.
Nevina era buia come una mezzanotte. Aveva camminato a lungo, facendo un giro pi largo di
quello che le serviva per arrivare a casa. Si era bevuta un po' di frescura serale, ma questo non era
bastato a toglierle di dosso quella sensazione terribile di pericolo incombente che sentiva ogni volta che
andava a casa della figlia. Cos una volta dentro al suo appartamento tent di darsi un'aria serena, o
perlomeno non troppo preoccupata.
Non era entrata da un minuto che gi Peppino le venne incontro.  Ho appena chiamato da
Maddalena,  disse.  Mi ha detto che sei uscita pi di mezz'ora fa, stavo venendo a cercarti.
 E vuol dire che dovevo incontrare il mio amante, no?  fece lei, ma senza risultare spiritosa
come avrebbe voluto.
 Che cosa succede?
Nevina si tolse le scarpe e il soprabito prima di rispondere. Poi si chin a raccogliere un vecchio
scontrino che le era caduto dalla tasca. Peppino aspett che finisse senza incalzarla.  Non lo so
nemmeno io che cosa succede. Ma ogni volta che vado in quella casa mi viene il malumore...  Si
guard intorno.  Solo sei?  chiese.
 Tuo figlio  andato a ballare,  disse lui.
 Ormai  questione di tutte le sere,  constat Nevina.  Comunque a me questa storia di
Maddalena non mi pare normale neanche per niente. Domenico in casa non c' mai, e quando si fa
vedere ha un aspetto che non ti dico.
 E lei che dice?  chiese Peppino portando la moglie verso il divano per farla sedere.
Nevina si ferm, in piedi.  Niente dice. Sembra che a lei questa situazione le vada persino
bene. Poi magari chiedi che cos'hanno deciso col bambino e nemmeno loro lo sanno. Dieci mesi e
nemmeno battezzato, dico io.
Peppino scosse la testa e fece di spalle.  Non sono pi tempi in cui queste cose contano, prima
forse, ma adesso... Se va bene per loro, andr bene cos,  concluse lui. Poi, anzich farla sedere sul
divano se la tir addosso.  Tu devi imparare a stare tranquilla,  sussurr.  Rilassati. Vieni qui . La
invit stringendola a s.  Da quanto non andiamo a ballare io e te?  Nevina non rispose, ma piano
piano si lasci andare.
Sull'eco del concerto, che insieme ci trov, ripeter ancor la strada, che mi porta a te.
Ovunque sei, se ascolterai, accanto a te mi troverai...  cominci a sussurrarle all'orecchio muovendo
i primi passi. Lei lo segu compiaciuta, anche se fingeva di accontentarlo.  ... Ovunque sei, se
ascolterai, accanto a te mi rivedrai. E troverai un po' di me, in un concerto dedicato a te!!, ston
dolcemente, mimando un acuto di diaframma, mentre invitava la moglie a una piroetta.
A Nevina cadde qualche lacrima, per il presente, ma anche per il passato.
La visita dal pediatra non indic nulla di particolare. Tutto procedeva per il meglio, il bambino
era sano, persino un po' sovrappeso. Niente di preoccupante. Domenico e Maddalena parvero, e
furono, una coppia perfetta. Tutti all'ambulatorio apprezzarono che un giovane padre avesse sentito il
bisogno di accompagnare la giovane moglie al controllo periodico del loro bambino.
Agosto se ne sarebbe andato di l a poco con la festa collettiva dedicata al Redentore. Proprio in
quella fase precisa in cui l'estate si rompe, diventando improvvisamente autunnale o ancora pi feroce.
In quel 1980 le pietre del corso emanavano un caldo tale che sarebbero potute scaturire da un'eruzione.
Sembrava quasi che fossero ancora non raddensate sotto ai piedi.
Eppure Maddalena, al braccio di Domenico che conduceva il passeggino col loro primogenito,
le percorse come se fossero un tappeto di fiori. Tanto che persino i pi distratti dei passanti si voltarono
per guardarli.
A casa pranzarono tranquilli. Luigi Ippolito Giuseppe dormiva beato. Dopo pranzo si baciarono
a lungo, come facevano da ragazzini, senza un costrutto, senza una promessa.
 Ho sempre paura di dire qualcosa di sbagliato,  scand Domenico con esattezza.
Maddalena pens che quella lucidit era un miracolo, oppure l'uscita dal tunnel. Certo lei la
domanda Perch non mi dici pi niente?, l'aveva fatta bella chiara. Ma non si aspettava certo che lui
altrettanto chiaramente rispondesse.  Io lo capisco che cosa stai passando,  gli disse.
Domenico scosse violentemente la testa.  Sogno sempre la stessa cosa,  tent di spiegare.
E lei comprese che dicendo la stessa cosa intendeva il momento in cui aveva pensato di poter
salvare la vita a suo padre.  Noi ce la faremo,  lo rassicur, afferrandolo per le spalle.
Lui trattenne un lamento, anche le lacerazioni della sua vita, come quelle della sua carne, erano
occultate dal tessuto sottile della camicia.
Maddalena cominci a sbottonarla. Ma Domenico la ferm con una presa solida dei polsi. 
Non si pu,  disse.
Maddalena si blocc, ritrasse le mani come se il marito scottasse.
 Te l'avevo detto che devo incontrare delle persone per lavoro,  si giustific riabbottonandosi.
Fuori di casa riprese a respirare con calma. L'indirizzo di Federica Schintu corrispondeva a un
condominio modesto in un quartiere semiperiferico. Campi incolti, terreni in quella condizione
equidistante sia dalla natura che dalla civilt. Spazi in attesa di un senso, non pi verdi, non ancora
edificati. Luoghi paradossali che avrebbero dovuto promettere rinascita e progresso e invece parevano
il risultato di un conflitto recente. Quel discorso si era interrotto alla pars destruens: restava precario
ogni oltre umana sopportazione. Cos li chiamavano quartieri satellite o, pi presuntuosamente,
residenziali. Ma non erano nient'altro che cumuli di materiale edilizio nel nulla. Porzioni di territorio
rognoso come un velluto liso, in attesa di qualche piano urbanistico che gli desse un significato.
Comunque era l, dissero, da quelle campagne rese sterili, aggredite dall'alopecia, che si sarebbe
originata ogni prosperit. Perci all'iniziale entusiasmo per il roseo futuro avanzante si sostitu una
sorta di rassegnazione ambientale, una dimestichezza quotidiana col non finito, che rendeva non finiti
persino i pensieri. Sicch i lampioni restarono steli senza fonti di luce, costole di balena lungo
carreggiate non asfaltate che a ogni pioggia diventavano pantani. Piccoli condomini pascolavano nel
brullo di presunte zone comuni che andavano via via riducendosi in sterpai e discariche per vecchi
mobili, materassi e qualche elettrodomestico in disuso. L abitava Federica Schintu.
A Domenico parve chiaro che abitare l doveva significare in qualche modo avere una visione
del mondo assai cinica. Ma proprio questa constatazione gli fece capire, per la prima volta, fino a che
punto si era spinto. Anche dentro di lui, che andava desertificandosi, si erano formati dimessi edifici di
rassegnazione. Con gli stessi orribili portoncini in alluminio anodizzato e vetri smerigliati dalla
serratura sempre difettosa, che al primo colpo di vento erano in balia delle correnti. Con squallidi
ascensori rivestiti in simil-legno, vale a dire formica finto faggio, e le loro pulsantiere orrendamente
cilindriche col bottone giallo per l'allarme, mentre tutti gli altri erano rossi. L si appiccicava come
glassa il fumo delle sigarette, o qualunque esalazione umana e disumana, di cibo o d'ascella, di
fuliggine o di merda.
Il portoncino, dunque, cedette prima che Domenico potesse controllare se era aperto o chiuso.
Entr in un piccolo androne che sapeva di refettorio scolastico e spogliatoio di palestra. Sul citofono
aveva letto Schintu 3 piano, l'ultimo. Fu tentato di prendere l'ascensore, ma cambi idea. Ogni due
rampe c'era un pianerottolo dove gli ingressi di due appartamenti si guardavano l'un l'altro e al centro,
nella parete di fronte, la porta dell'ascensore simile a quella di una cabina telefonica. Ancora una volta
era l'olfatto a fargli capire che stava passando da un piano all'altro. Odore di cavolo, di deodorante, di
muffa, di abiti smessi.
Quello di Schintu era il portoncino sulla destra in cima alle scale, proprio dove s'interrompeva
la ringhiera ostinata dipinta di grigio con un corrimano rivestito in plastica azzurra.
Suon. Attese.
Sent dei passi venirgli incontro oltre la porta chiusa.
 Chi ?  chiese una voce di donna molto diffidente.
 Non ci conosciamo,  spieg Domenico schiarendosi la gola.  Sono il figlio di Mimmu
Guiso.
 Ah,  fece la donna che ormai era arrivata all'altezza dello spioncino.  Chi sta cercando?
 Schintu Federica,  rispose Domenico, anteponendo il cognome come per aggiungere una
patina di ufficialit a quella strana conversazione.
 Sono io,  fece lei, con l'occhio attaccato alla minuscola lente della porta. Il viso di
quell'uomo sul pianerottolo, visto attraverso quel pertugio, pareva il muso di uno strano pesce palla.
 Dobbiamo parlare,  disse lui a un certo punto. Prevedendo che l'altra lo stesse guardando,
fece un passo indietro e apr le braccia perch lei potesse constatare che non era pericoloso.
Si sent scattare una serratura. Domenico non avanz finch la donna non comparve nello
spazio ristretto della porta ancora guardingamente socchiusa. Era piccola, nervosa e asciutta, con un
paio di pantacalze arancioni e una maglietta verde di due taglie pi grandi del necessario. Scalza, le
unghie dei piedi smaltate di rosso cupo. Non brutta, ma scarsamente curata, con un trucco impreciso, i
capelli un po' inariditi da una permanente aggressiva.
 Chi le ha dato il mio nome?  chiese la donna ostinandosi col lei, anche se era chiaro che
Domenico poteva essere suo coetaneo, o persino pi giovane.
 Mio padre,  disse lui, come se si fosse preparato a quella domanda. Poi si frug la tasca della
giacca. Lei sobbalz. Domenico ne estrasse un mazzetto di fogli legati con un elastico e glieli fece
vedere. Nell'altra mano mostr una banconota da centomila lire.
La donna lo fece passare, mettendosi da parte.
L'interno dell'appartamento risult stranamente rifinito. A Domenico vennero in mente quegli
strani quarzi che fuori appaiono irti mentre dentro hanno un'anima viola assolutamente liscia e
marmorea. Certo il gusto nella scelta dei pavimenti, dei rivestimenti e dei mobili non era dei migliori,
ma tutto appariva pulitissimo e dignitoso. Ogni cosa era nuova e ordinaria allo stesso tempo, come
accade in certi pensionati per anziani o per studenti.
Precedendolo di un passo la donna lo condusse in un soggiorno troppo arredato: poltrone,
tavolini, vetrinette, sedie, mobili credenza e una cassettiera sormontata da un apparecchio televisivo
acceso, ma senza volume. Oltre le vetrinette, e sui piani, una quantit inesprimibile di oggetti e ninnoli,
lampade e foto incorniciate.
Federica Schintu indic a Domenico una sedia, ma lui rest in piedi.  Mio padre le mandava
un vaglia postale ogni mese,  tagli corto. Poi tacque.
La donna lo guard davvero titubante, nessuno sarebbe stato in grado di fingere con una simile
credibilit.  Veramente...  inizi, poi s'interruppe come se all'improvviso avesse capito che quella
risposta poteva portarla troppo avanti.
Domenico aspett che proseguisse. Lei per non pareva averne intenzione. Cos sfil una
piccola ricevuta verde dal mazzetto che la conteneva e lesse:  Cinquecentomila lire a Schintu
Federica. Ogni mese. E questo per un anno.
 S,  fece lei, perch non poteva opporsi all'evidenza.  C' scritto il mio nome, ma non erano
per me... Io ricevevo, andavo a ritirare e poi depositavo, tutto qui.
A quella risposta Domenico ebbe un sussulto, come se, per la prima volta, cominciasse a
inquadrare la faccenda. Il cuore prese a galoppargli in petto.  Non erano per te,  ripet, passando a un
tu che doveva sembrare definitivo e poco accondiscendente.
Federica fu presa da un tremolio alla gamba, quel nervosismo seccato di qualcuno che non sa
proprio che pesci prendere.  No, erano per una persona che mi ha chiesto di fargli il favore di tenerli...
 gliss.
 E tu cosa ci guadagnavi?  chiese Domenico, mostrando la sua banconota da centomila.
 Be',  disse lei guardando negli occhi la Grazia di Botticelli,  ci guadagnavo il disturbo: la
fila in posta e la fila in banca.
Domenico gliela allung facendo capire che non l'avrebbe mollata senza una risposta. 
Facciamo cos,  disse, calmissimo nonostante la furia che gli ribolliva dentro.  Io dico un nome e tu,
se quel nome  giusto, ti prendi le centomila lire. Va bene?
Federica Schintu fece segno di s.
 Raimondo Bardi,  scand Domenico.
La donna, dopo un istante di titubanza, prese la banconota.
Non torn a casa da Maddalena. E lei non lo aspett, perch aveva capito tutto quello che lui
non le aveva detto. Appena Domenico era uscito di casa, Maddalena aveva telefonato a Nevina e, con
la scusa di raccontarle che cosa aveva detto il pediatra, aveva fatto intendere alla madre che quella sera
sarebbe stato meglio che restasse a casa sua. Nevina aveva risposto che andava bene lo stesso, tanto
aveva da stirare e fare un sacco di altre cose, suggerendo alla figlia che nei giorni passati le aveva
dovute trascurare per occuparsi di lei.
Maddalena riattacc e sorrise al silenzio circostante. Si sedette sul suo divano, si abbandon
completamente, chiuse gli occhi. Atti come quello, di resa apparente, avevano generato capolavori.
Aveva letto da qualche parte che il povero signor Karenin, per esempio, era nato proprio in un
pomeriggio di fine estate, mentre Tolstoj cercava di rimediare a una notte insonne sul canap della sua
dacia. A lei di Anna Karenina piaceva solo il marito di Anna, che nonostante l'evidenza tentava di
mantenere in piedi il matrimonio. E sbagliava chi credeva che lo facesse solo per convenienza. Lui era
un uomo onesto, uno sciocco, malinconico innamorato. Maddalena era di quel tipo di donne che Anna
Karenina l'avevano odiata fin dal primo momento. Cos stupidamente perfetta, cos inutilmente
insoddisfatta...
Luigi Ippolito Giuseppe si lagn nella sua camera. Maddalena si alz per raggiungerlo, e nel
passaggio dal sonno alla veglia fu costretta ad abbandonare gli spalti dell'ippodromo da cui Anna, in
spregio della presenza del marito, si duole pubblicamente per la sorte di Vronskij.
Raggiunta la stanza del figlio si chin sulla sua culla per fargli capire che era l con lui. Il
piccolo tese le braccia, lei lo tir su e se lo strinse al seno. Restarono cos per un tempo indefinibile.
Ora la realt pareva solo un'appendice povera dell'immaginazione: non c'erano distese innevate, slitte
trainate da cavalli mansueti. Non c'erano prime teatrali o ricevimenti. Nulla. Non c'era Domenico.
C'erano lei e il suo bambino.
Il povero Domenico Guiso guard l'orologio che erano le due di notte. Non ci aveva messo
molto a capire come fossero andate effettivamente le cose fra suo padre e Raimondo Bardi. Lui
Raimondo lo conosceva bene. Dopo il fermo al porto di Livorno si era dichiarato estraneo all'accaduto,
ma era stato comunque condannato a cinque anni di galera. Il fatto che Mimmu lo pagasse
mensilmente attraverso Federica Schintu come prestanome diceva tutto: spiegava quanto effettivamente
sapesse della morte di Cristian. E di tutto il resto.
Domenico ebbe uno scatto di nervosismo. Quando era da solo poteva permettersi reazioni
estreme, come scaraventare gi dal tavolo piatti sporchi e bicchieri con un gesto del braccio e lasciare
che si frantumassero intorno a lui. Poteva anche ridurre l'appartamento a un letamaio, all'interno del
quale era libero di circolare nudo e sporco come un selvaggio. Credeva di aver capito cosa doveva fare.
Ci volle qualche giorno per ottenere un permesso. Quanto al viaggio, non era stato difficile dire
a Maddalena che si trattava di una questione di lavoro. Ma davanti al piantone che gli chiedeva i
documenti Domenico avrebbe avuto una lieve incertezza.
Quell'inizio di settembre era dolcissimo e ruffiano. Fino a Cagliari aveva viaggiato tranquillo,
con il finestrino socchiuso perch voleva assaporare l'aroma incantevole che arrivava dalla campagna.
Se avesse potuto imbottigliare quel profumo sarebbe diventato veramente ricco, pensava. Fuori
dall'abitacolo il paesaggio correva via, gli veniva incontro sul parabrezza, poi si apriva in due bracci e
scivolava lungo le fiancate. Il cielo era terso e compatto come un intonaco azzurro. Senza nuvole. Dalle
carreggiate della 131 scie di ligustri spontanei, di agrumeti, di piantagioni di carciofi, di rocce argentate
affioranti sotto il vello semisecco della macchia, di interi palchi di finocchi selvatici, di grumi di
asparagina, di terra argillosa addentata dagli scavatori, accarezzarono, sbrigative, le portiere dell'auto
di Domenico. Spinse sull'acceleratore, pi per sfidare quel paesaggio viscoso che per arrivare prima.
Non aveva fretta, mancavano tre ore all'ingresso al carcere di Buoncammino.
All'altezza di Monserrato si ferm per entrare in un bar e andare in bagno. Ordin un caff, poi
si fece indicare la toilette. Il barista gli rivolse un cenno col mento verso una porta con la scritta WC
segnata con un grosso pennarello verde sul retro di una scatola di scarpe. Uscito da l butt gi il caff,
che nel frattempo si era freddato sul bancone, e raggiunse la macchina.
Per tutto il giorno precedente era stato nervosissimo. Tanto che nel pomeriggio aveva dovuto
cercare una soluzione. Ci erano volute un bel po' di cinghiate per ridurlo alla ragione. A un certo punto,
nonostante lui le avesse prospettato un aumento del compenso, la donna si era persino rifiutata di
proseguire. Perci la spalla sinistra ora gli faceva piuttosto male, e la posizione di guida non aiutava di
certo. Quel dolore gli ricordava quanto colpevolmente fosse stato distratto.
Dall'autoradio si fece il punto sull'orrida strage di Bologna, un mese dopo. Dicevano che fosse
una fine, o un inizio, poco contava. Dicevano che quella bomba aveva marcato il risveglio improvviso
da un sonno troppo lungo. E che da quel momento in poi niente sarebbe stato pi lo stesso. Dai colori al
grigio piombo.
La realt oltre il parabrezza si era fatta improvvisamente prosaica. Cagliari si annunciava con
capannoni e agglomerati di blocchetti come nelle vere periferie delle vere citt. Era l, a finis terrae,
l'ultima porzione di mondo conosciuto prima del vuoto. E gi si avvertiva un brulichio strano, di troppi
umani in poco spazio. Come se tutti avessero corso fin l e poi si fossero ritrovati contemporaneamente
a stiparsi a un passo dall'abisso.Fin da bambino Cagliari gli era sembrata lontanissima, e ora capiva
perch. Capiva cio che quel suo trovarsi sul bordo, quel suo rappresentare un affaccio verso il mare
aperto, la faceva pi distante di ogni distanza possibile. Pi distante della pi distante citt reale o
immaginaria che potesse pensare. In fondo Domenico a Cagliari c'era stato s e no tre volte, quattro con
questa. Dalla radio Renato Zero avvertiva che quella tristezza, in realt, poteva non essere mai esistita.
Proprio cos. Infatti la macchina andava avanti in direzione Buoncammino, e Domenico tornava
indietro.
A un pomeriggio di tre anni prima, per esempio. Fine giugno, inizio luglio, un caldo pazzesco
davvero, roba che si sveniva per strada. L'estate pi calda degli ultimi duecento anni, affermavano. E
lui e Cristian che vivevano in mutande. Finita la scuola, con interi pomeriggi davanti, quasi che ogni
tempo si fosse improvvisamente rallentato. Per quanto si sforzasse, Domenico non riusciva a ricordare
di un'altra stagione in cui l'orologio camminasse cos piano, platealmente. Anzi di quei pomeriggi
afosissimi in mutande ricordava soprattutto con quanta ostinata teatralit le lancette dell'orologio
esitassero minuto dopo minuto, secondo dopo secondo.
Poi ricordava il turbamento diffuso di corpi e sudore nel sonno di quei pomeriggi. Con Cristian
che sembrava ci tenesse a mostrarsi inerme per lui, perfettamente fluido in quel languore stordito delle
stanze chiuse. E quando, in quel buio di tende e scuri, bisognava unire le palpebre ben serrate e i respiri
ridotti al minimo per non smuovere l'aria gelatinosa.
E Cristian che canticchiava in quel pomeriggio diventato notte artificiale:
Quando stai mangiando una mela tu e la mela siete parti di Dio
Quando pensi a Dio sei una parte di ogni parte e niente  fuori da tutto
Quando vivi tu sei un centro di ruota e i tuoi raggi sono raggi di vita
E quando, sentendo la sua voce sabbiosa, intonatissima, si manifestava in Domenico un
malessere delizioso, una risposta del corpo che faceva fatica a controllare.
Quanto fosse meraviglioso quel malessere poteva capirlo dalla forza bruta con cui aveva serrato
le mascelle. E quanto rumore pneumatico, rimbombante, facesse in quel silenzio ogni sua deglutizione.
Cristian non si era mosso, la sua canzone si spegneva in quel caldo cremoso senza un nesso apparente,
ora quasi sussurrava piuttosto che cantare, come se avesse finito il fiato a disposizione.
Quando pensi stai creando qualcosa, illusione  di chiamarla illusione
Quando chiedi tu hai bisogno di dare, quando hai dato hai realizzato l'amore
Quando gridi la realt non esiste hai deciso di essere Dio e di creare
Quando chiami tutto questo reale hai trovato tutto dentro ogni cosa
Poi, finita la canzone, il silenzio era sembrato ancora pi tremendo, come un'attesa spasmodica.
Finch non aveva sentito la mano di Cristian che gli sfiorava una spalla. Era passata una manciata di
secondi eterni in cui ancora non si era mosso, quasi temesse di doversi arrendere alla percussione
violentissima che il cuore gli stava facendo dentro al petto, come un gatto in un sacco.
Parcheggi. Piuttosto che un carcere, Buoncammino poteva sembrare una rocca. Davanti al
piantone che gli chiedeva i documenti Domenico ebbe una lieve incertezza. Come se, tutto sommato, il
viaggio avesse consumato qualunque altra necessit. Consegn la carta d'identit all'agente e
oltrepass il primo cancello automatico che conduceva in un angusto cortile da cui si accedeva
all'edificio principale.
Per raggiungere il parlatorio dovettero percorrere un lunghissimo corridoio laterale. L
Domenico si rese conto di quanto poteva essere reale la letteratura: il rimbombare dei suoi passi, che
seguiva il rimbombare di quelli del secondino che lo precedeva, era proprio identico al suono dei passi
di Edmond Dants nell'orrido carcere del Castello d'If. Suole e metallo fanno un'armonia atroce,
pens, e pens anche che doveva essere davvero agitato per scomodare il caro Dumas in
quell'occasione. Insomma, non si poteva dire che fosse uno di quelli che hanno una citazione per tutto
ma, si disse, era l'occasione giusta per tirar fuori dall'archivio Il conte di Montecristo.
Arrivarono al luogo deputato per i colloqui, questo recitava una targa sopra l'ingresso. Era una
stanza lunga e abbastanza stretta, perfettamente separata in due da un muretto di un metro e mezzo
d'altezza circa, dal quale si dipartiva sino al soffitto una spessa inferriata a nido d'ape. Dei paraventi in
muratura affettavano quel muretto in tanti piccoli loculi numerati. Come gli aveva detto la guardia,
Domenico raggiunse il numero cinque. I numeri sette e dieci erano gi occupati da persone che non
poteva vedere, ma riusciva a udirne il bisbiglio sommesso.
Raimondo Bardi comparve dopo qualche minuto da una porticina laterale, al fianco di un
secondino giovanissimo. L'agente gli sganci le manette dai polsi e gli indic la postazione dove
Domenico aspettava. Un anno di galera l'aveva cambiato, appariva pi muscoloso, persino pi alto. I
capelli completamente rasati davano al suo viso un che di adulto, senza tuttavia invecchiarlo. Indossava
una canottiera che lasciava scoperte le spalle pelosissime.
 Quando si dice la coincidenza!  esclam prima di sedersi di fronte al suo visitatore.
L'inferriata fitta e leggera gli ricamava il volto. Domenico not un grosso ematoma all'angolo della
bocca.  Stanotte ti ho sognato,  rivel Raimondo.  Eri al parcheggio del carcere, qua fuori, seduto in
macchina, aspettavi che io uscissi...
 Stai cercando di fregarmi?  lo interruppe Domenico. Raimondo rest col proseguimento del
suo sogno appeso in bocca.  Stai cercando di fare il furbo con me?  insistette Domenico cercando di
non alzare il tono, lasciando per intendere che era totalmente determinato.
Raimondo strinse le palpebre e scosse la testa quasi a domandare di cosa stesse parlando.
 Federica Schintu,  disse Domenico.
Raimondo tent una risatina che non riusc.  Ah quello,  riflett, avvicinando il viso alla
grata.  Niente,  concluse.
 Niente?  s'infervor Domenico.  Chiedi i soldi a mio padre e dici niente?
 A proposito, ho saputo. Condoglianze davvero...  disse Raimondo, con una formalit
paradossale.
Domenico lo squadr a lungo, come un insegnante deluso da un allievo promettente.  Non
avresti dovuto . Secco.
 Io non gli ho detto nulla. Ma tuo babbo non era uno stupido, Dom...  stato lui a farmi la
proposta e io non ho detto di no.
 Ma tu cosa gli hai fatto capire?  incalz l'altro.
 Che differenza fa, vivi e lascia vivere... Le cose tra noi non sono cambiate e non cambiano. Io
mi faccio altri quattro anni qua dentro, ma quando esco voglio tutto quello che abbiamo stabilito.
 S, ma non hai risposto alla mia domanda,  insistette Domenico.
 Quale domanda?  prese tempo Raimondo.
 Tu che cosa gli hai fatto capire a babbo?  ripet Domenico, cercando di usare le stesse
identiche parole della domanda precedente.
 Niente,  si arrese alla fine Raimondo.  Perch ci era arrivato da solo... Quando ha visto che
all'ultimo momento non sei partito con noi per Carrara. Era stato lui a ingaggiarmi, no?
 S, esatto,  conferm Domenico.
 Ecco, quando ha visto che tu non sei partito,  ripet.  Ha fatto due pi due. Ha capito che
c'eri tu dietro la scomparsa di Cristian. I padri a volte fanno finta, ma capiscono,  aggiunse.  Cos mi
venne a trovare qui, esattamente dove adesso sei seduto tu, e mi disse che avevamo combinato
qualcosa a Cristian. E se diceva avevamo intendeva me e te...
 S era il suo stile,  concesse Domenico.  E poi?
 E poi niente, che lui era disposto a pagarmi pi di quanto prendessi da te,  complet
Raimondo, pulendosi l'angolo livido della bocca con una smorfia.
 E tu?
 E io gli ho detto che se voleva aiutarmi economicamente era il benvenuto, ma che a me non
risultava niente nei riguardi di Cristian Chironi. Cos giuro.
 E lui?
 E lui mi ha guardato, poi ha tirato fuori un libretto di assegni, ha scritto una cifra. Mi ha detto
che me l'avrebbe versata ogni mese a chi avessi voluto io se ti avessi lasciato fuori dai guai. E anche se
gli ho chiesto Che guai, non ci sono guai, lui ha staccato l'assegno e me l'ha fatto vedere...
Segu un silenzio imbarazzante.
Domenico strinse le labbra come se volesse impedirsi di piangere.  E lui?  chiese di nuovo.
Raimondo lo guard con una certa benevolenza, ma anche con curiosit: non riusciva a
capacitarsi che dentro a quell'uomo potessero convivere due esseri cos distanti. Ora docile e gentile,
ora crudele e vendicativo.  E lui ha detto che in ogni caso, semmai i guai fossero arrivati, ero coperto.
Questo. Poi mi ha guardato come guardava lui, lo sai no?  Aspett che Domenico confermasse.  Te
l'ho detto prima: fanno finta di non capire, ma capiscono.
Ora il viso di Domenico rivelava un barlume di soddisfazione. Raimondo la colse prima che
l'altro potesse dissimularla. E si spavent.
 Cristian?  chiese Domenico. E non prosegu.
 Cosa?  domand Raimondo
 Com' stato?  scand Domenico, ma senza riuscire a trattenere un cenno di soddisfazione.
 No,  tagli Raimondo.  Questo no. Guardia!  grid.  Il colloquio  finito.
Cristian lo aspettava seduto sul sedile del passeggero, nella macchina parcheggiata non troppo
distante dall'ingresso del carcere. Domenico l'apr e vi entr. Pur avendolo notato qualche metro prima
di arrivare all'autovettura, fece finta di niente. L'apr, vi entr e mise in moto. Accese la radio che
gracid, neanche fosse stata abitata da gole che avevano bevuto soda caustica.
Cristian era nudo, bagnato quasi fosse appena uscito dall'acqua. Un grosso squarcio gli segnava
la spalla sinistra. Tremava. Domenico alz il riscaldamento dell'auto. Un ronzio leggero di calabrone si
un alle rane che abitavano l'autoradio. Guid senza dire niente e senza mai guardare dalla parte del
passeggero. Finse di essere totalmente preso dal tragitto che avrebbe dovuto portarlo fuori da Cagliari
fino alla 131 in direzione Oristano.
Quella stessa periferia che aveva attraversato solo qualche ora prima dal lato opposto gli pareva
del tutto diversa. Come se, in uscita, il brutto diffuso e inaccettabile fosse diventato di colpo
accettabile. Si disse che doveva trattarsi della promessa contenuta in quella direzione, col mare che non
ti veniva pi incontro, ma ti stava di spalle. E con tanto spazio ancora da percorrere. Ora gli ultimi
palazzi facevano un ciao ciao di lenzuola stese nei balconi e la cosiddetta zona industriale si apriva in
tutta la sua disperante casualit. Domenico acceler appena, guardando ostinato davanti a s. Anche i
colori mutavano col mutare del tragitto. Un passaggio dal vuoto al pieno, dal sovraesposto al
chiaroscuro, dall'arido al frondoso, dall'orizzontale al verticale.
Cristian si volt verso di lui. Dalla radio si dipanava una matassa ingarbugliatissima di frasi
interrotte e sfrigolii improvvisi, poi qualche straccio di musica e sovrapposizioni di canali su canali.
Certo dovevano trovarsi in un limbo imperscrutabile, Cristian e Domenico. In una zona d'ombra.
Il tragitto da sud a nord si rivel ben presto pi complicato di quello da nord a sud, perch
quella parte della carreggiata era continuamente interrotta da lavori in corso. Tre o quattro chilometri
dopo la citt un'indicazione obbligava a fare una deviazione verso la vecchia provinciale: non pi di
dieci minuti di strada che pareva essere stata appena liberata dagli sterpi. Perch la natura ha questo
brutto vizio di riprendersi quanto l'uomo finisce per abbandonare.
Sicch l'auto di Domenico si trov ad attraversare una porzione di mondo terreno che gli umani
avevano dimenticato e che ora tornava utile. Imbocc un cavalcavia non finito. Percorse un breve tratto
sterrato finch non sbuc di nuovo nella 131. La radio improvvisamente si ud con chiarezza: Cristian
dedica a Domenico un pezzo di Claudio Rocchi, La realt non esiste. Lui sa perch, annunci una
voce con forte cadenza barbaricina. Domenico spense la radio.
 Perch non lo chiedi a me quello che hai da chiedere?  domand Cristian a secco. Per fare
quella domanda non si era voltato, come se fosse indispensabile anche per lui tenere lo sguardo
appiccicato al parabrezza.
Domenico continu ad avanzare. Non si sarebbe detto che avesse registrato le parole di Cristian,
se non fosse stato per una leggera pressione al pedale dell'acceleratore. Quasi un riflesso condizionato.
 Com' stato?  chiese all'improvviso.
 Che cosa?  chiese a sua volta Cristian.
 Ci facciamo domande e non ci diamo mai risposte,  constat Domenico.
 Basterebbe che ti spiegassi meglio. Che cosa vuoi sapere esattamente?
 Com' successo, tutto qui. Mi hai capito no?
Cristian si volt a guardare Domenico, oltre il suo profilo. Fuori dai finestrini correvano
filamenti di case, piante e cielo.
  stato come annegare,  rispose finalmente.   stato come attendere al binario un treno in
ritardo. Qualcuno, la donna amata, un amico, un parente caro, aveva promesso di raggiungermi, ma non
arrivava. Mi ero mosso per tempo, perch, lo sai, odio far aspettare la gente almeno quanto aspettare.
Mi ero preparato con pignoleria, perch mi hanno insegnato che l'essere adeguati, e decorosi, fa parte
integrante della regola dell'accoglienza. Per un'amata avevo comprato fiori di campo, per un amico
avevo predisposto un sorriso e una stretta di mano, per un parente caro avevo preparato una stanza e un
letto puliti. Avevo trattenuto il respiro vedendo il treno sbuffare, appena superata la curva del binario.
Avevo aspettato che il treno si fermasse e poi guardato con apprensione oltre le spalle dei passeggeri
che affollavano la banchina del binario.
Era stato come aspettare la vita in questo modo, con apprensione, e una certa ansia di
prestazione, temendo che non sarei stato adeguato all'incontro, ma lei non era arrivata. Tu non eri
arrivato. Cos il marciapiedi si era svuotato in un lampo e io ero rimasto l, con i miei fiori di campo, i
miei sorrisi, la mia impacciata compostezza e il pensiero di aver preparato inutilmente un letto fresco di
bucato per qualcuno che non sarebbe venuto. Quell'imponderabile istante prima che ogni cosa svanisse
mi aveva riportato su quel binario come se, ostinatamente, ancora tentassi di incontrare la Vita anzich
la Morte.
Quindi tacque.
Domenico deglut. Si stava passando dalla luce al buio. Ci si addentrava in un territorio ostico,
irreale, ombroso e argenteo; insanguinato dal sole che affogava.  Che hai fatto alla spalla?  chiese,
quando gli sembr arrivato il momento di riempire il silenzio.
Cristian, abbassando il mento, si diede un'occhiata alla ferita.  Non lo so,  rispose.  Non mi
fa male.
 Mi fa venire in mente un'ala spezzata,  riflett Domenico.
Sent Cristian sorridere.  Mi hai preso per il tuo angelo custode?
 Oh, che cosa mi hai fatto venire in mente!  Nella voce di Domenico c'era un misto di allegria
e malinconia.  Angelo di Dio che sei il mio Custode... Ti ricordi?
 Eccome,  conferm Cristian,  la fissazione di zia Marianna: Illumina, custodisci...
Com'era?
 Reggi e governa me...  imbecc Domenico.
 S, s,  s'entusiasm Cristian.
Parevano tornati i vecchi tempi, illuminati da quegli stessi fari che ora squarciavano il buio
assoluto della strada di Abbasanta.  Che ti fui affidato dalla Piet Celeste...  continu Domenico.
 Amen,  concluse Cristian, ma con una pena tale nella voce che Domenico non pot fare a
meno di voltarsi per guardarlo. Aveva portato entrambi i piedi sul sedile, adesso, e si stringeva le
ginocchia con le braccia.
 S,  conferm.  Amen ci vuole, se no che preghiera ?  Cristian fece un movimento della
testa come se gli facesse male il collo.  Tu lo sai perch l'ho fatto, vero?  gli chiese Domenico a
bruciapelo.
Cristian fece un brevissimo cenno con la testa.  Perch  suonata l'ora che di noi due uno
debba vedere la sua fine,  recit, ma con un sussurro, come quando voleva confonderlo.  In ogni
caso quel che  stato  stato,  concluse.
 Vuoi dire che mi perdoni?  chiese speranzoso Domenico.
Ma proprio in quel momento l'automobile imbocc la galleria di Sedilo. A quella domanda non
ci fu risposta.
Parte II
Nel frattempo
Noro, 12 ottobre 1982.
Al terzo compleanno di Luigi Ippolito Giuseppe la faccenda del mantenere le apparenze era gi,
con patto tacito, sistemata. Col medesimo silenzio Maddalena e Domenico avevano deciso che le
funzioni pubbliche della famiglia sarebbero state esercitate insieme, mentre nel privato ognuno avrebbe
continuato a non interferire con l'altro.
Certe questioni economiche si erano fatte talmente stringenti che Domenico aveva dovuto
liberarsi, in perdita, di alcuni terreni al mare. Li aveva acquistati Mimmu solo cinque anni prima, in
attesa di permessi di edificabilit che tardavano ad arrivare non certo per spirito ecologico, come si
diceva allora. Le cordate di costruttori avevano pressato i politici locali perch concedessero i permessi
solo quando i tempi fossero stati maturi. Domenico si trov fuori da due importanti cantieri, uno che
riguardava la costruzione di un porto turistico in localit Ottiolu, un altro che riguardava l'edificazione
di un villaggio turistico in localit San Teodoro. Fosse stato vivo Mimmu avrebbe potuto determinare
le sorti di entrambi i progetti e delle cordate che ne conseguivano, ma Domenico non aveva la stessa
forza contrattuale. Era chiaro che governava un patrimonio che, tolto quanto gli era derivato in eredit
dalla morte di suo padre, non poteva intaccare. Del grosso, del lascito Chironi, non avrebbe disposto se
non in seguito a certezza di guadagno. Poteva rischiare certo, ma poi avrebbe dovuto rifondere il suo
stesso figlio di quanto eventualmente avrebbe perduto. Perci la strada pi breve fu vendere i terreni in
questione, considerati investimenti infruttuosi. E poi dover vedere, solo qualche mese dopo, che
fruttuosi lo erano eccome. Qualcun altro si faceva ricco alle sue spalle, diceva spesso. Ma quel
qualcun altro non aveva volto, era il fantasma di un fantasma.
Quando comprese che la fornitura di infissi per il nuovo centro polivalente di via Roma sarebbe
andata a un'impresa continentale che assicurava uguali prestazioni a un prezzo quasi dimezzato rispetto
al suo, Domenico dovette ricorrere a un fido bancario per far fronte alle necessit di liquidi
dell'azienda. Il fido giunse con due mesi di ritardo, e su garanzia di una finanziaria milanese che
intendeva rilevare l'intero debito della Guiso & Figlio. Il notaio Sini spieg a Domenico che si trattava
di una specie di miracolo, come se una mano santa l'avesse tirato su mentre annegava.
 Ma chi sono questi?  sbott Domenico nervoso.
Sini a questa domanda trasecol.  Come sarebbe chi sono? Edilombarda. Una societ
finanziaria con un capitale notevolissimo.
 S,  insistette lui.  Ma che hanno a che fare con me?
 Non mi darei tanta importanza,  lo ridimension Sini.  Tutti vogliono fare affari in
Sardegna,  possibile che attraverso questo ausilio l'Edilombarda intenda solo mettere, come dire, un
piede nell'isola... Non  da escludere che abbiano cercato un'azienda per cos dire in difficolt, mi
spiego?
  possibile che si vogliano prendere tutto,  sentenzi Domenico.
 Se la pensa cos non le resta che rifiutare il fido. Io so che da Milano hanno richiesto, anche a
questo studio, ogni informazione disponibile. E sanno che la Guiso  virtualmente solvibile quando il
patrimonio Chironi sar a disposizione.
 Che devo fare?  chiese Domenico, in preda a un prurito isterico alle dita delle mani.
 Accettare. Smettere di dar via i gioielli di famiglia.  vero che vuol vendere la casa di suo
padre?
 S,  conferm Domenico.
 Ci sarebbe anche un interesse per la vecchia casa Chironi. Un'offerta davvero considerevole.
 Ah,  vacill Domenico.  E da chi verrebbe?
 Non lo so,  dovette ammettere Sini.  La trattativa  gestita da una multinazionale straniera
che agisce nel campo alberghiero. Ci avranno visto potenzialit in questo senso. Sarebbe un affare e,
considerata la cifra proposta, ci sarebbe una buona percentuale anche per lei. Una bella boccata
d'ossigeno...
 Ci voglio pensare.
 Ci pensi in fretta, perch potrebbero cambiare idea o indirizzarsi altrove. Hanno messo gli
occhi anche sull'Hotel Sacchi al Monte Orthobne... Questa  un'informazione che le do in camera
caritatis, come si dice.
Qualche giorno dopo l'incontro con Domenico proprio il notaio Sini, in occasione di un pranzo
di lavoro, ebbe modo di dire che l'impresa Guiso & Figlio era come una squadra che gioca in area di
rigore senza mai riuscire a realizzare il goal partita. E, a chi gli chiedeva che prospettive immaginasse
per la situazione, lui rispondeva che stavamo entrando in un'epoca in cui tutto sarebbe stato possibile.
Che dagli anni delle carneficine stava scaturendo una stagione interessante, piena di opportunit. Del
resto se eravamo diventati campioni del mondo di calcio dopo quei presupposti era evidente che tutto,
davvero, stava diventando fattibile. Gli investimenti disinvolti stavano cambiando la faccia del Paese, e
per Paese s'intendeva tutta l'Italia, da nord a sud, isole comprese. Secondo il notaio Sini spettava
proprio al mondo della finanza fare di questa nazione una nazione finalmente civile. Lui aveva in
progetto di correre come sindaco alle elezioni comunali, ma anni di notariato gli avevano insegnato
quanto importante fosse non esprimere mai le proprie intenzioni, n, tanto meno, le proprie preferenze.
Il calcio, per esempio: a Sini non era mai importato granch, ma siccome c'erano appena stati quei
mondiali fortunatissimi, allora di calcio bisognava parlare. Dal suo punto di vista questo interesse di
speculatori proprio a Noro dimostrava la sfrontatezza dei tempi nuovi, dove i soldi si cercavano
dappertutto e nessuna piazza era inesplorabile. Certo, si diceva, sarebbe occorsa l'etica propria delle
epoche di passaggio, una specie di restaurazione attraverso qualche piccola trasgressione. Si doveva
diventare uomini nuovi, pi fluidi, pi elastici. Perch dopo il lutto continuo, dopo l'impazzimento, era
necessario rinascere. Sicch quelle resistenze che aveva letto nello sguardo di Domenico l'avevano
convinto che quell'uomo non fosse adatto ai tempi nuovi e che quindi occorresse lavorare con la
moglie, che sembrava assolutamente pi sveglia.
 La situazione  questa,  concluse.
Maddalena lo guard e finalmente formul la domanda che voleva fargli dal momento stesso in
cui era arrivata.  Perch ha chiesto di vedermi da sola?
Sini accenn col capo pieno di entusiasmo. Ecco la domanda giusta, disse fra s e s.  Perch
penso che possa aiutarmi a dissipare, per cos dire, le titubanze di suo marito . Sapeva che con
Maddalena era meglio andare dritti al punto.  Lei  informata della situazione patrimoniale attuale? 
chiese.
La donna abbass il mento:  Ci sono delle difficolt.
 Ci sono delle difficolt,  ripet Sini.  E da che cosa deriverebbero queste difficolt?
 Ritardo nelle concessioni? Fidi che scadono? Investimenti sbagliati?  chiese, senza chiedere,
Maddalena.
 Tutto questo e niente di tutto questo. Se dovessi riassumere quanto sta accadendo direi:
rigidit. Mi spiego?
Sini tacque per vedere che effetto aveva fatto quella parola su Maddalena.
 Sarebbe?  fece lei.
 Sarebbe che suo marito non ha capito come agisce sul patrimonio corrente il mandato
testamentario. Vede, come avevo avuto modo di spiegare, si tratta di scatole cinesi... Il patrimonio
Chironi, piuttosto consistente, va a suo figlio che ne potr disporre dalla maggiore et. Nel frattempo il
tutore, cio suo marito, pu accrescere quel patrimonio, ma non usarlo per... questioni a rischio. Uso
un linguaggio volutamente semplice per farle capire bene. Ora chi stabilisce, in quanto arbitro
designato, quali sono quelle che ho definito poc'anzi questioni a rischio?
 Lei,  rispose pronta Maddalena.
 Esatto,  sorrise Sini.  Quindi perch le cose vadano avanti in senso virtuoso, se cos si pu
dire, occorre che ci sia una comunanza d'intenti. E qui torniamo alla rigidit. Devo dire che mi
sorprende una tale chiusura in un uomo cos giovane . Sini attese da Maddalena una reazione, che non
ci fu.  Sono tempi in cui occorre istinto, ma anche realismo. E, diciamocelo francamente, suo marito si
ostina a non capire che nessuno gli permetter di costruire se non ha gli amici giusti. Non sono pi i
tempi di suo suocero buonanima, signora mia.
Maddalena tacque ancora, un piccolo scatto del mento ne denunci il nervosismo.  Che
bisogna fare?  chiese.
 Innanzitutto farlo ragionare,  rispose Sini riferendosi a Domenico senza nominarlo.
 Ha paura di finire in mano a sconosciuti. C' da capire no?
 No,  disse seccamente.  C' da capire che  chiuso in un angolo, che da quest'ufficio non
avr liberatorie se non per azioni che assicurino perlomeno la stabilit del patrimonio Chironi piuttosto
che intaccarlo. Quando sar nelle mani del suo legittimo erede, suo figlio, potr farne quello che vuole,
ma finch  responsabilit del mio ufficio...
 ... Ho capito,  lo stopp Maddalena.  Posso parlare con franchezza?  chiese.
Era evidente che a Sini questa domanda non piaceva proprio. A lui di franchezza interessava
solo la sua. Comunque se la fece piacere. Assent col capo.
 Io credo semplicemente che Domenico, mio marito, sia stato estromesso dall'affare delle
costruzioni e che lei, signor notaio, sappia perfettamente da chi . Sini parve sul punto di reagire, ma
Maddalena lo sovrast.  Mi lasci finire. Non abbiamo l'anello al naso: sui villaggi turistici non si
passa e non si passer fino a quando non accetteremo questo aiuto provvidenziale al quale lei pare
tenere moltissimo...
 Fa affermazioni pesanti,  constat Sini mimando un certo risentimento.  Io le assicuro che
l'Edilombarda  un'impresa serissima che si  rivolta a me in quanto referente diretto, e anzi dovreste
ringraziarmi per aver indicato voi come azienda su cui investire.
 E noi la ringraziamo, notaio. Ma vorrei che le fosse chiaro che io non sono mio marito. Lui
pensa ancora che le persone possano agire senza secondi fini... Comunque la faccenda l'ho capita,
quello che mi chiede l'ho capito. Le faremo sapere,  disse alzandosi.
Sini, che stava studiando per fare il sindaco, cap che era assolutamente inutile replicare.
Mimmu era diventato leggerissimo, senza alcuna consistenza, se non un involucro cedevole
difficile da afferrare. Come una di quelle lanterne cinesi che volano col calore.
A Domenico  che ancora, e sempre, tentava di salvarlo  quella leggerezza fece l'effetto di un
congedo. E non sapeva se gioire o rammaricarsi, perch quel contatto ricorrente era diventato una
condanna, ma anche una certezza. Sta di fatto che cominci a lamentarsi nel sonno, come se ansimasse
nello sforzo di contenere qualcosa d'incontenibile.
Quando apr gli occhi Domenico si ricord che era nella casa di via Deffenu: per tutta la sera
precedente aveva discusso con Maddalena, e lei aveva cercato di convincerlo del fatto che, se voleva
continuare a lavorare, doveva assoggettarsi a questa faccenda del salvataggio proposto da Sini.
Domenico faceva resistenza perch non afferrava appieno il ragionamento: se avesse fatto il suo lavoro
si sarebbe salvato, ma non poteva fare il suo lavoro se non accettava di mettersi nelle mani di una
finanziaria che voleva speculare sulle sue difficolt. Era cos che stavano le cose?
Maddalena conferm tutto. E spieg al marito che la questione gli sembrava marziana solo per
il fatto che lui non considerava la percentuale che Sini avrebbe preso dalla conclusione dell'accordo.
Domenico, questa volta, comprese ogni cosa. Sini garantiva alla cordata di costruttori che la Guiso, per
realizzare, doveva vendere quei terreni che Mimmu s'era accaparrato a suo tempo. E non a prezzo di
mercato. Perci con accordi locali aveva chiuso i rubinetti delle concessioni per abbassarne il prezzo e
costringere Domenico a cederli. Contemporaneamente, l'ufficio del notaio prendeva una percentuale
dalla Edilombarda, che rilevava il debito che la Guiso & Figlio aveva contratto grazie all'operazione
precedente.  Scatole cinesi,  ripet Maddalena.
Per la terza trasferta dal notaio Sini, Domenico si prepar con una meticolosit da orafo, nel
senso che doveva cesellare parole, pensieri, opere e omissioni, come avrebbe detto la buonanima di
padre Virdis.
Maddalena si era fatta bella, aveva fatto bello il marito e, appena fuori dal portone di casa, gli
aveva afferrato il braccio come se ancora fossero due che non potevano fare a meno l'uno dell'altra.
Era un pomeriggio indifferente, n caldo n freddo, di quelli che si posano sulle cose e sulle
persone come fossero cipria impalpabile, visibile solo in controluce. Una cipria ordinaria. Con odore di
confetto e colore appena rosato. Era malinconia di solitudine attesa, piuttosto che di solitudine vera e
propria. Ora a Domenico tutto questo attendere e sospendere pareva una tortura inenarrabile, ma
Maddalena gli afferrava un braccio perch non scappasse e perch fosse chiaro al mondo intero che
coppia affiatata erano. Nella sua speciale visione delle cose, la letteratura contava almeno quanto la
realt. E spesso di pi, perch se qualcuno avesse pensato di esprimere dubbi sulla solidit di quel
matrimonio, adesso quei dubbi doveva levarseli dalla testa, perch Maddalena Pes in Guiso e
Domenico Guiso erano l esposti a chiunque, nel tragitto che portava allo studio Sini, bellissimi,
eleganti, l'una a braccetto dell'altro. Come doveva essere. E tutto il resto, realt compresa, non valeva
un accidente.
Comunque per essere una capitolazione fu una capitolazione, nel senso che una volta finita
ufficialmente la parata; una volta che ebbe atteso con Maddalena nel salotto del notaio Sini per venti
minuti buoni; a Domenico spett solo di firmare dove c'erano le crocette, peggio che l'ultimo degli
imbecilli. E il bello fu che si apprest a farlo pur sapendo che stava mettendo la testa sul ceppo.
Tuttavia firm, sperando che il boia sbagliasse il fendente, sotto il doppio sguardo vigile del notaio Sini
e di sua moglie. Espletata che fu quella formalit, il dischente sindaco si affrett a sottrarre i preziosi
documenti dall'area d'azione di Domenico, per paura che lui cambiasse idea, neanche fosse
indispensabile fare asciugare l'inchiostro appena versato per sigle e firme. Poi sorrise cedendo il
maltolto al suo taciturno segretario e, dopo aver dato indicazioni per il protocollo, si rivolse all'uomo
decapitato davanti a s annunciandogli che i risultati di una cos saggia decisione non avrebbero tardato
a palesarsi.
E infatti si palesarono qualche giorno dopo, quando  inaspettatamente  la giunta comunale di
Porto San Paolo da cui dipendeva la localit Cala Girgolu diede il via libera all'edificazione di case per
la villeggiatura, rendendo preziosissimi quei terreni che Mimmu aveva preteso con tanta acrimonia dai
passati proprietari. Una buona notizia si sarebbe detta, ma per Domenico non lo fu. Fu anzi l'ennesima
riprova della sua assoluta insipienza e mancanza di visione, perch lui quei terreni li aveva concessi a
Raimondo Bardi  con una scrittura privata fra loro  come ricompensa per aver fregato Cristian
Chironi facendolo viaggiare, a sua insaputa, su un Transit carico di armi da fuoco. E questo spiegava
per quale motivo la morte di Cristian, che aveva sopravanzato di gran lunga le sue intenzioni, gli era
costata la cessione di un bene cos prezioso. Mimmu, rivolgendosi direttamente a Raimondo, aveva
capito che suo figlio Domenico era stato il mandante della faccenda, forse addirittura l'informatore
anonimo che aveva fatto trovare le armi. Ed era chiaro che quando si era offerto di pagare a Raimondo,
tramite Federica, una specie di vitalizio finch stava in galera, l'aveva fatto solo perch a quell'altro
non venisse in mente di denunciare Domenico. Ecco in tutto il suo paradossale generarsi il ghigno della
sconfitta piena del giovane Guiso. Perch ora che aveva ceduto su tutti i fronti, ora che si era lasciato
salvare da sconosciuti che gli avrebbero concesso pochissimo margine d'azione, ora che, finalmente,
avrebbe potuto mettere a bilancio un'operazione positiva  e cio l'edificazione del villaggio turistico a
Cala Girgolu , lui quel terreno non ce l'aveva pi.
Domenico sapeva fin troppo bene che la resa sarebbe stata completa a cominciare da quando,
mentre aspettava con la moglie che il notaio Sini trovasse il tempo di riceverli, aveva visto con la coda
dell'occhio due impiegati dello studio, due deficienti immanicati senza arte n parte, che lo indicavano
e ridacchiavano tra loro. Come tutti i vigliacchi di questa terra che sono arroganti con i deboli di turno e
lecchini con i potenti di turno. Uno dei due, che era l a lavorare solo in quanto lontano parente del
notaio, faceva all'altro, credendosi non visto, un gesto con le dita. Tendendo gli indici e portandoli
all'altezza del petto fra lui e il suo interlocutore, delimitava uno spazio di dieci-quindici centimetri,
come a dire che quello era il massimo di guinzaglio che avevano concesso a quel cane di Domenico
Guiso.
Lui, Domenico, aveva potuto percepire quella frase senza tuttavia sentirla, perch ormai aveva
capito fino a che punto l'astio nei suoi confronti era pari ai rospi che la gente aveva dovuto ingoiare
quando suo padre era in vita.
Qualche giorno prima un ingegnere che aveva lavorato per tutti i cantieri di Mimmu l'aveva
affrontato per strada, permettendosi di mettere in piazza cose spiacevoli a proposito di presunte
disonest di cui era stato testimone, e vittima, durante il suo periodo alle dipendenze della Guiso &
Figlio. Domenico si era guardato attorno per capire se l'opzione reazione fisica fosse percorribile, ma
vedendo che in quel luogo, per pregustarsi un massacro, si erano gi riunite tre o quattro persone, lasci
perdere. Si limit a fissare con malevolenza l'ex direttore dei lavori, che nonostante gli scrupoli di
coscienza aveva avallato tutte, ma proprio tutte, quelle disonest di cui affermava di essere a
conoscenza. C'erano gli estremi per la calunnia, pens. E gli parve un pensiero distante anni luce dal
mondo in cui effettivamente si trovava.
Ma c'era stato un altro segnale evidente. Si era trattato di quell'impulso che, subito dopo lo
spiacevole incontro con l'ingegnere, l'aveva portato alla casa Chironi di San Pietro. E gi da quello
strano istinto pavloviano avrebbe dovuto capire a quale resa ferocissima doveva prepararsi. Infilata la
chiave nella serratura del portoncino piccolo dentro il portale grande del cortile  che vivevano
indissolubili come un padre e un figlio, o come due gemelli di misure differenti  si accorse che
qualcosa ne impediva l'apertura. E dovette sforzarsi non poco per spingere fino a quando non ebbe
creato uno spazio sufficiente per infilarsi di taglio e penetrare nella corte. Cos aveva capito che a
osteggiargli l'ingresso era stata la vite americana, cresciuta a dismisura e attaccata ai legni del portale.
Passiflora, glicine, edera, gelsomino, rincospermo e appunto la vite americana, si erano avviluppati
come serpenti costrittori su limoni, ibischi, nespoli e su tutti quegli arbusti o alberelli che, come
Laocoonte e figli, tentavano di conquistare una luce propria. E pareva che fossero naufraghi sul punto
di annegare sotto la coltre verde e ferrosa dei rampicanti. Le piante grasse, spinose intangibili, avevano
prosperato nella loro succosa indifferenza, mentre interi cespugli di ortensie si erano disseccati a tal
punto da trasformarsi in palchi regali di cervi maschi. I convolvoli inariditi avevano compattato gli
arbusti fino a sembrare teste ricce. Le schlumbergere truncate, che tutti riconoscevano come lingue di
suocera, lasciate libere di crescere nella loro tendenza all'illazione, erano arrivate a leccare il fondo
della vaschetta da bucato di cemento, dove ancora, nell'apposito scomparto in cima al piano ondulato
inclinato, si era incistata una secca scheggia ambrata di sapone di Marsiglia. Poi le dracene, che negli
appartamenti paiono cos esoticamente finte, dall'angolo di cortile in cui le aveva piantate Marianna si
erano trasformate in surrogati di palmizi caraibici, di quelli che nei poster delle agenzie di viaggio si
sporgono, sinuosi e liberty, dall'entroterra alla spiaggia candidissima, fin verso la battigia cristallina.
Quella selva in cui si era trasformato lo spazio che era stato di Marianna l'aveva impressionato
fino alle lacrime. Come se, in qualche modo, avesse disatteso l'impegno di custodire intatto quell'orto
concluso. E invece no. Non l'aveva custodito e non ci aveva pensato nemmeno. E quell'interno si era
trasformato nel regno dell'incuria, nel groviglio amazzonico, nel caos senza ragione. Le piante, non
governate, avevano lottato strenuamente l'una contro l'altra. Si doveva attraversare questo rigoglio
prima di conquistare la porta-finestra che dava in cucina, sbarrata, anch'essa, da piante munite di
ventose da piovra e artigli da flagello. Sicch Domenico fu costretto a strappare via rami pulsanti,
intere volute arteriose, gangli cistosi di bacche e baccelli, prima di guadagnare il nulla estremo,
l'interno odoroso di sepolcro, di quella casa disseccata dalla morte e dal silenzio.
Una volta entrato nella stanza svuotata e rimbombante che era stata l'immensa cucina dei
Chironi, fu proprio la cessazione istantanea del rumore a fargli afferrare la potenza sibilante e chiassosa
della trasformazione che si stava consumando l fuori. Domenico comprese quanto in profondit
risuonasse quella febbre di rigenerazione, quell'inondazione vegetale che aveva sommerso il cortile.
Comprese con quanta acrimonia possa montare la rivalsa strisciante di una natura troppo a lungo
imbrigliata. E percep tutto il peso della propria resa. Percep il vuoto che ne sarebbe conseguito,
perch lo stava vivendo, come quando, dopo un'esplosione, l'unica cosa che resta  una quiete vibrante
e compatta.
La cucina era stata svuotata, il caminetto ripulito. Alle pareti ancora restavano le impronte dei
mobili e dei pensili, come orme vuote di corpi che erano stati vivi. Pi in l, dopo il corridoio,
giacevano serrate le camere da letto, fino alla scala che portava al piano superiore. Lo scarno apice
della prima rampa era un pianerottolo di un metro e mezzo per un metro e mezzo. L, in un angolo, era
stato abbandonato un martello da fabbro, col manico di un legno tanto asciutto da parere un cordame o
un grosso budello disseccato. E su quel manico addomesticato dalla stretta di una mano solida e tenera
si riverberava una bava di luce proveniente dal corridoio superiore; forse lo scuro di una finestra era
stato lasciato aperto. Bast quella presenza luminosa che era, di fatto, un'assenza, a trattenerlo
dall'intraprendere la salita. Perch millenni prima, nell'inconsistenza densissima dell'infanzia, dietro al
gomito stretto, Cristian stava acquattato a sorprendere Domenico appena svoltava il pianerottolo per
passare dalla prima alle seconda rampa.
Aveva letto da qualche parte che gli atomi emigrano nel tutto untuoso dell'esistenza, che niente
si disperde realmente: cambia stato. E ora, mentre ascoltava il silenzio ostile che promanava da quella
casa tramortita, sepulta domus, ancora, e ancora, misurava il costo terribile della sconfitta.
Domenico aveva fatto cose terribili, aveva ucciso il suo vero amore. Aveva trattenuto sulle
spalle il peso dell'universo e aveva fallito, perch quell'universo, quell'amore, pesavano assai di pi
del corpo di Mimmu che pure, colpevolmente, non era riuscito a salvare. Ora le pareti della casa erano
percorse dalla risacca malinconica del pomeriggio agonizzante. Come se davvero frammenti
infinitesimali di tutti coloro che l'avevano abitata baluginassero in cerca di uno stallo. In un vuoto
pneumatico che li agitava senza posa.
Si rifugi nella stanza da letto dove, con la voce soffocata dal caldo, la pelle lucida di sudore,
Cristian aveva cantato per lui. Non erano rimaste che due reti come unici elementi di un sedimento
archeologico. Da quei soli reperti si sarebbe dovuto immaginare tutto il resto: la funzione del luogo,
atto alla stasi del sonno, come alla febbre dell'eros. Atto agli innamoramenti, nell'attimo in cui
dell'amore si sa solo che  come una freccia, il fendente della pi trita metafora, o come un coltello,
che fanno davvero male solo quando penetrano o quando si tenta di estrarli. Ma, finch restano
conficcati, il dolore sembra sopportabile, addirittura accettabile. E, qualche volta, proprio tenerli
conficcati come un corpo estraneo nel proprio corpo,  l'unico modo per sopravvivere.
Domenico, in quella stanza, poteva vederci la vita nonostante tutto. Non sapeva chi avesse
deciso di svuotare casa Chironi, n che fine avessero fatto i mobili che c'erano dentro. Non sapeva
nulla di nulla. E siccome non c' pensiero, feroce o consolatorio, che non se ne trascini un altro dietro
di s, in quel vuoto, ebbe la certezza che lui, come persona, non valeva nulla: e come figlio, e come
padre. Ora che tentava di estrarre la sua freccia capiva che quell'operazione generava un dolore
insopportabile che non aveva a che fare col corpo, ma col risvegliare il senso fino ad allora fatalmente
intorpidito di se stesso.
Quel vuoto faceva chiarezza, spostava la realt dalla teoria alla pratica: aveva ucciso il suo
amore, aveva ceduto al peso morto di suo padre, aveva ignorato suo figlio. Aveva fallito.
Cagliari, Buoncammino, luglio 1984.
Un carcere che si apre per far uscire un detenuto che ha scontato la sua pena  simile a una
madre incosciente che espelle il suo ennesimo figlio. Non  come si vede spesso. I detenuti non escono
dal portone principale, davanti al quale, ad attenderli, ci sono familiari emozionati. No. A
Buoncammino escono da una porticina laterale, fuori scena, e molto spesso non c' nessuno ad
attenderli. Cos perlomeno fu per Raimondo Bardi.
Quando il carcere si chiuse dietro le sue spalle ebbe come un sussulto per il troppo largo, il tutto
aperto, che gli si parava davanti: dalla cima del colle al mare, con nessuna costrizione che impedisse lo
sguardo. Cos gli venne da pensare che il cuore della detenzione  dirigere lo sguardo esattamente dove
i carcerieri pretendono che sia diretto. Tir su col naso l'aria salmastra, senza filtri, che arrivava dal
porto sottostante e fu preso da un'euforia sottile, non plateale come si sarebbe aspettato. Aveva
scoperto che un bel po' di cinismo aiuta a prosperare e che la poesia, uccidendo la realt, uccide
l'istinto di sopravvivenza. In gabbia aveva abitato punti di vista del tutto nuovi sul mondo. Faccende
elementari, funzioni corporali, pensieri carnali. L aveva dovuto scegliere tra la vita di dentro e la vita
di fuori in senso sia fisico che metafisico. E aveva imparato che chi sa condurre la vita di dentro pu,
ragionevolmente, aspirare alla vita di fuori. Sicch al terzo passo oltre la porticina del carcere, gi
aveva deciso di dimenticare di esserci stato.
Raimondo aveva trascorso gli ultimi tre anni e mezzo nel cosiddetto braccio dei politici, e
aveva capito che, come lui, la maggior parte di quelli che ne facevano parte di politica non sapevano
nulla. Erano l perch una qualche azione, spontanea o indotta che fosse, aveva permesso loro di entrare
in quel settore. A questi chiedevi che cosa avessero fatto e ti rispondevano che erano stati fregati, tanto
per cambiare.
Senza il muro di cinta il cielo era immenso e lui non se n'era mai accorto veramente. Cos
alzando la testa verso quella uniformit d'azzurro rischi un istante di languore che ricacci dirigendosi
al bar-trattoria dall'altra parte della strada. Voleva un caff di quelli veri.
Il gestore, un tipo piccolo e di un insano colorito cirrotico, lo guard come un entomologo
guarda una specie nota. Non aspett nemmeno che ordinasse, ma anzi gli diede le spalle per impostare
la macchina sbuffante e preparare il caff. Poi quando quel poco succo scuro e denso cominci a uscire
dai becchetti del filtro col manico sporgente, finalmente si volt e pos un piattino, col suo cucchiaino
esattamente davanti a lui, dove doveva raggiungerli la tazzina odorosa, non piena fino all'orlo, per
carit. Il gestore gli disse che quel caff l'aveva fatto particolarmente buono appositamente per lui. E
Raimondo ringrazi senza nemmeno attendere di sapere se davvero quel caff era buono come diceva
lui.
Era buono sul serio.
Uscendo dal locale guard l'orologio. Federica era in ritardo. Sicuramente, come suo solito,
aveva calcolato male il tempo che le occorreva per raggiungere Cagliari. Bighellon un poco. Si
assest meglio lo zaino che conteneva tutte le sue cose, quelle che sinteticamente gli erano servite in
cella e quelle che gli sarebbero servite d'ora in poi. Si era fatto saggio, aveva imparato molto in questi
anni di galera. Per esempio che saper guardare nel punto giusto pu salvare la vita. Dentro al carcere, e
anche fuori. Ma, in quel momento, distratto da tutto quel cielo che gli si posava addosso e da quell'aria
libera che lo avvolgeva come un bozzolo, gli occhi di Raimondo Bardi furono carenti. Perch se non si
fosse lasciato distrarre avrebbe notato la vita brulicante sotto di s, e le automobili che arrancavano su
per la salita, e le massaie che stendevano interi corredi fuori da balconcini microscopici... E le grandi
navi cargo ormeggiate al porto che scaricavano container sulla banchina.
Insomma, quei sensi troppo conclusi in quegli anni di prigionia non lo aiutarono a percepire che
quella era l'ultima giornata della sua vita.
A Noro quella mattinata di luglio si era presentata con un principio d'incendio alla collina
Ugolo. Il che fece dire ai malpensanti che, guarda caso, era proprio in quella zona, dall'area
dell'ospedale nuovo in poi, che era prevista una nuova possibilit di edificazione abitativa. Certo non ci
si poteva aspettare un piano regolatore in supporto a quell'ipotesi, ma in quell'angolo di mondo gli
incendi significano sempre qualcos'altro che non semplice incuria, a volte sono precise indicazioni di
aree inutilmente abbandonate alla natura che potrebbero essere affidate al pi solido cemento.
Comunque a casa Guiso si discuteva del fatto che, a due anni dai permessi, dei terreni di Cala
Girgolu ancora non s'era fatto niente. C'era un tesoro da mettere a frutto e Domenico tentennava.
Intanto Federica Schintu si faceva la Carlo Felice per raggiungere Cagliari, guidando come
poteva, cio male. E rallentando in curva o in salita e poi accelerando per superare in fretta gli svincoli,
che le facevano paura, o le gallerie, che le mettevano ansia. Comunque sia, era in ritardo. C'era un
caldo terribile, ma guidare col finestrino aperto le faceva venire un terribile mal di testa e poi, come se
non bastasse l'afa, c'era la tensione del rumore, il timore di non avere abbastanza benzina, il continuo
controllare l'orologio, una sigaretta da fumarsi di tanto in tanto.
Le dieci del mattino. Mancavano ancora cinquanta chilometri a Cagliari, ed era gi in ritardo di
mezz'ora.
Si era tirata su dal letto all'alba, era andata in cucina a mettere la moka sul fuoco, aveva acceso
la televisione appoggiata sul piano di fianco al frigorifero, sempre sintonizzata su Videomusic. La coda
solenne di Radio Ga Ga dei Queen satur la stanza, per lasciare il posto alla pi consona All Night
Long di Lionel Richie. Federica adorava quel pezzo, si mise ad ancheggiare mentre aspettava che il
caff salisse. Quindi lo bevve guardando fuori dalla finestra, verso la campagna che ancora sembrava
assonnata.
Era un'alba arancione. Se l'avesse conosciuto, Federica avrebbe potuto scomodare Turner per
come tutto l fuori virava al monocromo spinto, col sole dello stesso tono croc o polveroso del cielo e
della terra. Dall'altoparlante della tiv scatur Smalltown Boy dei Bronski Beat. Sullo schermo si
succedevano le immagini delle rotaie sopra le quali avanzava un treno, quello del ragazzo di paese
appunto che raggiungeva la grande citt. Federica raccolse col cucchiaino lo zucchero accumulato sul
fondo della tazzina; dopo averla posata nel secchiaio vi fece scorrere dentro un po' d'acqua, e il video
arriv alla sua conclusione: quel treno che portava il ragazzo via dal paese lo portava nelle braccia della
grande tollerante citt a rifarsi una vita...
Federica spense la tiv, erano le sette e non poteva perdere tempo a incantarsi davanti allo
schermo. Si vest in fretta, ma con cura, e pot farlo perch aveva deciso tutto  dalle calze color pesca
al giubbotto di jeans con le maniche risvoltate e la canottiera di pizzo come Madonna, e le collanine e
gli orecchini con le croci  fin dalla sera prima. Usc di corsa, ma dovette rientrare in casa perch aveva
dimenticato le sigarette, le recuper in bagno: erano sulla sponda della vasca insieme all'accendino.
Gi che c'era, fece un altro goccio di pip.
Si chiuse alle spalle la porta d'ingresso, attraversando l'ampio pianerottolo: aveva deciso di
ignorare l'ascensore e affrontare a piedi le scale in discesa. Fu dopo il terzo gradino che ebbe come una
breve vertigine, un tremore convulso del mento. Si blocc incurvandosi in avanti, come qualcuno che
temesse l'impatto di un'ondata che sapeva di non poter evitare. Non si tratt che di una frazione di
secondo, ma se bast a farle capire che quella non sarebbe stata una giornata qualunque, purtroppo non
bast a rivelarle che quella sarebbe stata l'ultima giornata della sua vita.
Lei, Federica, si era messa in viaggio alle sette e mezza, lasciandosi alle spalle la citt senza
nemmeno doverla attraversare. Aveva intrapreso lo sterrato che, presto o tardi, sarebbe diventato un
viale asfaltato, poi si era immessa in uno stradello interpoderale che le permetteva di accedere
direttamente nella Macomer-Abbasanta e, di l, superata Oristano, raggiungere Cagliari. I camion che
saettavano nella corsia di sorpasso l'avevano rallentata ulteriormente. Ma al rallentamento aveva
contribuito anche quella maledetta faccenda che doveva fermarsi di continuo a fare la pip. Soprattutto
quando era nervosa. Perch, a dirla tutta, lo strano malessere che aveva avuto mentre scendeva le scale
di casa non era stato del tutto privo di avvisaglie, ma, si sa, la caratteristica delle avvisaglie  proprio di
non sembrare mai tali fino a quando  troppo tardi per tenerne conto.
Il pomeriggio precedente aveva passato una mezz'ora interminabile al telefono con la sorella
Pina. E quell'altra le aveva chiesto che cosa ci andasse a fare a Cagliari, e lei non  che avesse saputo
perfettamente cosa rispondere. Come se il fatto stesso che la sorella gliel'avesse domandato togliesse
un senso all'intera questione. E l per un attimo aveva sentito un panico profondo, qualcosa che
assomigliava a una certezza risucchiata dall'abisso attraverso uno scandaglio sensibilissimo. Poi,
siccome Pina aveva attaccato con la solita faccenda che marito e figli non sono una benedizione, ma
un'evidente prova che l'inferno esiste, lei, Federica, si era distratta o si era voluta distrarre da quel
segnale forte e chiaro.
Quella che aveva in macchina non poteva definirsi una radio, ma una fonte di voci indistinte e
note sovrapposte. Tanto pi che, andando avanti su quel corridoio che conduceva al limite stesso di
ogni terra percorribile, a canale si frapponeva canale, come quando troppe persone in attesa si
assembrano e sgomitano per guadagnare centimetri. Cos dall'apparecchio venivano fuori stracci di
realt a cui lei cercava di dare un senso con movimenti impercettibili della manopola di destra, quella
della sintonizzazione. E di tanto in tanto riusciva a cogliere qualche momento di senso compiuto: la
strofa di una canzone, e per un istante ritorna la voglia di vivere a un'altra velocit... un pezzo di
notiziario locale, lingua blu... assunzioni ad Ottana... qualche scheggia folk, duminica ando a missa e
mind'intendo duas dae s'oru de sa janna...
A pensarci, se le fosse rimasto il tempo di farlo, anche tutto quel rimestare tra i fantasmi che
affollano l'etere, quella specie di rievocazione che esercitava ogni qual volta tentava di fissare
un'emittente o un'altra, poteva essere considerata una figura dell'altro vagare, quello senza corpo,
senza peso. Vista dall'alto, da un gabbiano, da un astore, l'utilitaria rosso ciliegia di Federica Schintu,
non era nient'altro che una simulazione, un globulo nel flebile flusso arterioso di quella terra comatosa.
L'ultimo giorno di un detenuto  sentito dalla comunit del carcere come una dimostrazione
pratica dell'inutilit della reclusione. Vedere il tuo compagno di cella che prepara i bagagli, accumula
le sue cose con l'aria di chi debba scusarsi per aver resistito fino al fine pena,  come assistere alla
laurea di un figlio. Significa cio sperimentare sulla propria carne l'effetto del tempo che se n' andato.
Era un neonato, lallava, come si dice, poi parlava eccome, malfermo sulle zampette e finalmente via
all'asilo, alle elementari, alle medie, alle superiori... E ora eccolo l: dottore. E quanto tempo era
passato? Quasi tutto. Che malinconia.
Cos si sentiva Mario mentre Raimondo Bardi gli porgeva un paio di cuffie per la radio o per il
walkman che funzionavano ancora bene, bisognava solo fare in modo di ripristinare il contatto di quella
destra premendo alla base del minuscolo altoparlante. Nella vita di Raimondo quel Mario, sassarese, in
gabbia per aver massacrato a pugni e condotto al coma profondo un tifoso della Torres, sarebbe stato
una scheggia nel trascorrere frammentato della sua prigionia. Niente di pi che un ricordo da rimuovere
appena varcata la porticina dei fine pena. Ma in quel preciso momento, proprio sulla soglia, pens
persino di poterlo rimpiangere. Per poco, per un attimo. Raimondo aveva affrontato da uomo la sua
condanna, ma adesso poteva contare su una prospettiva di agiatezza. Tornava a casa pi ricco di
quando l'aveva lasciata. Qualche soldo da parte e un terreno da esigere. Controll che tra le sue cose ci
fosse il foglio firmato Guiso Domenico che sanciva la donazione di un terreno di ettari sei in localit
Cala Girgolu, in fede. Gi prima della cena tutto il suo bagaglio, uno zaino appena, era pronto. Il resto
accumulato nei quasi cinque anni  utensili, vestiti, riviste, qualche libro  lo avrebbe lasciato in cella a
Mario o a chi decidesse lui.
La mattina della liberazione, come la chiamava lui, fece fatica ad aprire gli occhi. Sembrava
non avesse affatto fretta di andarsene. E invece s, per Dio! Alle nove, finita la colazione, il direttore lo
mand a chiamare per fargli quel discorso di rito di cui spesso durante l'ora d'aria, nei corridoi, o in
cortile, si era sentito parlare. Qualcosa del tipo: Tra mezz'ora, massimo un'ora, esci. Vedi di non
tornare. Fine.
Dopo mezz'ora, massimo un'ora era effettivamente fuori a parlare col gestore cirrotico del
baretto a poche decine di metri dal muro di cinta di Buoncammino.
E Federica era gi in ritardo.
Lei era stata l'unica a cui, appena conosciuti, avesse chiesto il numero di telefono: segno che il
loro incontro non era passato inosservato. Infatti a Federica, anche in cella, ci aveva ripensato spesso.
Ora tornava a casa. Via da Cagliari, nell'interno in cui i trogloditi locali hanno rifugio. Ma
Raimondo pensava a quando aveva visto Federica per la prima volta, che rifaceva le stanze e puliva i
cessi dei grandi alberghi, nonostante il centodieci e lode.
Non appena riconobbe il muso della macchina Raimondo balz in piedi dalla sedia di plastica
verde dell'esterno del bar, e cominci a sbracciarsi. Lei lo intercett subito. Pens che per essere stato
un galeotto era sorprendentemente in forma, e che i capelli tagliati cortissimi gli donavano: lo facevano
pi uomo.
 Ti trovo bene,  gli disse infatti Federica scendendo dalla macchina.
 Eh,  fece lui,  un incanto . E senza nemmeno aspettare che lei avesse smesso di sgranchirsi
la sostitu al sedile del guidatore.  Andiamo?  incit.
Federica lo guard.  Pensavo di prendere un caff...
 ... S,  la interruppe lui sbrigativo.  Dopo, per strada.
La donna diede un'occhiata al muro che li sovrastava e scosse le spalle comprensiva. Poi si
diresse al lato del passeggero e raggiunse Raimondo all'interno dell'abitacolo. Si guardarono per un
attimo, il tempo di constatare quant'era passato dall'ultima volta che si erano dati un bacio. Poi lui mise
in moto. Lei si limit ad accarezzargli il dorso della mano mentre innestava la prima. E lui la lasci
fare. Della loro passata intimit pareva restato ben poco.
Fino all'uscita da Cagliari lasciarono parlare gli sguardi e i gesti. Il tramestio della radio che,
come al solito, pareva una friggitrice, li accompagn senza che nessuno facesse niente per mutare quel
dato di fatto. E cio che nell'invisibile viaggiano le voci. Federica pot sciogliere tutta la tensione che
l'aveva tenuta vigile durante l'andata abbandonandosi a una sonnolenza violenta e incontrollabile.
Raimondo premette sull'acceleratore fissando il parabrezza, rapito dalla compiutezza di lievito madre
della macchia, dalla competenza pittorica dei campi di girasole, dalla povera ostinazione dei maggesi.
Teneva l'auto a una distanza precisa dal bordo strada, con una pignoleria che gli derivava dalla
pignoleria con cui si era abituato a saggiare le distanze in prigione. Con la coda dell'occhio destro
controllava, per l'appunto, il bordo strada, poi, come in un cambio della guardia, con la coda
dell'occhio sinistro controllava la linea continua di mezzeria.
 Accendimi una sigaretta,  disse all'improvviso.
Federica ebbe uno scatto.  Cosa?  chiese.
 Una sigaretta,  ripet lui.  Accendimi una sigaretta.
 Ah, s,  fece lei, ancora stordita. Poi si frug nella tasca del giubbotto di jeans e ne estrasse il
pacchetto e l'accendino.  Una delle mie?  chiese Federica.
 Togligli il filtro,  rispose lui senza perdere di vista la giusta distanza.
Lei esegu. Stacc il filtro dalla sigaretta, poi la mise in bocca sentendo immediatamente il
sapore del tabacco sulla punta della lingua. Cos accese e, porgendo a Raimondo la sigaretta
direttamente sulle labbra, sputacchi come se avesse dei peletti da espellere.
 Ti ho svegliata,  constat lui.
Lei fece segno che niente... Che non dormiva, ma gi le palpebre ricominciavano a diventare
pesantissime. Intanto, il fumo espulso dai polmoni di Raimondo aveva invaso lo spazio. Lui senza
staccare le mani dal volante aveva pi volte lasciato che la cenere gli cadesse addosso. E quando arriv
alla fine della sigaretta prima di afferrare quello che ne era rimasto aveva controllato di essere
esattamente al centro della sua carreggiata. Dallo specchietto retrovisore laterale quel mondo
solitamente celato alla vista, mostrava la consistenza proterva di una realt che si verificava a
prescindere. In quello spazio degli opposti, oltre lo specchio, i musi delle macchine che sfrecciavano
nell'altra corsia mutavano in retri, e la strada che si strozzava vista dal parabrezza si estendeva come se
il caldo la dilatasse. Un'auto bianca inser la freccia e li super. Un'altra auto, verde, si tenne a distanza
dietro di loro.
Chi guidava quella macchina verde, un'auto presa a noleggio all'agenzia del porto di Cagliari,
guard i suoi tre compagni di viaggio e indic col mento l'auto davanti a loro. Si sarebbero detti
quattro tipi loschi. Tuttavia troppo sole  che, con la sua luce diretta, costringe a strizzare gli occhi ,
un cielo talmente azzurro da cancellare ogni sfumatura e appianare ogni linea d'espressione, farebbero
apparire losco anche il pi gentile degli uomini. A ci si unisca il gioco impietoso di chiarissimi e
scurissimi con cui zigomi sporgenti e arcate sopraciliari importanti sezionavano i visi, ed ecco che quei
quattro risultavano perfetti per un film di killer prezzolati che devono eliminare qualcuno di veramente
scomodo.
Anche nella macchina verde si parlava poco. E quando si parlava si dicevano cose generiche:
che c'era caldo tremendo, che bisognava tenere la distanza, che avevano tempo.
L'autista sudava dalla nuca rasata e provava ad armeggiare con la ventola del cruscotto, ma da
quella grata non arrivava che un rimescolamento della stessa aria caldissima che attanagliava la
campagna. L'altro seduto al suo fianco controllava una cartina e faceva segno di aspettare. I due sul
sedile posteriore fissavano il retro della macchina davanti a loro, quasi che il filo di quello sguardo
fosse abbastanza tenace da impedire di venire seminati. Erano talmente alti che le loro teste sfioravano
il tettuccio, e cos grossi che le loro spalle, nei rari sobbalzi della marcia, si toccavano.
Quando arriv il momento giusto, le cose precipitarono. La macchina verde acceler. Il
momento giusto era il bivio di Macomer segnato con una linea rossa e una freccia sulla cartina. La
macchina verde recuper spazio fino ad affiancarsi a quella che stavano pedinando. Ora l'uomo che
teneva la cartina poteva voltarsi e guardare verso l'interno dell'altra macchina: come previsto a
occuparla erano un uomo e una donna. E l'uomo era esattamente quello che stavano cercando.
Il momento giusto si manifest con un'accelerata della macchina verde. Raimondo ne intu la
manovra e si disse che finalmente, chiunque fossero, si erano decisi a levarsi dalle palle. Per un breve
momento le due auto furono affiancate. La radio incredibilmente si assest dal suo insulso gracchiare
ed emise con chiarezza le parole di una canzone mielata: Remember that piano, so delightful, unusual |
That classic sensation, sentimental confusion... Federica ebbe il tempo di pensare guarda un po':
anche se non c'entra niente, questa canzone mi ricorda di quell'estate che siamo andati a Gonone in
tenda, e stava per chiedere a Raimondo se anche a lui era venuta in mente la stessa cosa quando una
frenata improvvisa rischi di mandarla a sbattere contro il parabrezza. Cos, mentre quel cantante
confidenziale affermava I like Chopin, Federica apr gli occhi e vide Raimondo che spalancava la
portiera dal suo lato e, dandosela a gambe verso la macchia, urlava:  Scappa! Scappa!
Perci lei afferr la maniglia della portiera e fece per aprirla, ma fuori dall'auto un uomo
enorme, in piedi, le imped di farlo. Era uno di quelli scesi dalla macchina verde. Che cosa fossero scesi
a fare non lo capiva, ma capiva che avevano pessime intenzioni. Quello era un posto dimenticato da
Dio e dagli uomini, in cima a un falso piano, ma abbastanza appartato da essere lontano dallo sguardo
di chi percorreva la 131. Un posto dove urlare non sarebbe servito a niente, eppure Federica url. Nel
vuoto feroce di quel cielo incommensurabile, enorme davvero, in rapporto alla striscia di roccia e
campagna dov'erano finiti, url.
Che fine avesse fatto Raimondo non era possibile dirlo. Quando l'energumeno che le aveva
impedito di aprire lo sportello vide che Federica cercava la salvezza provando a uscire dall'altro lato
spalanc la portiera e con un braccio le arpion la caviglia. Lei tent di scalciare, ma fu sopraffatta dal
dolore pungente della caviglia che si frantumava sotto la pressione della presa a tenaglia dell'uomo.
Dalla bocca le entr un'afa irrespirabile e il cuore le acceler in petto in modo inconsulto.
 Chi siete?  chiese a un certo punto, notando che poco distante altri tre uomini, come i demoni
del Giorno del Giudizio, avevano preso Raimondo. Ma  certo che chiedere di presentarsi a uno
sconosciuto che non pare avere buone intenzioni nei tuoi confronti pu non significare nulla
nell'economia generale della faccenda. Infatti l'uomo non rispose. Senza abbandonare la presa la
stratton per riportarla esattamente sul sedile del passeggero, nel punto cio da cui aveva cercato di
scappare, e non si preoccup se, nel fare questo, la costringeva a trafiggersi con la leva del cambio o
del freno a mano.
Federica era pi inebetita che spaventata. Si era chiesta un sacco di volte come sarebbe stato
morire. E, da bambina, spesso aveva smesso di respirare per qualche secondo. Adesso di fronte alla
realt, all'imminenza della morte, capiva quanto fossero stati ridicoli quegli esperimenti. C'era di
buono che dopo lo strappo alla caviglia  il dolore peggiore che ricordasse di avere mai provato  ora
non sentiva quasi pi niente, se non i polmoni che le pareva fossero diventati minuscoli, e la vista che
era un senso oramai discutibile e vago, tanto mescolava cose e rumori e colori. L, nell'istante di
passaggio, le fu chiaro che stava morendo perch l'avambraccio tatuato di uno sconosciuto le stava
premendo il collo fino a quando, e non mancava molto, tutta l'aria dei suoi polmoni non sarebbe,
totalmente, finita.
Pi in l, con ancora qualche competenza uditiva, pot percepire le urla di Raimondo in mano
agli altri tre demoni. Non c'era poi voluto molto, la canzone se ne andava con un coro che sfumava
nell'etere a raggiungere qualcun altro: Rainy days never say goodbye | To desire when we are together |
Rainy days growing in your eyes | Tell me where's my way... Brutto assolo di piano, e fine.
Quando ebbe concluso il lavoro con Federica l'uomo tatuato recuper lo zaino di Raimondo
dalla macchina e si avvi verso la zona dove si trovavano i suoi tre compagni. A giudicare dallo stato
del cadavere, avevano approfittato di quell'incarico per divertirsi un po'. I quattro confabularono tra
loro in una lingua infernale quanto il loro aspetto. Quello che sembrava il capo, che si era occupato
personalmente della donna, vuot lo zaino di tutto il suo contenuto, rivoltandolo come fosse un grande
calzino. Dall'interno vol via quel foglio che Domenico aveva firmato e che doveva rappresentare il
futuro di proprietario per Raimondo Bardi che era partito da niente, ma poi si era fatto furbo, e si era
trovato ad avere, per qualche ora, un futuro. Ma siccome quel poco futuro si era estinto a calci in faccia
e colpi di pietra in una zona non troppo distante da Macomer che tutti chiamavano Fort Apache, quel
foglio se lo presero i Quattro Cavalieri dell'Apocalisse, che, risaliti nella macchina verde, dopo una
breve marcia indietro si rimisero in viaggio verso il porto di Cagliari. L un cargo che batteva bandiera
sovietica li avrebbe accolti appena in tempo prima di salpare per il Baltico.
Nevina attese che Maddalena finisse di preparare la pappa per Luigi Ippolito. Si trattava di una
minestra di verdure che la figlia aveva fatto stracuocere; ora spappolava con una forchetta i pezzetti di
carota e sedano che si erano salvati dalla dissoluzione. Quando Maddalena al composto aggiunse il
formaggino e cominci a mescolare, Nevina le si accost.  Stai sbagliando,  disse, ma senza
imprimere alcun intento polemico alla frase.
L'altra prosegu col suo lavoro.  Fammi passare,  intim superando la madre per andare a
raggiungere il bambino che l'aspettava sul seggiolone. Cos lo raggiunse, gli sistem il bavaglino e
cominci a imboccarlo.
 Ha quattro anni e lo tratti come se ne avesse due... Non mangia da solo, parla a stento ed 
pigro persino nel camminare,  aggiunse Nevina.
 Hai finito?  chiese Maddalena, continuando a nutrire Luigi Ippolito come se non desse alcun
peso a quanto lei stava dicendo.  Hai finito?  ripet, questa volta con pi foga, nonostante Nevina
non avesse replicato.  Perch devi sempre insistere con le stesse cose?
 Perch sono preoccupata, lo vedi anche tu, no?  Luigi Ippolito guard la nonna con una
punta di sospetto. Nevina ricambi lo sguardo.  Non ha nessuna autonomia,  disse alla figlia.  Non
va bene,  aggiunse sempre tenendo d'occhio il bimbo.
Maddalena, ostinata e silenziosa, continu nella sua operazione finch la ciotola non fu
totalmente vuota. Poi pul il muso del figlio con un lembo del bavaglino e gli sistem un ciuffo ribelle.
Quindi lo afferr per le ascelle e lo tir su per sfilarlo dal seggiolone. Luigi Ippolito la lasci fare come
se fosse un pupazzo. Era sottile e leggero, a vedersi dimostrava meno dei suoi anni. Maddalena lo
deposit sul pavimento.  Vuoi vedere il cartone animato?  gli chiese.
Il bambino fece segno di s. E si avvi al suo posto sul divano davanti all'apparecchio
televisivo. La donna intanto aveva cercato una vhs per inserirla nel videoregistratore di ultima
generazione. I titoli di testa della Carica dei 101 fecero muovere quello schermo che solo poco prima
pareva un oggetto inerte. Maddalena aspett che iniziasse, poi raggiunse la madre in cucina.
 Non voglio che mi parli in quel modo davanti al bambino,  disse con urgenza sbrigativa. 
Tu pensi che non capisca, ma sente tutto e capisce.
Nevina non si lasci intimorire pi di tanto, nonostante le fosse chiaro che nell'attacco della
figlia c'era un'esasperazione autentica.  Guarda che non ho detto che  menomato o non so cosa, 
replic.  Ho detto che non lo stai aiutando a crescere.
 Perch?
Quella domanda, con la sua scarna semplicit colse di sorpresa Nevina.  Come sarebbe
perch? Non  abbastanza chiaro perch?  Aspett che Maddalena replicasse, ma lei non lo fece. Cos
continu:  Perch se te lo tieni sotto la gonna adesso, dopo sar tutto pi difficile... Cosa credi, di
poter restare con lui quando frequenter la scuola?
 Ci vogliono ancora due anni,  sbott Maddalena.
 Due anni passano pi in fretta di quanto tu non pensi,  la secc la madre.  E quella creatura
mi sembra un uccellino indifeso.
 Come, indifeso? Ci sono io!  Maddalena cominciava a irritarsi sul serio.
 E tu credi che basti?
L'altra cerc di organizzare una risposta di quelle che non permettono repliche, ma dovette
rassegnarsi al fatto che quel genere di risposte arrivano sempre quando  troppo tardi.  Quando ero
incinta sognavo sempre,  disse invece senza un nesso apparente.
Nevina la squadr per bene.  E adesso niente?  chiese.
 Niente,  conferm Maddalena.
 Ora che mi ci fai pensare... Io stanotte ho sognato a mamma,  rivel Nevina.
 Nonna Iolanda,  complet Maddalena.  Ti ha dato dei numeri almeno, che ce li giochiamo?
Il discorso precedente sembr improvvisamente dissolto.
 Macch,  protest Nevina.  Niente numeri... Non  che mi ricordi granch.
 Non dirlo a me. Facevo sogni incredibili, che sembravano veri, quand'ero incinta.
 Ho letto che  impossibile non sognare.
 Eppure  cos,  tagli Maddalena con una punta della precedente acrimonia. Ma si ferm
prima che le tornasse alla mente tutto il fastidio che le aveva causato il rimprovero della madre a
proposito del piccolo Luigi Ippolito.
Parevano sul punto di riprendere le ostilit, quando qualcosa di strano le attir verso il
soggiorno. Il bambino aveva armeggiato col telecomando e ora dallo schermo non scaturivano pi le
colorate immagini del cartone animato, ma il crudo resoconto di un duplice delitto: Ancora nessuna
ipotesi intorno al massacro di Macomer. Identificate le vittime: si tratta di Raimondo Bardi di Noro,
pregiudicato, e Federica Schintu di Pattada, residente anch'essa nel capoluogo barbaricino. Si indaga
sulla sigla FR rinvenuta nel luogo dell'eccidio. Esclusa la pista di un tentato sequestro fallito...
La notizia era corredata dalla consueta sequela di immagini scarne e oscene proprio per la loro
apparente neutralit. Maddalena strapp il telecomando dalle manine del figlio e armeggi per
recuperare il cartone animato perso in chiss quale punto della tastiera. Una volta ritrovato, tuttavia,
vuoi per l'accostamento col telegiornale precedente, vuoi perch non ci si rende conto di quali storie
terribili si raccontano effettivamente ai bambini, non parve pi cos innocuo.
Le donne rimasero in silenzio, in piedi, dietro al divano su cui stava Luigi Ippolito, finch non
ritennero ripristinata la normalit. Poi si guardarono. A Nevina vennero in mente un sacco di cose da
dire a proposito dello stile di vita che questa figlia affermava di essersi scelta. Ma non disse nulla
perch quel silenzio era pi tremendo di tutte le loro scaramucce.
 Ho intenzione di tirare gi le tende...  disse improvvisamente Maddalena alla madre.  Tu le
metti in lavatrice o le lavi a mano?
 In lavatrice, certo, lavaggio delicato e centrifuga leggera,  rispose Nevina.
 Bene,  concord l'altra.  Mi aiuti con la scala?
Domenico si rannicchi un poco, ma questo non bast a evitare di fargli sentire per intero la
lingua infuocata del cuoio che gli ustionava la porzione di pelle tra fianco e natica. Era stato un
fendente tremendo. Si era sforzato di non urlare e, per far questo, aveva emesso una specie di muggito.
Terribile, diaframmatico. Poi aveva fatto segno alla donna che gli lasciasse qualche secondo per
riprendersi.
Era un cenno del mento che avevano concordato prima della sessione perch lei afferrasse il
limite oltre il quale non doveva andare. Negli anni questo limite si era piuttosto assottigliato. Ora
Domenico pretendeva di essere legato e, spesso, imbavagliato. Cos lui fece il gesto concordato e lei si
ferm. Quella specie di dolore atroce, ma intimo, del tutto consueto, lo metteva in pace col mondo.
Quel pomeriggio in particolare aveva chiesto che lei accompagnasse i colpi di cinghia con tutte
quelle frasi che gli piacevano tanto: Sei un verme vigliacco, uno schifoso impotente, un frocio! La
donna eseguiva con una perizia che si era affinata col tempo e con l'intimit. Sei un assassino!
Sentiva la riconoscenza di lui, ogni volta che quel gioco smetteva di essere tale per accostarsi alla vita
vera.
Qualche volta si preoccupava perch il grado di resistenza del cliente pareva sviluppato a tal
punto che le faceva paura passare il segno. E allora tentennava, aspettava qualche istante di troppo e lui
la incitava a fare sempre peggio. Non piangeva pi, questo succedeva i primi tempi, ma ora non pi.
Era diventato terribile, immobile, inespressivo, finch non arrivava il colpo e allora si scioglieva in una
specie di sollievo lancinante.
Dopo, come se niente fosse, si vestiva, si ridava un tono, riacquistando quel possesso di s che
aveva temporaneamente delegato, ed estraeva le banconote dal portafogli. Quel pomeriggio aggiunse
quella che lei defin una mancia generosa.
 Siamo allegri questo pomeriggio,  constat sapendo che la generosit di Domenico era
sempre proporzionale al suo buonumore.
Lui accenn di s.  Ho riavuto qualcosa che credevo di avere perso per sempre,  spieg. Pos
le banconote sul solito tavolino e usc.
Cala Girgolu, settembre 1988.
Il sorriso di Domenico mentre abbracciava Maddalena per farsi fotografare assomigliava al
fondo cupo di uno stagno.
Avevano organizzato una cosa semplice, informale, per inaugurare la villa a Cala Girgolu. Era
di quelle case per la villeggiatura a met tra lo stile coloniale e il folk di certa, gi stanca, Costa
Smeralda. Una scelta provinciale si sarebbe detta, ma la casa era, nel suo insieme, sobria e di giuste
dimensioni. Posizionata su uno sperone roccioso che apriva la vista dirimpetto all'isoletta di Tavolara,
comprendeva una pineta ombrosa a duecento, massimo trecento, metri dal mare. Dal terrazzo coperto si
poteva ammirare la perfezione con la quale i colori, turchese e bianco, verde e arancio, giallo e blu,
erano stati distribuiti in quella tela.
Domenico chiese al fotografo professionista che aveva chiamato per l'occasione di scattare
un'altra foto in quella posizione. Era il padrone di casa, e pretendeva una foto che avesse parvenza di
ufficialit. Si sentiva stranamente a suo agio, nonostante fosse l'unico dei presenti a essere vestito di
tutto punto. Quel settembre picchiava come un agosto pieno. Maddalena si avviava verso una maturit
splendente. Era di quelle donne che migliorano col tempo, che si affinano e prendono possesso del
proprio sguardo e dei propri gesti. Luigi Ippolito andava per i nove anni. Era rimasto taciturno e, come
preconizzato dalla nonna Nevina, ci era voluta la pazienza dei secoli perch si abituasse a vivere
l'esperienza scolastica. Ora si aggirava tra gli invitati selezionati, una ventina, senza un reale interesse.
Luigi Ippolito si era fatto lungo e sottile, con quel preciso sguardo tra il saggio e l'omicida
seriale che hanno certi figli unici. Che hanno cio quei bambini ostaggi di una vita interiore pi vicina
alla solitudine che alla riflessione. C'era voluta tutta l'influenza di Nevina per ammetterlo al
catechismo in una sorta di sezione privata, dove non dovesse avere a che fare pi di tanto con gli altri
frequentanti. E questo non perch fosse volont della famiglia di isolarlo, quanto per la sua evidente
incapacit nel rapportarsi con gli estranei. Anche adesso, in quel contesto di festeggiamenti e
inaugurazione, si aggirava in un'area appena fuori dal centro dei contatti, come una volpe che stesse
controllando un gregge da attaccare.
 Vieni a fare la fotografia,  lo incit Domenico.
Il bambino d'acchito fece segno di no, ma quando all'invito si un anche la madre, con la testa
bassa si avvi verso i genitori per mettersi in posa.
Il fotografo professionista si dava delle arie e diceva cose del tipo: Bravi cos, ancora un'altra,
s questa  perfetta, da copertina...
Finalmente gli scatti terminarono, Luigi Ippolito pot staccarsi dalla sacra famiglia, Domenico
pot raggiungere il sindaco Sini  un tempo notaio Sini  e i colleghi costruttori, Maddalena pot
andare in cucina a controllare che i rinfreschi fossero sempre pronti, a rotazione.
Si parlava delle amministrative di giugno come di una formalit risolta. E si commentava che
chi si aspettava un'altra performance positiva del Partito Comunista aveva dovuto ricredersi, perch
l'effetto Berlinguer non poteva durare all'infinito e perch su scala internazionale tutto quel modello
stava cadendo a pezzi. Avevano sentito dei fatti ungheresi? La balena bianca navigava a gonfie vele,
commentarono, e cos i furbissimi socialisti che avevano trovato il modo di tenere il culo su due sedie.
Poi erano intervenute le fidanzate e le mogli a dire che bastava parlare di politica, e il
complessino chiamato appositamente da Sassari aveva attaccato con qualche ballabile che aveva fatto
fuggire verso la spiaggia i pochi ragazzi presenti. Qualcuno degli invitati era l per vedere il posto e la
casa in vista di un possibile acquisto all'interno del villaggio che oramai, se si escludevano alcune
infrastrutture pubbliche  lampioni, prati verdi all'inglese , poteva definirsi completato. Tre o quattro
ville in posizione pi elevata, leggermente pi distanti dal mare, erano rimaste invendute.
Tuttavia quel qualcosa che Domenico aveva ritrovato, l'oggetto che credeva di aver perso per
sempre, era l. Il suo primo reale progetto senza il padre era sotto i suoi occhi. Domenico fece questa
riflessione senza rendersi conto della sua portata. Dal mare proveniva una cantilena ostinata, ma la si
sentiva solo a patto di far tacere il reale. Seguendo quella nenia comp alcuni passi verso il costone di
roccia che sovrastava l'area in cui la sua villa padronale era stata costruita. Il mare gli si spalanc
davanti.
Era talmente assorto che non vide Maddalena sbracciarsi nella sua direzione. Sembrava davvero
che il mare gli avesse tolto qualunque facolt di comunicare. Sicch, nonostante vedesse sua moglie
che tentava di attirare la sua attenzione, tuttavia non si sentiva capace di risponderle in alcun modo. Lei
dovette raggiungerlo.
 Il bambino!  disse. E nient'altro.
Per Domenico fu come quando l'ipnotizzatore arriva al tre, e il soggetto a cui fino a un
istante prima ha fatto fare di tutto improvvisamente si sveglia nell'ilarit generale.
 Che succede?  chiese con quel tono interlocutorio che si ha nell'immediato risveglio.
 Il bambino!  ribad Maddalena.  Non si trova!  Specific. E gi a dirla a voce alta questa
cosa le apparve di una gravit nuova, assoluta.
 Come, non si trova?  chiese Domenico, ma senza muoversi.
 Eh,  fece lei impaziente.  L'ho cercato dappertutto.
 Sar andato alla spiaggia con i ragazzi . Questa volta Domenico si mosse per affiancarsi alla
moglie.
Maddalena scosse la testa per dire che no, che era il primo posto dove era andata a vedere.
Cos si avviarono verso la villa.
Luigi Ippolito in casa non c'era, e i ragazzi alla spiaggia non l'avevano visto.
Si organizzarono ricerche immediate. Il maresciallo del posto si sforz di essere gentile e
incoraggiante, ma sussurrava che nessuna ipotesi poteva essere scartata: n che il bambino si fosse
allontanato volontariamente, n che in qualche modo fosse stato costretto ad allontanarsi.
 Un sequestro?  chiese Domenico.
A quella parola Maddalena sbarr gli occhi come capita a chi capisce quanto  semplice una
risposta che sembrava complicatissima.
Non era da escludere purtroppo, concord il maresciallo. Il bambino mancava ormai da quattro
ore.
Come fosse arrivato dove si trovava non poteva saperlo. Poteva intuire che quel suo preciso
stato derivava dal fatto che in qualche modo avesse sempre ignorato la piet. Fin da quando poteva
ricordare. Tutto quello che era, tutto quello che sarebbe diventato, credeva dipendesse da quella verit
assoluta: Luigi Ippolito Giuseppe aveva sempre, sempre, ignorato la piet. Quella nei confronti dei suoi
genitori, ma anche quella nei confronti di se stesso. Per il resto c'era poco da dire: coltivava il dubbio,
si dimenava  senza darlo a vedere  dentro al fango delle sue ossessioni. Per esempio l'ossessione
della bont, e l'idea che alla fin fine fosse pi utile per chi la esercitava che per chi la riceveva. Non era
superba la bont? Supponente? Se fosse stata un sentimento normale perch avrebbero inventato i
Santi? Che poi non erano nient'altro che i professionisti, i campioni, quelli talmente superbi
nell'esercizio dell'altruismo da annullare se stessi, e quindi innalzarsi attraverso gli altari fino all'alto
dei cieli. Si disse che sarebbe diventato Santo.
Volt lo sguardo attorno, era un posto che non conosceva. Un groviglio di macchia e ginestre.
Si era rannicchiato sotto un arbusto cresciuto su una base di granito che emanava calore, perch col
buio l'aria si era fatta pi fredda. Capiva che lo stavano cercando, ma non gli importava: se fosse
diventato Santo avrebbe dovuto imparare a non avere piet. Capiva lo strazio di sua madre e il fastidio
di suo padre. Capiva perfettamente ogni cosa.
Aveva camminato un paio d'ore prima di fermarsi e trovare quel rifugio. Non avrebbe saputo
spiegare da che cosa fosse scaturita quella scelta, sapeva solo che aveva iniziato a camminare e si era
accorto che le voci alla villa andavano spegnendosi. Lui aveva cominciato a sentirsi bene, euforico, e
pi si sentiva in quel modo pi camminava...
Ora era stanco. Ud in lontananza qualcuno che lo chiamava, ma era troppo stanco per
rispondere...
Il calare del sole e la febbre che cresceva intorno a lei misero Maddalena in uno strano stato di
trance. Si era seduta in un angolo della cucina maiolicata, attrezzatissima, della sua casa al mare; da l
vedeva persone affannarsi intorno a lei, ma non ne coglieva che la sagoma, potevano avere la divisa,
potevano non averla.
Un uomo con la divisa comunque le si avvicin e le chiese qualcosa. Lei si limit a guardarlo.
L'uomo comprese la situazione e chiam qualcun altro.
  sotto shock,  disse.  Signora, mi sente?
E Maddalena che pure lo sentiva, capiva in qualche modo di non sentirlo. L'uomo la scosse un
poco, come se volesse mettere a posto qualcosa che le si era smontato nella testa. Poi si avvicin una
signora elegante e molto profumata.
 Maddalena, cara...  sussurr col tono di una madre che capisce il dolore di un'altra madre. 
Vedr che tutto si risolve,  disse.  Noi andremo,  disse. E la sfior sulla testa con la mano
abbronzata e inanellata, col polso tintinnante di bracciali.
Domenico era fuori con gli altri a battere palmo a palmo il territorio. Pi che preoccupato era
ansioso: questo epilogo tremendo, al culmine di una giornata perfetta, lo infastidiva in modo
incredibile. E gli ricordava la sua maledizione, che era sempre stata quella di doversi sudare tutto
quanto agli altri riusciva facilissimo. Ora per esempio: che male c'era a inaugurare la sua casa al mare?
Perch quel giorno non poteva concludersi trionfalmente come era iniziato? Tutte domande di cui
conosceva benissimo la risposta, ma che, tuttavia, non cessavano di martellargli in testa. Lui con suo
figlio era pi arrabbiato che altro, perch, ora era chiaro, quella creatura era stata messa al mondo
esclusivamente per togliergli la pace.
Maledetto, perch proprio a me?  sussurrava tra s.  Non hai nessuna piet.
Nevina impazziva d'attesa, si era abituata a non esternare i suoi sentimenti, ma ora faceva
fatica: si aggirava a pulire istericamente per casa. Nonno Peppino si era unito subito al gruppo di
ricercatori, lei non l'avevano voluta.
Intanto cal il buio.
Il segreto era concepire le cose nel momento stesso in cui avvenivano. Il buio si fece totale in
un attimo, e cadde addosso alle minuscole spalle di Luigi Ippolito. Sentiva le voci e vedeva le luci
intorno a s. Nonostante avesse la sensazione di essere uscito allo scoperto e di andare incontro ai
bagliori, nessuno sembrava vederlo. Quasi si convinse di essere diventato invisibile.
Cos quando si diresse verso casa attravers una fila di uomini che lo ignorarono, e in quella fila
c'era anche suo padre che aveva uno sguardo arrabbiato. Solo per quello non os farsi notare, ma si
fece largo tra i cespugli. E, mentre si avvicinava a casa, pot notare in lontananza sua madre che
guardava il nulla oltre il terrazzo e, ancora, tent di attirare la sua attenzione, ma, ancora, inutilmente.
Non aveva piet. E sarebbe diventato Santo per questo. Aveva pagato un prezzo altissimo
nell'agonia dell'inserimento scolastico, che era stato come un inferno di sguardi e parole. Lui non
amava essere guardato o parlare. Aveva capito la precisa armonia dell'assenza. E l'aveva coltivata fino
a quando la vita non se l'era preso, e l'aveva catapultato nel mondo, in mezzo a coetanei con cui non
aveva niente a che spartire e con cui tutti pretendevano avesse rapporti. Ecco l'inferno, si era detto.
Quello di cui avevano parlato al catechismo non era nulla. Era teatro. Perch a lui l'inferno vero parve
da subito quell'impossibilit d'isolamento.
A casa, ogni giorno si era fatto pi lungo. Con la mamma che chiedeva perch non dicesse mai
nulla e il padre che lo guardava con astio perch, chiaramente, lui non era il figlio che avrebbe voluto.
Certo aveva delle illuminazioni di tanto in tanto, come quella volta che Maddalena, esasperata
gli aveva chiesto: Perch fai cos?
E lui aveva risposto: Perch sono un bambino.
E la frase, con tutta evidenza, doveva aver colto nel segno, infatti la madre si era sciolta
istantaneamente in una specie di reazione amorosa, persino esagerata, confermando tutto e ripetendo
che s, era un bambino, era il suo bambino.
A lei poteva dirlo che aveva deciso di diventare Santo.  possibile che nell'intero universo lei,
sua madre, potesse essere l'unica a capire perfettamente che quella era un'aspirazione come un'altra, e
che, come tutte le aspirazioni, richiedeva un atto di fiducia da parte sua. Con in pi la consapevolezza
di una precisa sofferenza. Ora Luigi Ippolito intuiva che quella consapevolezza era l'ostacolo pi
grande da superare. E sapeva che sarebbe stato necessario un atto di forza, come uno strappo che
apparentemente produce un dolore indicibile, ma poi, nel tempo, proprio quello strappo risparmier
molti altri, e pi atroci, dolori. S, questo era il punto: non bisognava avere piet. Nemmeno nei
confronti di Dio.
Del resto Lui che piet aveva avuto quando l'aveva abbandonato nel delirio di se stesso?
Quando l'aveva trapassato da parte a parte, vedendolo prima che nascesse, con la lama affilatissima
dell'inquietudine costante? Perch era esattamente quello che aveva proclamato Dio mentre lo colpiva:
Tu non avrai pace. E aveva assicurato che sarebbe stato insonne e solo. Che piet aveva avuto anche
adesso, mentre gli apparecchiava un cielo da impazzire e dappertutto, stordente, il profumo delle
ginestre spinose? Non lo risparmi mai, mai sciolse quella stretta che gli agganciava lo stomaco. Che
piet quando, d'improvviso  ma ora poteva dire che era accaduto lentamente , si era ritrovato al
centro del vortice, di quelli di cui si racconta nelle agiografie tutte le volte che il divino si manifesta?
Provate a pensare a un'anima informe che si aggiri in un pomeriggio assolato di settembre. Non
ha nessuna arma per affrontare quella bellezza di luce se non nominare la propria debolezza. C'era un
cielo da perdersi, perch se il mondo si fosse ribaltato sarebbe stato un infinito universo di nullit.
C'era un albero fronzuto, come un vecchio con le braccia spalancate, proprio dentro alla solita retorica
della natura e della sua potenza. E, manco a dirlo, cicale invisibili e assordanti. E poi c'era il mare, che
era proprio uno specchio riflettente. Una superficie sensibilissima, sollecitata sino all'incendio dalla
protervia con cui i raggi del sole trafiggevano le nubi e s'insinuavano negli spazi vuoti tra loro. Dio si
present a Luigi Ippolito come nelle peggiori e pi trite iconografie. E lui, come nelle pi trite e
peggiori agiografie, si sent mancare. Aveva quasi nove anni, e gi sapeva di non avere scampo.
Non fu felicit. Nel tempo avrebbe invitato chiunque a non credere che questo genere di
rivelazioni portassero pace: portavano guerra. Fu violenza. Nel centro dell'estasi, quando pens che era
entrato nella categoria di coloro che capiscono precocemente la loro vocazione, ecco il dubbio farsi
largo. Perch, diceva il canonico in parrocchia, nonostante Dio l'abbia ripudiato, Lucifero non riesce a
stare lontano da Lui.
Sentiva un dolore al petto, un piccolo dolore, sottile e angosciante. Nella misura di quei dolori
che non trovano la strada per esprimersi appieno, ma continuano a vagare nell'anticamera di noi stessi,
come importuni tenuti fuori ad attendere.
Quel piccolo dolore poteva chiamarlo benedizione o maledizione, perch era inconsistente ma
preciso, come l'ombra compatta o allungata di un corpo a seconda dell'ora del giorno.
Era settembre dunque, e c'era la campagna, e il cielo, e l'albero maestoso... Che vergogna. E
quello stranissimo star male...
I cercatori, carabinieri e gente del posto, furono richiamati tutti verso le tre di notte: il bambino,
misteriosamente, era tornato a casa da solo. Che cosa fosse successo di preciso non fu dato di saperlo in
quanto il soggetto, minorenne, si rifiut di parlare.
Pass qualche settimana prima che la faccenda precipitasse.
Mancavano quattro giorni al suo nono compleanno, la scuola era ricominciata sotto buoni
auspici. Luigi Ippolito pareva sereno e a suo agio come non mai. Si trovava nel cortile sotto casa, e
tutto sembrava perfetto. Stava bene, quel dolore l'aveva abbandonato per sempre, si era illuso.
Aveva dribblato due avversari: si avviava vincente verso la porta, mal custodita dal pi ciccione
e inabile della compagnia. Era pronto a calciare all'incrocio tra i pali, l dove sapeva che il portiere non
si sarebbe mai sforzato di arrivare. Intorno a lui c'era il vuoto pneumatico che avvolge l'eroe prima
dell'impresa.
Attese neanche avesse ancora tutto il tempo del mondo per sistemare la palla prima di calciarla
con precisione, spedendola esattamente dove aveva previsto che andasse. Come succede ai campioni,
che tirano dove decidono di tirare. Ecco, questo l'aveva capito: per essere campione si deve limitare il
caso, si deve saperlo controllare, si deve annullarlo per quanto  possibile.
Oh, passarono frazioni di secondi, fece un saltello, avanzando come un ballerino esperto verso
il pallone. Il ragazzo in porta lo guard come a chiedergli piet, ma l'eroe che piet pu avere se 
vittima egli stesso della totale assenza di piet da parte del suo destino? Nessuna piet dunque. Il collo
del piede avrebbe sfiorato appena la palla per donarle quella parabola imbattibile.
Dunque fece un saltello e cadde a terra, all'indietro, quasi una mano gigantesca avesse deciso di
spazzarlo via, di impedirgli di tirare. Cos fu: una manata violentissima all'altezza del diaframma,
un'ascia che tagliava in due un muro di cemento, che gli schiantava il petto.
Quando riapr gli occhi erano tutti intorno a lui, compreso il bambino grasso. Sopra di loro un
cielo da non dirsi, e sopra quel cielo una specie di certezza.
Si mise a sedere, disse che non era stato nulla, che per un poco gli era mancato il respiro e gli si
era annebbiata la vista, ma ora stava bene, che non gli stessero addosso.
Si avvi da solo verso casa che non era pi distante di duecento metri. Abbandonato il campetto
fece qualche passo, poi si ferm e attese.
Tutto si risolse in quell'attendere, in quel fermare lo sguardo su di s. Il dolore era davvero
sparito, era sparita l'inquietudine. C'era solo certezza. Riprese a camminare sentendosi stranamente
euforico.
Torn a casa come al solito, come al solito si mise a tavola. Doveva essere un giorno veramente
speciale, perch anche suo padre Domenico era a tavola con loro. Sicch parve il momento giusto.
 Far il prete,  disse, preciso e lineare.
Domenico si blocc.  A paragulas maccas uricras surdas,  disse. Poi impost un mezzo
sorriso, incredulo:  Che ne sai?  gli chiese.  Il prete?  ripet.  Nessuno fa il prete in questa casa! 
tagli squadrandolo tra lo scetticismo e la compassione.
Luigi Ippolito si limit a sorridere: fra le cose che aveva imparato a mettere in conto c'erano
anche sguardi del genere.
Cos, quando Domenico spalanc il petto prima di parlare, lo guard con lo stesso sguardo cupo
di un Pantocratore. Luigi Ippolito, proprio nell'istante in cui avrebbe potuto fare un passo indietro,
tuttavia aspett che il padre parlasse. Era l'unico figlio, era un futuro possibile, gli disse, che diventava
un presente sterile.
 Tu non hai nessuna piet,  scand.
Eppure il bambino non abbass la testa, n cerc un abbozzo di complicit nello sguardo della
madre. Non cedette nemmeno di fronte alla crepa sottile che si apriva sulla fronte del padre. Scopr che
mai avrebbe potuto rettificare quella specie di rivelazione a cui non sapeva dare un nome, ma che pure
aveva una consistenza precisa, fisica, tra lo stomaco e il petto: languorosa, dolorosa, piacevole e
tremenda.
Quando quel giorno cadde a terra, avrebbe dovuto capire che non ci sono dolori lievi. Perch,
questo era chiaro, Lui ti costringe a combattere il pidocchio come fosse un pachiderma, forgiando
queste due creature con diversa dimensione ma uguale resistenza.
Quando cadde a terra, dunque, e assapor il profumo acre della torba e dell'urea sparse sul
campo da calcio, fu costretto ad apprendere che non esistono danni lievi, ma solo danni.
Negli anni successivi Luigi Ippolito qualche volta avrebbe voluto pentirsi di quanto detto quel
giorno a tavola. Ma si rese conto di non aver mai previsto concessioni. In seminario non c'era tempo
per i ripensamenti, non per chi si era impegnato come lui. Uno senza piet, uno che non sarebbe tornato
indietro, uno che si sarebbe armato contro il Male del mondo.
Corazzato e mezzo uomo, con carne e pelo, giunse a una pubert superba, del tutto attrezzato
per subire il contrappasso di chi rinuncia a qualcosa con strazio. Come se fosse costretto a digiunare e
insieme aggredito dai morsi della fame. Cos si present quel corpo compatto e denso di appetiti che
non doveva soddisfare. Insidiato dallo sguardo e dai sogni. Irretito dalla fisiologia. Capiva di non
potere intervenire, di non avere alcuna voce in capitolo durante l'opera di costruzione della macchina;
non poteva aspettarsi pi discrezione o pietire un allentamento della furia genetica. Avere un corpo che
si trasformava e non partecipare in alcun modo a quella trasformazione, non poterlo quasi toccare, fu
gi, di per s, una prova di santit, perch non era concesso disprezzare il mezzo con cui Lui l'aveva
messo al mondo senza disprezzare Lui stesso. Ma era impossibile amare la carne a tal punto da
anteporla a chi l'aveva creata: Lui non aveva previsto concessioni in questo senso e, dunque, Luigi
Ippolito Giuseppe Guiso nemmeno.
Crescendo aveva dovuto fieramente esercitare l'antagonismo. Contro il suo corpo, certo. E poi
contro l'evidenza di un universo definitivamente secolarizzato anche quando si proclamava
confessionale. Si sentiva rabbioso quanto un cucciolo di mastino alla catena. Un cane troppo guardingo
per essere veramente fedele. Questo lo sapeva dal quel pomeriggio in cui si era accorto di stare
sbattendo a terra proprio nel momento in cui s'illudeva di possedere la sua esistenza.
Aveva coltivato una passione insana per le storie di santit cieca, quelle di martiri che
abbracciano il boia, che sorridono allo strumento di tortura, che implorano la sofferenza. E si era
convinto che quello fosse l'unico modo per esercitare la vita. Darle un senso, affermare che, per quanto
il corpo fosse cedevole, consumabile, mortale, restava tutto il resto, impalpabile, compatto, irriducibile,
inabile alla piet, impossibilitato a concedere, pronto a combattere. Finalmente inquieto.
Non aveva mai pregato per s. Si era genuflesso davanti all'immagine di un cuore gonfio
all'inverosimile, rosso e pulsante come rossi e pulsanti sono certi frutti al massimo grado di
maturazione, un attimo prima che si stacchino dal ramo e precipitino contro il piano ottuso della realt.
Certi fichi cresciuti sui rami di alberi cittadini, scuri e crepati con la polpa esposta agli uccelli, agli
insetti, alle larve che, richiamati dalla gravit, si spappolano sul cemento o sull'asfalto. Cos
s'immaginava il martirio, come quel terreno incongruo, senza morbidezza, che si opponeva alla polpa
matura.
Aveva imparato ad adorare certe corone di spine pi simili all'infanzia di quanto lui stesso
sapesse intendere. Quei rovi dove si vanno a ficcare le more pi buone, quelle pi grandi, per
conquistare le quali bisogna ferirsi mani e braccia. Cos, cos, immaginava la dedizione: come una
fiducia cieca nella ricompensa dopo il dolore. Aveva pregato certo per il dolore altrui, quello del padre,
quello della nonna Nevina, inerme, incerta. E quello di sua madre, che non capiva fino a che punto
partorire un Santo fosse un privilegio o una maledizione. Aveva pregato per tutti. Tranne che per se
stesso.
Nonostante attraversasse la via dolorosa per diventare prete, aveva una predilezione per la trama
del saio e la fibra del cilicio, come accade ai semplici, quelli che non sanno concepire un universo
complesso ma che, ugualmente, concepiscono complessit. Pur sapendo non sapeva. Ecco cos'era. Da
subito, fin da quando si rendeva conto di saper dare delle risposte che pure non aveva elaborato
coscientemente.
Luigi Ippolito era mosso da una vocazione febbrile, una malattia feroce, una brama di morte,
una concupiscenza precoce, una coscienza immatura, una rabbia silenziosa.
Le immagini della folla che abbatteva il Muro di Berlino parlavano da sole. Ora era chiaro che
il mondo aveva imboccato una strada imprevista. E quelle barriere di cemento che franavano
miseramente davano l'idea d'interi pezzi di quella che poteva essere definita la Storia mentre cedeva
sotto il peso di un imprevedibile ripensamento.
Da tempo Maddalena con la Storia non voleva avere niente a che fare. La sua vita si era come
incagliata in una secca: era precisa, prevedibile, inerte. Tutto quello che avveniva dentro alla
televisione le interessava come se si trattasse di un documentario su un pianeta sconosciuto. Aveva
giocato le sue carte e, a ben guardare, aveva perso: aveva puntato sul marito sbagliato e anche,
purtroppo, sul figlio sbagliato.
Da quando aveva preso a frequentare il seminario, Luigi Ippolito Giuseppe era diventato sempre
pi distante. E questo la faceva sentire sola pi di qualunque altra cosa al mondo. Pi del marito
assente, che pascolava in affari inconcludenti sempre a un passo dal baratro, ma con la sicumera di chi
s'illude che basti fare i ricchi per essere ricchi.
In verit gli affari di Domenico andavano male, anche se non malissimo. Manteneva un certo
credito, ma si stava anche facendo la nomea di millantatore. Tuttavia doveva avere qualche Santo in
paradiso perch ogni volta che pareva sull'orlo della bancarotta ecco che il socio continentale di cui lui
spesso parlava, ma che nessuno sapeva davvero se esistesse, lo tirava fuori dai guai.
Se avessero chiesto a Maddalena Pes che uomo aveva sposato, lei avrebbe risposto che si
trattava di un uomo buono, a patto che non si avesse la presunzione di conoscerlo. E di fatto,
nonostante avessero toccato i dieci anni di matrimonio, l'intimit tra lei e Domenico non c'era
veramente mai stata.
Comunque davanti alla televisione che faceva la cronaca dei tempi nuovi e mostrava quella
folla che abbatteva il muro tra Berlino Est e Berlino Ovest, per la prima volta, si sent emotivamente
coinvolta.
Luigi Ippolito Giuseppe bruciava le tappe a tal punto che, dopo essere stato avvicinato da un
osservatore della Pastorale Giovanile Vocazionale, aveva deciso di accettare l'invito a trasferirsi in un
seminario minore a Roma.
Erano giorni duri. Un prete giovane, padre Filippo Tomei, si era presentato a casa Guiso per
parlare con Domenico e Maddalena.
 Luigi Ippolito ha una vocazione chiara,  disse.
Domenico lo guard senza aprire bocca.
Maddalena pareva volesse riflettere nonostante la semplicit dell'affermazione.   solo un
bambino,  riusc a dire.
Padre Filippo fece una smorfia scettica con le labbra.  Certo,  cominci.  Ma ci non
significa che la sua vocazione non sia autentica... Tanti bambini non vengono presi sul serio quando
dimostrano un interesse di questo tipo, ma io ho una lunga esperienza nella Pastorale Giovanile e posso
assicurare che ho molti confratelli chiamati da bambini le cui vocazioni sono stabili e belle.
 Che cosa c' che non va nel seminario di Noro?  chiese Domenico, che non aveva nessuna
voglia di imbarcarsi in un discorso devozionale.
 Nulla, proprio nulla,  si sbrig a rispondere il prete.  Solo che la casa romana potrebbe
offrire pi...  cerc la parola.  Opportunit,  scelse finalmente.  E per una vocazione come quella
di Luigi Ippolito non c' niente di meglio che la possibilit di esercitarsi in tutte le forme.
 Starebbe lontano,  singhiozz Maddalena.
 Studierebbe con i migliori, farebbe sport, si rapporterebbe con ragazzi che hanno il suo stesso
talento.
 Talento,  ripet Domenico.  Quale talento?
 Quello di saper ascoltare la chiamata di Cristo. Vedete, ho parlato con lui spesso in
quest'ultimo mese. Il ragazzo mi  stato segnalato da don Pirodda...
 S, s,  intervenne Maddalena con un certo nervosismo.  Ce l'ha detto...
 E ci ha anche detto che l'educazione e l'accoglienza sarebbe a vostro carico,  puntualizz
Domenico.
 Esatto,  conferm il prete.
 Lei, padre,  davvero riuscito a parlarci? Perch a noi non vuole dire niente.
Padre Filippo si prese un po' di tempo per trovare le parole giuste:  S certo, abbiamo pregato
molti rosari insieme, e questo ci ha unito. Il ragazzo  assolutamente stabile nella sua vocazione, questo
si capisce.
L'incontro con padre Tomei era avvenuto circa un mese prima nella cappella del seminario.
Don Pirodda gli aveva indicato Luigi Ippolito che pregava da solo in un banchetto appartato. Padre
Tomei gli si era affiancato.  Eccoci qua,  aveva detto, come se fosse arrivato puntuale a un
appuntamento e gli piacesse farlo notare.
Luigi Ippolito l'aveva guardato con un velo di diffidenza, ma siccome si trattava di un prete
aveva fatto un gesto con la testa e aveva ripreso le sue preghiere.
 Sai,  aveva continuato padre Tomei ,  io sono convinto che noi non ci siamo incontrati per
caso. Ora io sono seduto a fianco a te e non credo proprio che sia un caso, non trovi?  Luigi Ippolito
n si era voltato a guardarlo, n gli aveva risposto. L'altro aveva accennato un sorriso.  Magari la
provvidenza, Nostro Signore, la Vergine Maria, ti hanno collocato proprio qui dove ti trovi adesso e
hanno collocato me al tuo fianco. Che ne dici?
 Dico che  possibile che noi chiamiamo provvidenza quello che tutti gli altri chiamano caso.
A padre Tomei era scappato da ridere.  Noi chi?  l'aveva provocato.
 Quelli come lei o me,  aveva risposto tranquillo il ragazzo.
 Gi. Credo che si possa mettere in questo modo,  aveva concesso il prete.  Ma quelli come
me o te sanno che non  la stessa cosa, no?
 Dovrebbero,  era stata la riflessione di Luigi Ippolito.
 Quindi siamo d'accordo che il nostro incontro non  casuale,  aveva ripreso padre Tomei. 
E che non  casuale ogni riflessione che il Signore ti porta a fare . Vedendo che il giovane taceva
padre Tomei aveva continuato.  Io sono qui per proporti un progetto reale, una soluzione concreta alle
tue domande...
 ... Non risposte?  lo aveva interrotto.
Padre Tomei mostrava di non aver capito la domanda.
 Soluzione concreta, non risposte?  aveva ribadito Luigi Ippolito, come a dire che ancora
una volta erano a un bivio di significati.
 No, non risposte, non le ho le risposte,  era stato costretto ad ammettere il prete.  Preghiamo
insieme il rosario intanto, che ne dici?
Il ragazzo aveva accennato che andava bene.
Da quella volta i rapporti tra i due si erano infittiti, fino al raggiungimento di una specie di
intimit assolutamente casta e rispettosa. Di giorno in giorno Luigi Ippolito sentiva di poter parlare con
quell'uomo come non aveva mai potuto parlare con nessun altro. Ed era una strana sensazione cercare
parole confacenti per i suoi pensieri. E trovare qualcuno che fosse disposto ad ascoltarle.
Un pomeriggio, fuori pioveva  ed  importante ricordare che fuori piovesse perch era un
momento straordinario di cui Luigi Ippolito avrebbe ricordato tutto , era l'11 novembre, San Martino
di Tours, e l'antifona d'ingresso recitava il salmo 1.2.35: Far sorgere al mio servizio un sacerdote
fedele, che agir secondo i desideri del mio cuore.
Padre Tomei l'aveva mandato a chiamare mentre lui si stava spogliando dopo aver servito
messa. Certo sapeva cosa aveva da dirgli, tuttavia si sentiva in tumulto. Non voleva dubitare, ma
dubitava. Cos si era presentato all'ora stabilita col volto segnato da una specie di ansia.
 Come prima cosa voglio dirti grazie,  aveva esordito il padre spirituale,  perch in tutti gli
anni in cui lavoro in questo campo il Signore mi ha dato la possibilit di incontrare anime come la
tua...
Luigi Ippolito era arrossito violentemente. Aveva l'impressione che quell'uomo sapesse di lui
cose che egli stesso ignorava. L'esperienza certo, la capacit di riconoscere i segni incontrovertibili
della chiamata, anche quando chi  chiamato non lo capisce con chiarezza.
 Ora io ti chiedo: vuoi dire s o no al Signore?  aveva proseguito padre Tomei.
Luigi Ippolito si sentiva un atleta prima del salto. A quella domanda bisognava rispondere con
la ragione o con l'istinto?
 Se mi vuole mi prenda,  aveva sussurrato, ma con fermezza.
Padre Tomei l'aveva abbracciato:  Non so se sia lecito essere contemporaneamente cos felici
e cos vicini a Dio.
La mattina del 4 gennaio 1994, poco prima della fine delle vacanze scolastiche, Luigi Ippolito
Giuseppe Guiso della parrocchia di Nostra Signora delle Grazie da Noro, partiva da casa per
raggiungere il seminario minore Sangue di Cristo di Roma.
Era una mattina freddissima. Maddalena guardava le spalle dritte di questo figlio che
l'abbandonava definitivamente. Si era fatto alto senza che lei se ne fosse accorta. D'improvviso, come
quando ci si rende conto che ci sono cresciuti i capelli, vide che il suo bambino era diventato ragazzo,
che aveva le guance ombreggiate da una leggera peluria castana, che le assomigliava.
La sera prima si era voluto preparare i bagagli da solo, e aveva rifiutato sistematicamente tutte
le proposte della madre o della nonna Nevina che non smetteva di piangere. Lui capiva che da piangere
ce n'era in quella casa. Si diceva che era giusto piangere per un affetto che si allontana, per quanto
assicurasse di stare andando dove aveva scelto di andare e dove sarebbe stato felice. Avrebbe ripreso a
giocare a calcio. Avrebbe pregato e incontrato il Signore nel modo giusto. E studiato...
I bagagli: una valigia e un borsone attendevano nell'ingresso. Maddalena, Nevina e Luigi
Ippolito cenarono in silenzio. Domenico era uscito nel pomeriggio e, alle otto di sera, ancora non era
tornato. Per tutta la giornata era stato un viavai di amici, parenti, alcuni colleghi di seminario che si
erano avvicinati per un saluto.
Invece i giorni indietro erano stati un vero calvario. Le discussioni tra Domenico e Maddalena
erano arrivate a livelli mai raggiunti prima. La casa era in preda ad un livore crescente. Cosa avesse da
lamentare Domenico era chiaro: chiunque fossero questi inviati della Pastorale Giovanile, non erano
certo interessati al loro figlio perch fosse tanto speciale, ma perch era ricco. Questa ipotesi aveva
fatto infuriare Maddalena che, come la maggior parte delle madri, ha un'idea speciale del proprio
bambino. Domenico sbagliava: Luigi Ippolito era stato scelto perch spiccava su tutti, nella seriet e
nella convinzione. E il marito scuoteva la testa con quel gesto scettico che sapeva fare cos bene, tanto
che non pareva nemmeno discutibile. Nel suo sguardo si accumulavano cinismo e astio. Rabbia e
rivendicazione. A Maddalena veniva da chiedersi se anche lei avesse contribuito a rendere Domenico
quello che era diventato. Ma non andava oltre, sapeva che discutere con lui era tempo perso, tanto se
era convinto di qualcosa non c'era modo di fargli cambiare idea.
Tuttavia la sua preoccupazione aveva un fondamento. Ora che tutto era franato, ora che i vecchi
sistemi avevano ceduto il passo a un mondo nuovo fatto di proclami senza costrutto, Domenico capiva
che la parabola dei garantiti, ammesso che fosse mai esistita per lui, era definitivamente passata: si
stava giungendo all'epoca d'oro dei furbi.
Due anni prima il sindaco Sini era stato arrestato per peculato nel corso di un'indagine che
espandeva anche in quell'angolo remoto l'influenza dell'inchiesta Mani Pulite. Ma ora si ricandidava,
pi tranquillo che mai, per un partito nuovo di cui non si era mai avuta notizia fino ad allora. Un partito
di incravattati in doppiopetto. E Luigi Ippolito partiva per Roma, che voleva dire perderne il controllo.
Ecco cosa rimproverava Domenico a Maddalena: lei non lo capiva perch per tutti questi anni
aveva usufruito dei risultati senza chiedersi mai attraverso quali strade erano stati raggiunti. E lei
rispondeva che s, aveva ragione su tutto, ma anche lui aveva potuto esibire una moglie senza sentire il
minimo dovere di essere un marito. Le discussioni finivano l. Perch nessuno dei due aveva intenzione
di arrivare fino al punto di non ritorno.
Dunque quel 4 gennaio, sant'Ermete, si battevano i denti solo ad avvicinarsi alle finestre.
Maddalena aveva lasciato il riscaldamento acceso tutta la notte perch sapeva che Luigi Ippolito,
appena sveglio, aveva sempre freddo.
Si alz di scatto quando lo sent muoversi nella sua stanza. Anche se era prestissimo lo trov gi
vestito di tutto punto, seduto sul suo letto. Rimase in piedi sulla soglia a guardarlo, come si osserva
qualcuno di cui si vuol ricordare tutto. Pot concludere con se stessa che suo figlio non si era mai
potuto definire un bambino felice. Perch era un lottatore, uno che non dava nulla per assodato. Un
polemico si sarebbe detto, ma non era esattamente quello. Luigi Ippolito aveva uno sguardo particolare
sulle cose del mondo, che non lo aiutava a incontrare gli altri. Suo figlio era sempre stato solo, si disse
Maddalena.
Anche adesso  pur sentendola arrivare, pur percependola ferma sulla soglia  non aveva dato
segno di avvertire in alcun modo la sua presenza. E questo la feriva. Le ricordava per quali vie aveva
dovuto costringerlo ad accettare la prima poppata quando lui rifiutava il suo seno, e fino a che punto si
era sentita invadente ogni volta che esercitava le sue prerogative di madre.
Domenico quella notte era tornato tardissimo e alticcio. Quella mattina nemmeno si alz dal
letto. Luigi Ippolito lo raggiunse cinque minuti prima di uscire, lo salut come avrebbe fatto con un
estraneo che aveva il dovere di tenere in considerazione.
Il padre tolse fuori la testa dalle coperte, apr gli occhi impastati e sospir:  Vai con Dio.
Luigi Ippolito fece segno che s, era proprio l che andava. Poi pi nulla.
Fuori dalla stanza c'era Maddalena che l'aspettava, aveva preparato la sciarpa, i guanti, la cuffia
di lana e la giacca pesante. Si era accertata per l'ennesima volta che il suo ragazzo avesse messo in
valigia tutta la biancheria nuova che lei gli aveva comprato per l'occasione. Si era fatta un caff con la
moka: ora l'aroma aveva invaso anche l'ingresso dove quel congedo tra madre e figlio, febbrile, lento e
sbrigativo, stava avvenendo.
 Ti scriver,  promise lui.
Ma lei temendo che in quella promessa fosse contenuta una distanza incolmabile disse: 
Telefonami anche, per.
E lui accenn che si poteva fare. Poi si abbotton la giacca pesante, mentre le concedeva di
aggiustargli la sciarpa intorno al collo.
Il rombo di un motore ruppe il silenzio afasico di quell'alba gelidissima.
 Sono arrivati,  disse Luigi Ippolito,  non uscire che prendi freddo.
Lei lo abbracci strettissimo sapendo di cogliere l'ultima occasione che le era rimasta per
tentare un contatto vero.
Lui si lasci abbracciare, ma con un certo imbarazzo per la foga che lei pareva metterci.  Mi
aspettano,  tagli a un certo punto, staccandosi. Quindi afferr la valigia, il borsone e usc.
Maddalena mim un passo verso di lui, ma quelle spalle che improvvisamente erano diventate
da uomo l'avevano colta alla sprovvista. Cos stette esattamente dove il figlio le aveva intimato di
restare e sent che la porta, chiudendosi, gliel'aveva portato via. Per sempre.
Aspett di sentire che la macchina ripartiva e poi torn verso la cucina. Si vers un altro caff
zuccherandolo parecchio. Lo bevve guardando la cristalleria fuori dalla finestra. Con quanta meraviglia
si potesse esprimere persino il dolore era un mistero con cui non riusciva a fare i conti. Luigi Ippolito
l'aveva abbandonata, questo pensava. E l fuori era tutto un trionfo di merletti e cristalli di rocca, col
giardino che si era trasformato in un'esposizione di vetri soffiati e diamanti. Prezioso e distante.
Terribile e fragilissimo. Com'era possibile?
Trattenne le lacrime neanche qualcuno fosse l a guardarla. Ma non c'era nessuno. E Domenico
avrebbe continuato a non esserci. Perch era cos che andava, era cos che sarebbe andata. Ora poteva
fare un bilancio impietoso della sua vita: aveva deciso di puntare tutto sulla sicurezza, e aveva
sbagliato. Ma si disse, e non per consolarsi, che avrebbe sbagliato comunque. Cos decise che era
arrivato il momento di piangere.
Diede ancora uno sguardo alla luce livida oltre la finestra: il trasparente vetroso virava al viola e
in alcune precise angolazioni persino all'intera sequenza dell'iride. C'era una staticit da posa
fotografica nel mondo cos come le appariva, ma forse era la sua mente che lottava per dare un senso
alla sua vita. Sent le lacrime che le colavano sul volto e se ne sorprese, quasi fosse una statua
miracolosa a cui quella funzione fosse stata concessa in via del tutto straordinaria.
Si asciug col dorso delle mani. Poi si avvi nella camera di Luigi Ippolito. Il letto del figlio era
ancora impregnato del suo odore. Qualche indumento scartato era stato lasciato sulla sedia poco
distante: un paio di jeans, un maglione stampato, una maglietta sdrucita. E anche due paia di scarpe
sformate.
Afferr i jeans per metterli via e sent qualcosa nella tasca. Un foglietto piegato in quattro, una
lettera.
Mamma,
ho visto con chiarezza come si  sviluppato in me questo dono, e ho capito che se niente mi
soddisfaceva era solo perch non avevo individuato il mio traguardo.
Andr a star bene perch  quello che voglio. Mi sono trovato a un bivio e ho deciso senza
pensare. Improvvisamente mi sono sentito in pace, totalmente, come non mi era mai successo. Non so
sino a che punto tu abbia compreso questa mia scelta, ma ti assicuro che  stata fatta per me e non
certo contro di te o babbo. So che lui l'ha presa particolarmente male, ma confido, con l'aiuto di
Nostro Signore, che capir.
Io lo sapevo da sempre che Lui mi avrebbe chiamato...
L. I. G.
Parte III
Dopo
Gennaio 1999.
Il muso dell'aereo strapp la trapunta compatta di nuvole con un breve scossone. Un
campanello metallico, suono riprodotto elettronicamente, avvert che stava per essere diffuso un altro
messaggio. La responsabile degli assistenti di volo, con voce impostata, informava i passeggeri che le
manovre di atterraggio erano cominciate, e avrebbero toccato il suolo di l a un quarto d'ora al
massimo. Come di consueto non era la voce a pensare ci che diceva: era stata autorizzata dal
comandante di volo, il capitano Nostromo. Nome che lasciava presagire, per gli scaramantici, un
qualche destino di ammaraggio, pi che di atterraggio. Come l'arcangelo Gabriele, l'hostess
annunciante per bocca di Dio spieg che occorreva riallacciare le cinture di sicurezza, raddrizzare gli
schienali, chiudere i tavolini...
Intanto, simile a un immenso orso polare che infila la testa oltre la superficie ghiacciata, l'aereo
pot dare uno sguardo alla terra ferma lambita dal mare. Era solo una faccenda cromatica: rosso cupo,
marrone, verde bottiglia, accostati a un verde azzurro annacquato e gelatinoso che si condensava nel
blu di Prussia.
La terra aveva di suo una variet assoluta, come una specie d'incapacit genetica all'uniformit,
mentre il mare dimostrava l'ostinazione con cui ogni suo elemento tendeva alla coesione. Poteva essere
calmo, o increspato, tuttavia appariva uniforme e solenne nella sua coerenza febbrile. La terra al
contrario si muoveva nella sua immobilit, variava nella fermezza. E questo la diceva lunga sul fatto
che, troppo spesso, si enfatizzassero qualit che sembrano tali solo perch non osservate dal punto
giusto.
Quella visione chiariva, una volta per tutte, che uccelli o rettili possono afferrare il reale ognuno
con la propria specifica relativit. Che si veda il ciuffo d'erba tanto da vicino finendo per sembrare
enorme, o tanto da lontano risultando solo una particella infinitesimale nella mescola cromatica, rende
quegli sguardi ugualmente parziali. L'aquila non vede meglio della biscia: vede diversamente.
Quel suono metallico che aveva introdotto la voce annunciante svegli d'improvviso il
passeggero del posto E, lato finestrino, fila 6, del McDonnell Douglas MD-82 in livrea Meridiana, che
stava scendendo verso l'aeroporto Costa Smeralda di Olbia. Era stata l'ultima tratta di un viaggio che
da Riga l'aveva portato a Roma Fiumicino e di l, se aveva ragione l'assistente di volo, entro un quarto
d'ora l'avrebbe condotto in Sardegna.
Un'hostess gli si avvicin e gli fece segno di raddrizzare lo schienale. L'uomo esegu con un
sorriso. Era sui quarant'anni, castano molto chiaro, vicino al biondo. Indossava abiti italiani nuovi di
zecca, ma teneva una sottile barba incolta, dorata, che gli sporcava le mascelle. Questa specie di
trascuratezza, piuttosto che togliergli eleganza, gliene aggiungeva. Era di quegli uomini che si
avvertono come d'un altro mondo. Eppure aveva lo sguardo di chi pu appartenere a qualunque posto
abbia deciso di appartenere.
Veniva in Sardegna per vacanze?, butt l l'hostess in un inglese decisamente arrotato. Fece la
domanda per eccesso di zelo, nonostante fosse gennaio, nonostante la donna sapesse che
nell'isola-ciambella le vacanze durano al massimo da giugno a settembre.
 Affari,  sussurr l'uomo, con le consonanti tutte sbagliate.
L'hostess inarc le sopracciglia curatissime.  Parla bene la nostra lingua,  ment lei, ma non
fino in fondo.
 No,  si scherm lui.
Intanto l'aereo fronteggiava qualche lieve raffica di vento: tutti a bordo dicevano che si stava
preparando il maestrale, che li sballottava, ma senz'astio. L'isola era una vecchia brontolona, in
apparenza non amava gli estranei, ma poi comunque li accoglieva.
L'apparecchio tocc terra con un botto. L'arcangelo Gabriele inform che l'aereo era atterrato
in orario, che la temperatura l fuori era di 7 gradi centigradi, che il comandante e l'equipaggio
ringraziavano tutti per aver deciso di volare con loro. E quando diceva loro, si riferiva alla
compagnia aerea.
L'hostess guard l'uomo mentre imboccava l'uscita attraverso la fragile scaletta retraibile.
Fuori l'aria sibilava. E infilava nei polmoni un aroma indicibile. L'uomo ebbe una vertigine:
quel profumo gli avvolse i polmoni e lo mise in ansia, perch non pareva certo l'abbraccio di uno
sconosciuto, ma il frutto di un affetto consolidato. Si trattava di qualcosa che scavava con la furia di un
gatto quando seppellisce le sue feci nella lettiera. Era come un impeto naturale di vento, piante,
salsedine... Un avversario che lo stringesse in vita, per rompergli il respiro. In un libro d'arte aveva
visto una statua di lottatori scolpita da Michelangelo. Il corpo contorto di un uomo in piedi cercava di
liberarsi dal suo avversario che lo reggeva per le gambe. Per quanto l'uno si contorcesse l'altro non
sembrava disponibile a darsi per vinto in alcun modo. Era questo l'effetto corporeo, l'impatto, che quel
posto gli fece. Era sogno d'arbusti, di foglie sempreverdi dure come cotenne e altrettanto aromatiche,
ma anche sospiro di terra in letargo, solida come un vaso cotto e come lui fragile al passo, straziata di
crepe da cui emanava il respiro fumoso del gelo di gennaio che incontrava la notte dei tempi, quando il
granito era massa incandescente. Era la lingua del suo cane, il candido Tatra, che gli lambiva le labbra
e il collo, come per farsi riconoscere. E tutto quello che poteva immaginare sotto la coltre spumosa
della collina innevata, a un'ora di cammino dalla sua fattoria. Ricord perfettamente quel sentimento
che gli parve casa.
 Scusi, entra?  gli chiese un uomo fermo dietro di lui all'ingresso passeggeri
dell'aerostazione.
 Mi scusi lei,  rispose scostandosi per farlo passare. L'uomo lo super.
Lo ritrov poco dopo alla consegna dei bagagli. Gli fece un cenno leggero. All'uscita, in quanto
extracomunitario, dovette passare la dogana. Present il suo passaporto.
 Krievs Oskar,  lesse l'agente addetto.
L'uomo conferm muovendo appena la testa.
 Riga, 4 settembre 1960,  continu.
 S,  disse lui questa volta.
Fuori, oltre la porta scorrevole degli arrivi, raggiunse un uomo che esponeva un foglio col suo
nome scritto sopra. Oskar Krievs gli si par davanti: lo superava di venti centimetri buoni. L'altro cap
che quello era il suo passeggero. Gli fece un cenno goffo con la mano che voleva sembrare un saluto,
poi lo precedette fuori, verso la macchina che doveva portarlo a destinazione.
Non erano in marcia da pi di dieci minuti che gi l'omino al volante cominci a fare domande.
O meglio cominci a sincerarsi, col suo danaroso passeggero, che tutto andasse bene. C'era troppo
freddo in macchina? Voleva fermarsi a mangiare? Oskar rispose due no. L'autista tacque.
Nella stagione bianca si era innamorato del vuoto. Ma ora un pieno invadente premeva oltre i
finestrini oscurati della macchina che, abbandonata la costa, penetrava nella carne viva dell'isola: un
cetaceo colossale che si faceva attraversare da un feroce, minuscolo parassita.
Oskar chiuse gli occhi, prov a ritornare al silenzio algido del suo ciems dal tetto rosso; alla
visuale apertissima sul campo innevato, che permetteva di arrivare con un solo colpo d'occhio fino
all'ansa del rio; all'aria puntuta delle mattine d'autunno, che stringeva il petto come un rimpianto; al
crepitare dei polpastrelli del suo cane sulla neve fresca.
Il pomeriggio di gennaio era fosco, proprio come ricordava bene accadesse nella sua stagione
nera. Quando ancora non sapeva che c'erano mondi in cui niente di niente poteva schermare il cielo.
Posti dolci e pianeggianti, dove lo sguardo poteva aprirsi su immense distese di grano e non essere
interrotto da rocce minacciose e sterili. Nella sua stagione nera Oskar aveva imparato a diffidare della
terra e degli uomini che la abitavano, nello sguardo corto aveva fondato ogni ipotesi di sopravvivenza
guardinga. Era vissuto nell'attesa di imboscate, come sempre avviene dove i territori pullulano di
anfratti e gole. Poi, quando era rinato, nella stagione bianca, aveva imparato ad accettare l'onere
dell'ampiezza, fino a dover ammettere la necessit di adeguare lo sguardo lungo a quel nuovo s, con
l'attitudine all'attesa che questo comporta.
Oskar non si poteva dire un attendista, uno che amasse le lunghe poste aspettando che la lepre
bianca decidesse di uscire dalla sua tana sotterranea. Ma dopo la terza o quarta battuta in cui tornava
col carniere vuoto, mentre tutti gli altri avevano saputo fare una buona caccia, aveva dovuto imparare.
Aveva dovuto imparare tutto. Per esempio che se voleva tornare col carniere pieno si sarebbe dovuto
armare di pazienza infinita e aspettare il momento giusto. E quello era finalmente arrivato.
 Si fermi qui,  ordin all'autista d'improvviso, senza un accento, senza la minima cadenza,
tanto che l'uomo al volante temette per un secondo che il passeggero dietro di lui fosse cambiato a sua
insaputa. Comunque inser la freccia anche se la carreggiata era deserta, e fren. Quindi accost.
Si trovavano in una specie di terra di nessuno subito dopo il bivio di Lula. L ancora l'assetto
disordinato di falsi piani e pareti di roccia permetteva d'illudersi. Permetteva cio di concepire nuove
opportunit. Dando le spalle all'ovest dove campeggiavano le pendici dei monti, l'est si apriva in una
sorta di discesa a mare brulicante di appezzamenti strappati al granito.
Oskar scese dalla macchina e attravers la strada fino a raggiungere il cordolo di mezzeria. In
quel pomeriggio, tramortito e limpido, non c'era nulla che desse reali segni di vita: non un'automobile,
non un vibrare di fronde, non un uccello nell'aria. Solo l'aroma imponente del miscuglio primordiale
che, un'immensit di ere prima, aveva composto quel territorio, come se si trovassero sul fondo di un
mortaio.
Ecco che la stagione nera penetrava attraverso le narici e, dalle narici, arrivava allo stomaco e
dallo stomaco all'inguine. Oskar chiuse gli occhi ed ebbe un preciso dj-vu, qualcosa che aveva
rimosso e che ora tornava, prepotente e inarrestabile. Smarr qualche lacrima ingoiando odori e
rimpianti.
Intanto l'autista aveva approfittato della sosta per fumarsi una sigaretta, appoggiato al cofano
tiepido dell'auto. Quando vide Oskar ritornare verso di lui cacci via la cicca e si affrett ad aprirgli la
portiera.
 Non manca molto,  disse, perch aveva sentito improvvisamente il bisogno di rassicurare
quello strano passeggero che pareva, ora, incredibilmente commosso.
 Lo so, lo so,  rispose Oskar salendo in macchina.
A Noro ci entrarono dal versante dell'ospedale nuovo che non erano nemmeno le sedici, ma
gi imbruniva. Gli ultimi chilometri erano stati in salita, quasi occorresse davvero conquistarselo quel
grumo di case fra i monti. Era un nido di rapaci quel posto, come nei regni antichi i territori dei figli
cadetti, quelli impervi e sterili, per gente impietosa. Attraversarono l'incrocio detto della stazione,
nonostante una stazione vera e propria Noro non l'avesse mai avuta, se non quel terminale per due
binari a scartamento ridotto. Quindi salirono verso via Trieste che era un'arteria alta e sinuosa non
distante, anzi decisamente vicina, al versante di via Deffenu, ma proseguirono senza che Oskar
nemmeno guardasse da quella parte. Lambirono piazza Italia per salire fino in cima a via Ballero,
accanto all'entrata del cimitero: quello s che era un monumento con tutti i crismi, quasi che l'unico
modo per appartenere al mondo in quella citt fosse di farcisi seppellire. L, nel cimitero, quella
provincia diventava metropoli. Ma anche quel versante fu ignorato dallo sguardo fisso di Oskar.
Intrapresero via della Solitudine, si lasciarono la chiesa omonima, che era stata campestre, sulla destra,
e affrontarono la curva a gomito che introduceva al Monte Orthobne. Per sei chilometri sculettarono
come una danzatrice del ventre: Solotti, Fonte Milianu, fino ad arrivare, in cima, all'Hotel Ristorante
Fratelli Sacchi.
La temperatura si era abbassata, ma non abbastanza da convincere Oskar a indossare il
soprabito sul suo completo impeccabile. Quando usc dalla macchina pot guardarsi attorno: il basso
edificio bianco era stato costruito, in stile tra il locale e il mediterraneo, al bordo del costone della
montagna che dava direttamente sull'altopiano e sulla citt. Vi si accedeva attraverso un piccolo
spiazzo, come un terrazzamento ottenuto dal riempimento di una profonda conca. L'hotel era collegato
alla zona ristorante attraverso una veranda coperta che, nel tempo, sarebbe stata chiusa con ampie
vetrate.
Un uomo compatto, tanto timido da sembrare diffidente, gli and incontro. Si present come
colui che aveva in gestione il locale. Aggiunse che tutto era stato approntato esattamente come Oskar
aveva richiesto.
 Per la camera scuser,  chiar a un certo punto.  Ma  da qualche anno ormai che non
facciamo pi servizio di albergo... In ogni caso ne abbiamo ripristinata una bella grande, apposta per
lei . Poi lo guard senza riuscire a togliersi dalla faccia lo sguardo dubbioso di chi continua a chiedersi
che cosa ci vada a fare in quel posto un uomo tanto potente.
Intanto l'autista si era fatto aiutare dal ragazzo del bar per trasferire l'unico bagaglio di Oskar
dal vano della macchina alla sua stanza riscaldata.
Oskar ringrazi allungando cinquantamila lire all'uomo che le prese, ma con titubanza.
A giudicare dal decoro generale, non si erano limitati a rimettere in sesto una stanza, ma anche
tutta la vecchia e inutilizzata hall, e il corridoio dove la stanza, appunto, si trovava. Era la 23. Oskar
guard quel numero come se gli dicesse qualcosa.
Nella stagione nera, quella cifra gli avrebbe ricordato sua madre. Era possibile ci? Che un
numero potesse ricordare una persona? Per la forma forse, o per il suono. Ventitre era sua madre. Ne
aveva un'esperienza precisa perch aveva dovuto assisterla nell'agonia, e aveva guardato le cifre
luminose dell'orologio elettronico sopra il comodino della sua stanza d'ospedale, che segnavano con
esattezza l'ora della sua morte. Le ventitre.
Entr nella sua camera. Era ampia, arredata con gusto semplice e un po' rustico. La parete a est
era occupata da tre grandi finestre che si aprivano alla valle, gi fino a Baddemanna. Pesanti tende
tessute al telaio erano state lasciate aperte proprio perch gi entrando l'ospite potesse godersi quella
vista bellissima di querce e lecci imbalsamati dal gelo. Cos dovette emendare una specie di
convenzione a cui si era assoggettato da quasi vent'anni, e cio chiamare nera la prima stagione della
sua vita. Adesso, ne era assolutamente certo, quella stagione era stata esattamente dello stesso verde
smaltato che avevano quegli alberi umili, poco pi che sterpi, senza la meraviglia argentea delle betulle
dove portava a correre Tatra. Constat che, come aveva detto il gestore del ristorante, nella camera
tutto era stato sistemato al meglio, e che grazie a un'accensione previdente dei termosifoni la
temperatura era tiepida e rilassante.
Quell'albergo e, dunque, quella stanza erano suoi da quattro anni. Fece scorrere l'acqua nella
vasca mentre si spogliava, ma prima di entrarvi si mise in contatto con l'interno che corrispondeva al
ristorante. Chiese se era tutto pronto per la cena che aveva fissato di l a un'ora. L'uomo rispose che s,
era tutto a posto, che non si preoccupasse.
 Chi  questo con cui vai a cena?  chiese Maddalena, raggiungendo Domenico in bagno.
Lui sput il dentifricio e rispose:  Come chi ? Il capo . E fece una risata forzata.  Il padrone
dell'Edilombarda, la finanziaria che aveva comprato il nostro debito,  spieg.  Un russo,  aggiunse.
  quello che tiene il guinzaglio,  disse a bassa voce.
 Cosa?  domand Maddalena.
 Niente, niente...  smorz Domenico controllando di essere sbarbato a dovere.
Maddalena strinse le labbra e scosse il capo.  Un russo,  raddoppi.
 Eh...  fece Domenico.  La nuova frontiera: russi e cinesi. Metto la cravatta?  chiese.
  una cena formale?  chiese lei a sua volta. E vedendo che Domenico non sapeva cosa
rispondere.  Tienila in tasca, poi magari te la metti all'ultimo momento,  consigli.  Ma che vuole
questo?
 Krievs,  complet Domenico,  Oskar Krievs. Che deve volere? Magari farsi un giretto per
vedere che cosa ha comprato, no? Ora che gli hanno aperto le frontiere... So che sta incontrando i soci
italiani . Ci teneva a sembrare disinvolto con la moglie nonostante sentisse crescergli dentro
un'inquietudine sorda.
Maddalena lo precedette nell'ingresso per allungargli il cappotto buono e la sciarpa di
cachemire che gli davano un'aria da giovane uomo nel pieno possesso di s. Domenico prese un attimo
ancora di tempo per cercare i guanti.
 Non credo che sar una cosa lunga,  le sussurr dandole un bacio tra la guancia e la tempia. 
A dopo.
Maddalena lo guard andare via con la precisa sensazione di doverlo proteggere.  Aspetta, 
gli disse.
Domenico si blocc sull'uscio.
 Il cappello non lo prendi?  chiese lei.
 No,  fece lui.  Mi spettina tutto . Poi le sorrise e si chiuse la porta alle spalle.
Entr nella sala del ristorante che conosceva molto bene. La differenza di temperatura con
l'esterno lo costrinse a sbottonarsi il cappotto. Due tavoli erano occupati da altrettante coppie, un
tavolo da sei ospitava quella che sembrava una famiglia riunita per un anniversario o per una
promozione. Poi all'angolo estremo, in una zona incuneata tra il camino e l'ultima anta della finestra
panoramica, vide l'uomo seduto di spalle.
Il gestore del ristorante raggiunse Domenico un attimo prima che arrivasse al tavolino dove
Oskar Krievs lo stava aspettando. Voleva dirgli quello che aveva capito da solo, cos si limit a
confermare che proprio l doveva andare.
 Sieda,  invit Oskar senza voltarsi.
Quell'invito blocc Domenico anzich farlo avanzare.  S,  disse come se continuasse un
discorso che stava facendo a se stesso. E avanz per raggiungere il posto vuoto davanti a lui. Ma non
prima di essersi alleggerito della sciarpa, dei guanti, del cappotto, che appoggi sulla terza sedia vuota
tra loro. Quindi si sporse per tendergli la mano.
Oskar, finalmente, si volt per ricambiare. Era un uomo biondo e asciutto che, nonostante fosse
vestito impeccabilmente, esibiva una barba incolta. Bionda e riccia.
 Sieda, sieda,  ripet Oskar guardandolo bene in faccia.
Ma, a quel punto, era chiaro che Domenico non si sarebbe seduto.  Tu,  disse, sentendo che
una specie di risata gli stava salendo dai lombi fino alle mascelle.  Non sei morto,  constat come se
avesse detto che fine avevi fatto oppure quanto tempo che non ci si vedeva.
 No, no,  conferm quell'altro.  Altroch se sono morto.
Restarono cos, uno in piedi e l'altro seduto. Senza aggiungere assolutamente nulla a quanto si
erano appena detti.
 Hai una sigaretta?  chiese a un certo punto Domenico.  Come devo chiamarti?
 Fumi adesso? Non so, come vuoi chiamarmi?  rispose il biondo facendo un cenno al gestore
del locale.
L'uomo arriv di corsa e si sporse verso il padrone per capire cosa volesse. Quindi si frug la
tasca della giacca e ne estrasse un pacchetto di sigarette, che apr e rivolse a Domenico. Lui ne sfil una
e se la mise tra le labbra. Poi si sporse verso l'uomo, che aveva fatto scattare un accendino di plastica
con immagini calcistiche stampate sopra.
Domenico aspir la prima boccata. Era da tempo che non fumava.  Cristian,  decret. E
ancora non si sedette.
 E vada per Cristian,  concesse quell'altro senza scomporsi, ma senza quell'emozione che si
aspettava di avere nel sentire il suo nome vero dopo quasi vent'anni.  Ordiniamo qualcosa?  chiese.
Domenico fece segno di no.  Prendiamo un po' d'aria, che ne dici?
Uscirono, camminando fino al parcheggio in cui Domenico aveva sistemato la macchina.
Stettero l in piedi, contemplando sotto di loro la citt illuminata che pareva un groviglio finalmente
prezioso. Solo qualche ora prima, alla luce del giorno, l'effetto era stato ben diverso.
 Tante volte mi sono chiesto che cosa penserebbe di noi, di questo posto, un marziano che
finisse qui con un'astronave,  riflett Cristian guardando il tramestio di luci sotto di s.
 Che siamo tutti matti, penserebbe,  comment Domenico.  Tutti. Questo  un posto di
pazzi, dovresti saperlo,  complet facendo precipitare a terra la cicca per spegnerla bene col piede.
Cristian condivise:  S, non c' dubbio.
Stettero in silenzio.
 Che vogliamo fare, allora?  chiese Domenico, come se quella domanda fosse una
conseguenza diretta del fatto che avevano appena concordato sulla generale pazzia del luogo.
 No, che vuoi fare tu,  rilanci Cristian senza scomporsi.
 Non vedo molte prospettive,  disse quell'altro.
Era come se, nei vent'anni trascorsi, si fossero gi detti tutto e ora non restasse davvero pi
nulla da dirsi. Facevano fatica a riempire i silenzi. L'oscurit aveva irrigidito il clima.
Domenico ebbe un brivido.  Non ho preso il cappotto,  constat.  Ma non credo mi servir.
 Credo proprio di no,  approv Cristian frugandosi le tasche della giacca. Anche lui
cominciava a sentire freddo. Alla fine trov quello che stava cercando. Era un foglio un po' sgualcito,
picchiettato di qualche macchia marrone scuro. Se lo sfil di tasca e lo consegn a Domenico.
Quell'altro lo prese, aveva capito all'istante di cosa si trattava. Tuttavia lo apr, come per bere
l'amaro calice fino in fondo. Era il documento olografo col quale si era impegnato a cedere il terreno di
Cala Girgolu a Raimondo Bardi. Rivedere la sua grafia di un tempo lo rese nervoso per la prima volta.
  andata cos,  concluse Domenico constatando che le macchie sul foglio non potevano che
essere di sangue. Riflett che quel documento era costato la vita di Raimondo Bardi e Federica Schintu.
 Considera che ho allevato tuo figlio,  prov, ma si pent immediatamente: espressa in quel modo
sembrava una perorazione. E invece voleva essere una rivelazione.
Cristian continu a guardare il vuoto davanti a s, quel vibrare epilettico di luci che
rappresentavano la citt esattamente come un'angiografia tramite mezzo di contrasto. Non sembrava
troppo colpito da quanto Domenico gli aveva appena detto.  Quando mi hanno ripescato in mare ho
fatto fatica a credere che tu avessi potuto volermi morto,  disse, ma era come se riflettesse.
Domenico si mise in tasca quel foglio che Cristian gli aveva dato poi allarg le braccia.  Come
si dice:  suonata l'ora che di noi due uno debba vedere la sua fine.
In tanti che abitavano in zona viale Ciusa, piazzetta Aspromonte o Sant'Onofrio, raccontarono
di aver sentito un boato e aver visto un lampo proprio nel nero totale della parete montuosa.
Domenico Guiso, giovane imprenditore nuorese, aveva deciso di farla finita. Come suo padre,
del resto. E questo santificava una sensazione che nella piccola citt parve una storia gi scritta. I resti
inceneriti del suicida furono esaminati con cura. Vennero ascoltate le persone che avevano avuto a che
fare con lui la sera fatale.
Oskar Krievs rispose a tutte le domande, spieg che era in Sardegna per sistemare le pendenze
che l'impresa Guiso & Figlio  nonostante le continue proroghe che la societ finanziaria, di cui lui era
azionista di maggioranza, aveva concesso negli anni  non era riuscita a sanare. Dichiar, in un italiano
stentato, che durante il loro breve colloquio non aveva avuto motivo di presumere che il Guiso avrebbe
preso una decisione tanto definitiva. Disse di aver sentito il boato esattamente qualche istante dopo
essere rientrato in sala. E su questo punto, pi di altri, ment. Si trovava infatti ancora nel parcheggio
del ristorante quando Domenico, dopo essersi messo il foglio in tasca e aver pronunciato le ultime
parole, era salito sulla sua auto. Aveva messo in moto, e accelerando si era lanciato verso la scarpata.
L'auto aveva fatto una parabola fantastica, poi si era schiantata venti metri pi in basso. Ci erano voluti
pochi secondi perch prendesse fuoco.
I funerali, in forma strettamente privata, furono organizzati due giorni dopo. In tempo,
dicevano, per far rientrare dal Continente l'unico figlio dell'uomo, Luigi Ippolito Giuseppe, che si
stava facendo prete.
Ma alle esequie di Domenico del figlio non ci fu traccia. E nemmeno l'ex sindaco Sini, ora
deputato in Parlamento, si present.
Maddalena segu il feretro insieme a pochissime persone. I suoi parenti, qualche operaio.
Avevano concesso a quella povera anima tormentata il beneficio del dubbio. Avevano stabilito cio che
la terribile decisione di lanciarsi nel nulla non dipendesse da una reale volont, ma dalla perdita della
volont. Cos gli riservarono una messa svelta, seguita da qualche curioso, e persino un posto nella
tomba di famiglia dove i Chironi e i Guiso riposavano tutti insieme.
Cristian segu da lontano il piccolo corteo. Maddalena, vestita di nero, pareva una donna d'altri
tempi, di quelle che si cantavano nei sonetti. E Nevina era invecchiata. Si tenne a una distanza che gli
permettesse di osservare senza essere visto.
Eppure Maddalena lo vide.
Da principio pens che si trattasse di una strana visione che quei giorni difficili avevano
generato nella sua testa. Ma poi si convinse che tutto ci aveva un senso. Perch si era abituata a
considerare i fatti in quanto tali, senza stare a chiedersi pi niente.
Luigi Ippolito, del resto, non era voluto tornare per il funerale. Andava bene. A chi le aveva
chiesto notizie in proposito, lei si era limitata a rispondere che il ragazzo era addolorato, ma che
essendo lontano gli era stato impossibile mettersi in viaggio cos d'improvviso. Non era uno che avesse
scelto un datore di lavoro qualunque, disse, lasciando intendere che le faccende di cui si stava
occupando quel gioiello di figlio erano assai pi importanti della morte di un padre. Nonostante il tipo
di morte. Per questo, dissero le voci, al parroco era risultato cos facile concedere le esequie religiose al
suicida. Tra loro, e intendevano tra preti, non si fanno certo lo sgambetto a vicenda.
Comunque proprio mentre uscivano dalla chiesa per trasportare la salma in cimitero Maddalena
vide Cristian. Un secondo appena, ma lo vide. Ed ebbe una specie di sussulto, che gli altri
interpretarono come un ritorno di fiamma del malessere terribile che quella perdita le aveva generato.
 Vieni a dormire da noi,  la preg Nevina dopo che gli inservienti avevano fissato ai perni di
bronzo l'immensa lastra di marmo che richiudeva la tomba.  Almeno per stanotte.
 No,  disse lei.  Voglio tornare a casa mia . E lo disse con un filo d'ansia e d'attesa, che la
vecchia l per l non riusc a decifrare.
Cos lasciarono la vedova davanti al cancello della casa di via Deffenu. Lei aspett in piedi che
la macchina fosse ripartita prima di avviarsi. Cristian sbuc a quel punto dall'angolo della casa di
fianco.
Maddalena lo guard come se avesse da rimproverargli chiss quale disattenzione. Niente
comunque che potesse intaccare l'amore che nutriva per lui. Cristian strinse le labbra, come tutte le
volte che cercava qualcosa da dire.
 Allora eri tu,  constat Maddalena senza fare un passo.
 S,  conferm.  Ero io.
 Lo sapevo che non eri morto,  rivel lei.
Cristian fece un passo verso di lei.  Sei pi bella di quanto ricordassi,  sussurr.
Maddalena indietreggi, come per ripristinare la stessa distanza.  Sei diverso, ma sei sempre
tu. Che fine avevi fatto?  chiese.
 Mi fai entrare?  chiese lui a sua volta.
  casa tua,  disse Maddalena avviandosi ad aprire il cancello.
Cristian la segu tenendosi due passi pi indietro. Quel vialetto che conosceva benissimo ora gli
faceva l'idea di un posto pieno di misteri.  Non  cambiato nulla,  comment.
 Vedrai dentro,  lo ammon, come per prepararlo a chiss quali mutazioni.
Entrarono. Cristian si guard attorno. Nella stagione bianca aveva sognato molte volte di
trovarsi esattamente in quel posto. Ma non per nostalgia.
 Che cosa ti hanno fatto?  chiese Maddalena con una pena infinita.
Cristian per un attimo temette di non riuscire a rispondere.  Sono tornato dalla morte, 
rispose.
Maddalena non lo lasci continuare, il loro amore si era espresso nel dolore da sempre. Lo
afferr per il viso e cominci a baciarlo sulle guance, sugli occhi, sul naso, sulle labbra, sulle orecchie,
sul collo. Con una furia ostinata, quasi volesse assaporare ogni millimetro del suo viso. Domenico stava
pagando la sua moneta al battelliere e loro si toccavano a occhi chiusi, come se volessero riconoscersi
per altri versi. A lei non parve possibile alcuna remissione per quanto stava facendo, e non la voleva.
Lui cerc la pelle sotto i vestiti per ritornare al punto esatto da cui era stato rapito. Ma restava la
certezza che niente mai sarebbe ritornato quello che era. Nonostante si trovassero entrambi proprio l,
dov'erano la prima volta che avevano fatto l'amore.
Era cambiato, pens Maddalena, mentre giocava a respingere ci che voleva. Ora la pelle di lui
era diventata spessa e asciutta, tutto il suo corpo si era mutato in una macchina specializzata per la
sopravvivenza. Aveva mantenuto l'ampiezza del petto ma non il colore, che ora era latteo, pallido come
sono pallide le pelli intatte, sempre coperte, degli abitanti dei climi freddi. Qui era chiaro che la sua
seconda vita aveva preso il sopravvento.
In che modo fosse sopravvissuto, come si fosse salvato, lei non lo chiese, e lui, al momento, non
parve troppo interessato a raccontare alcunch.
Si amarono con una precisa passione, quella con cui avevano sempre immaginato quel
momento.
Era diventata pi bella, pens Cristian, mentre finiva di spogliarla. A lui era sempre piaciuta la
nudit assoluta. Il sesso senza orpelli, se non la passione divorante. Era cos, primitivo: la donna
doveva bastargli. E Maddalena non solo gli bastava ma, temeva, di lei non si sarebbe saziato mai. Si era
pienata senza ingrassare, perch il corpo si era fatto maturo e zuccheroso come un frutto all'apice
dell'albero, pi esposto al sole, baciato dalla vita. E lui era l che da sempre voleva arrivare, anche a
costo di farsi molto male.
Poi, fu impossibile pensare.
Dopo si erano detti tutto. Di come lui fosse stato tratto in salvo dal marinaio di un cargo
sovietico. Quel marinaio si chiamava Juris, e l'aveva tirato su dall'acqua con un arpione da baleniera:
vedeva la cicatrice sulla spalla sinistra? Bagnato, pi morto che vivo, era stato issato a bordo. E
trasportato via. Cos, disse, era iniziata la sua stagione bianca, perch l dove era andato a finire
nevicava sempre. Nella fattoria dove era stato accolto lo chiamavano Zivs, che in lettone vuol dire
pesce. Risero. Ci volle qualche mese perch si rimettesse in sesto. Lavorava alla fattoria come garzone
qualunque, e aveva la sua dose di carne salata e cetrioli sottaceto. C'era da spalare letame, e pulire le
stalle. Non fu facile, ma impar la lingua del posto, con una cadenza che faceva ridere tutti. La Lettonia
al tempo non era indipendente, faceva parte dell'Unione Sovietica. Lei gli chiese di dire qualcosa in
quella lingua. E lui: Es esmu eit, sussurr. Che vuol dire: Io sono qui. Lei sorrise come se
conoscesse perfettamente quel significato. E poi era accaduto che gli fu possibile portare avanti qualche
affare con le autorit locali. Russi di campagna, persone non troppo sveglie da cui uno intraprendente
come Cristian era riuscito a ottenere di tutto. Un'identit ufficiale, per esempio, un passaporto con un
nome e un cognome: Oskar Krievs. Poi qualche piccolo incarico, fino alla responsabilit del controllo
doganale. Un settore dove il funzionario precedente si era fatto ricco per i suoi standard limitati, ma che
Oskar fu capace di trasformare in una miniera d'oro... Il resto era semplicemente il frutto di una
disponibilit pressoch illimitata che con l'indipendenza della Lettonia era persino cresciuta. Cos si era
ripreso quello che era suo.
Maddalena abbass la testa. Non erano stati anni facili. E lui, Cristian o Oskar che si sentisse,
era diventato padre, lo sapeva? Lui l'abbracci per dire che s, Domenico gliel'aveva detto prima che
facesse quello che aveva fatto. Ma Cristian non pareva troppo interessato all'argomento, come se
l'assenza del corpo stesso del figlio l'allontanasse da qualunque affettivit. Cos lei si alz, nuda, corse
nell'altra stanza, ritorn dopo qualche minuto con un album di fotografie: voleva che vedesse suo
figlio.
Vedeva quanto gli assomigliava? Cristian fece segno che s, che lo vedeva. Poi disse che gli si
chiudevano gli occhi tanto aveva sonno.
Quella stessa notte, quando il cane bianco le and incontro caracollando, nemmeno si svegli.
Lo vide dall'angolo estremo del foglio bianco a cui era ridotto lo spazio circostante. Ora tutto era
scomparso, la fattoria, il fienile: niente di niente. Ovunque regnava un bianco abbacinante. E, nel fondo
di quel nulla, solo il marrone delle pupille e il carminio della lingua penzolante. Temette per un istante
che il cane potesse buttarla gi nella foga. Ma non si spost. Cos la bestia la raggiunse. Sollevandosi
sulle zampe posteriori si mise alla sua altezza, come se volesse guardarla negli occhi. Poi con un
movimento del muso parve che la invitasse ad accarezzarlo. Maddalena non si svegli.
Paklaus?gs suns, sussurr l'uomo comparendo dietro di lei.
Maddalena fece cenno che lo sapeva, che si capiva quanto fosse affettuosa quella bestia, senza
neanche voltarsi a guardare chi aveva parlato. Sent che l'uomo sorrideva. Poi sent che le sfiorava il
collo con una mano. E non si svegli.
Ora, intorno a lei, la luce si era rassegnata a scialbare un cielo pulsante, quasi un fondale
fibrillante di lampade al neon. A osservare per bene, oltre al bianco, si poteva percepire un boschetto di
betulle, e, oltre quello, si stava palesando la sagoma di un villaggio, lontanissimo. Tanto che
Maddalena si chiese per quale potere straordinario riuscisse a vedere cos bene le cupole a bulbo dei
campanili gemelli e persino i pinnacoli di un castello.
L'uomo era identico a come l'aveva sempre sognato: con la sua giacchetta di misura e le
maniche del maglione a collo alto che sovrabbondavano quelle della giacca. E aveva quel tono di miele
addosso, nella pelle e negli occhi, nella barba sottile e incolta, nei capelli scomposti.
Esmu eit, la rassicur lui.
Maddalena sorrise appena per dire che non aveva bisogno di alcuna rassicurazione al mondo. Il
cane la guard ancora una volta prima di riprendere la sua corsa e sparire nel candore.
Come ti chiami?, chiese Maddalena all'uomo. La sua voce sembr quella di una bambina.
Mani sauc zivs, rispose lui.
Pesce?, domand lei per essere sicura di aver capito bene.
J?, zivs, conferm l'uomo.
Maddalena fece in sogno quello sguardo che suo padre aveva sempre definito da vecchietta,
ma era solo il suo modo di esprimere perplessit. Pesce,  ripet.  Ma non c' mare qui, constat.
Nem?ku peld?t, rilev l'uomo trattenendo una risata. Ora stava davanti a lei, esattamente
come, poco prima, il cane.
Risero entrambi quasi si conoscessero da sempre e fossero autorizzati a condividere
quell'intimit reciproca. Proprio un bel nome per chi non sa nuotare, comment lei.
L'uomo non disse nulla, la guard. Pareva che, da un momento all'altro, volesse baciarla.
Aspett che ci avvenisse, perch era chiaro che lo voleva anche lei.
Quando Maddalena Pes si svegli era sola.  Cristian?  chiam.
 Sono qui,  rispose lui, dal salotto, dopo qualche secondo.
Lei sgusci dal letto e, portandosi dietro la coperta, lo raggiunse. Era completamente vestito e
sbarbato. Il che la fece sentire nuda e distante. All'improvviso pens di doversi vergognare per la
facilit con cui si era concessa.
 Aspettavo che ti svegliassi,  disse lui, con un tono di voce straordinariamente neutro.  Non
volevo partire senza averti salutato e non volevo svegliarti,  spieg. E quella spiegazione doveva
sancire una qualche forma di gentilezza che pure sembrava anni luce distante dalle sue intenzioni.
Maddalena guardava quell'uomo quasi si fosse resa conto di colpo che, nonostante la sua
presenza, non era ritornato mai. E seppe che non c'era alcuna prospettiva di una vita in comune.
 Non vi mancher nulla,  assicur lui.
Lei si strinse nella coperta.  Parti?  chiese, neanche l'avesse capito solo in quel momento.
 S,  rispose lui, come chi  avvezzo a dare un nome alle cose e a ciascuna cosa il suo nome.
 E noi?  chiese Maddalena. Era chiaro che sapeva in quale abisso l'avrebbe condotta una
domanda del genere, fatta senza alcun controllo, lasciata scaturire cos...
 Non c' noi,  decret lui. Con la stessa precisa freddezza con cui aveva comunicato fino
ad allora. E si alz in piedi vedendo che Maddalena, incomprensibilmente, era corsa via, verso la
cucina, con la sua coperta sulle spalle, come una moglie indiana.
Cristian Chironi si avvi all'ingresso dove l'aspettava il suo bagaglio leggero. Una volta fuori
di l avrebbe chiamato l'autista e si sarebbe diretto a Olbia.
 Io vado, allora. Addio,  proclam al vuoto dietro di s.
E fu in quel momento che sent la fitta, qualcosa che gli penetrava il costato e gli tagliava il
respiro. Fu talmente stupefatto che all'inizio non prov dolore. Si pieg all'indietro come quando si 
sorpresi da una tremenda stretta lombare, e tent di liberarsi del coltello. Poi desistette, capendo che
l'estrazione avrebbe solo accelerato la fine. Ruot su se stesso.
L'ultima cosa che vide fu Maddalena, completamente nuda, i capelli scomposti, lo sguardo
fisso, la postura fiera, come la Nemesi di cui da millenni si scrive e si racconta.
Parte V
Infine
Adorare le ceneri
Gozzano, febbraio 2000.
Luigi Ippolito, spalancata l'anta dell'armadio nel cui retro era fissato uno specchio a figura
intera, squadr l'altro s che gli si parava davanti. Cap che non faceva alcuna fatica a riconoscersi. Era
certo di quello che era. E quella certezza gli trafiggeva lo stomaco come se fosse l'oplita che si slancia
contro la falange... Con calma allent i primi tre bottoni della talare. Prov a sussurrare il suo nuovo
nome: Luigi Ippolito Chironi.
Frug tra i ricordi d'infanzia per trovare un segnale di quanto cos facilmente era riuscito a
capire di s dopo la lettura del manoscritto che la madre gli aveva lasciato. Aveva scoperto da subito
che si trattava di pi di un semplice manoscritto. Dentro quella cartella infatti le generazioni avevano
lasciato un segno, un appunto, un commento. Messaggi in bottiglia nel mare delle circostanze.
Cristian, suo padre, aveva stilato piccole glosse a mano in una grafia sbrigativa, come capita a
chi scrive sull'onda dell'impulso, sotto la pressione del timore di dimenticare quanto ha in testa. Ma
quello che colpiva era la lunga citazione di Epicuro, come un annuncio vero e proprio: La morte, il pi
atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c', quando c' lei
non ci siamo noi. Da un calcolo veloce poteva capire che quella era la scrittura di Cristian diciottenne,
all'epoca cio della morte di sua madre Cecilia. E poi un foglio strappato da un libro di storia dell'arte
dove c'era la riproduzione di San Matteo e l'Angelo di Caravaggio, conservato nella Cappella
Contarelli. Luigi Ippolito a San Luigi dei Francesi c'era stato di persona, e poteva dichiarare con
certezza che quella fotografia non aveva nulla a che fare con l'originale. E si chiese come sarebbero
andate le cose se solo suo padre, Cristian, avesse potuto vedere quel capolavoro con i propri occhi.
Forse avrebbe potuto capire che ci sono casi in cui la realt  di gran lunga pi fulgida, incredibile,
dell'immaginazione. Anzi, avrebbe potuto capire qualcosa che lui, ora, davanti a se stesso, aveva
perfettamente chiaro: la realt  sempre, sempre, pi imponderabile di qualunque immaginazione.  per
questo che ci fa cos paura.
Alla fine del primo gruppo di fogli manoscritti, quelli redatti dal bisnonno omonimo di Luigi
Ippolito, Cristian aveva accluso al plico una lettera fissata alla cartella con una lingua di nastro adesivo.
Si trattava di un testamento, o un congedo tremulo, stilato da un vecchio. Era la scrittura forgiata dal
capostipite, Michele Angelo:
Io sottoscritto Chironi Michele Angelo,
dichiaro e non permeto che i miei parenti quando io muoio che si vestano di nero niente lutto. Il
lutto Cari non mi fa niente il lutto  nel cuore. Unaltra avvertenza non voglio messe solo quelle corpus
presente. Non mi voglio messo in tombino in terra come mio Nipote mio Figlio e tutti gli altri...
Ognuno aveva cercato a suo modo di dare un senso a qualcosa che non era detto dovesse
necessariamente averlo. C'erano due foto: nella prima appariva un uomo, suo bisnonno Luigi Ippolito,
con la divisa della Prima guerra mondiale, in posa davanti a una chiesetta romanica; nella seconda un
giovanotto, il nonno Vincenzo Chironi, con un doppiopetto scuro e una camicia bianca, senza cravatta,
che sorrideva all'obiettivo, appoggiato alla sua moto.
C'erano poi, in un gruppo di fogli a parte, elenchi compilati in bella scrittura da Marianna
Chironi, intere genealogie aggiornate di volta in volta:
Michele Angelo e Mercede generarono Pietro e Paolo, Giovanni Maria e Franceschina, Luigi
Ippolito, Gavino, Marianna; Marianna e Biagio generarono Mercede, detta Dina; Luigi Ippolito e
Erminia generarono Vincenzo; Vincenzo e Cecilia generarono Cristian.
Cristian e Maddalena genereranno Luigi Ippolito...
Gi scritto, da sempre, da subito, senza mistero. Ecco l, nero su bianco, quello che, senza
capirlo, lui stesso aveva percepito fin dall'inizio. Ora era chiara la natura stessa di quel suo sentirsi
inadeguato che aveva determinato ogni scelta. Che l'aveva consegnato all'arbitrio, all'inquietudine.
Eppure orfano non si era sentito mai.
Inaspettatamente avvert salirgli nel petto un sentimento affettuoso per Domenico Guiso che si
era fatto padre nonostante tutto. Putativo come Giuseppe. E Giuseppe era il nome del suo nonno
materno  morto anni prima  che completava l'altro nome, quello del destino. Domenico aveva voluto
essere padre ma non aveva avuto la forza di smettere di essere figlio. Quell'anima lacerata, ora poteva
capirlo bene, aveva tentato in ogni modo di ignorare quanto sapeva con certezza: stava allevando il
figlio di Cristian. Esattamente come lui che, allo stesso modo, aveva cercato di ignorare quanto
percepiva con certezza: quell'uomo non era suo padre.
Aveva ricordi di grande affetto, questo s.
Ora che si guardava allo specchio, slanciato nella talare, orgoglioso e strafottente di fronte a
quel Chironi che aveva scoperto di essere, poteva concedere alla povera anima purgatoriale di
Domenico una preghiera in suffragio, perch la sua pena finisse.
Poco tempo prima si era messo disteso sul letto rifatto. Vestito di tutto punto, i bottoni della
tonaca brillanti, le scarpe lucidate a specchio. Aveva provato a sussurrare nel silenzio il suo cognome e
nome: Chironi Luigi Ippolito. Non pi Guiso. Infatti, senza che il Chironi si muovesse dal letto, quel
Guiso che era stato, si mise in piedi per guardare l'altro s composto, morto, pronto da piangere. L'Uno
stette l, preciso a se stesso, l'Altro lo fiss, inquieto, pietrificato, ma turbolento, dritto e secco come un
insulto detto in faccia, tra il letto e la finestra. Che la fissit dell'Uno era parvenza e la fissit dell'Altro
era controllo. Al primo sguardo si sarebbero detti del tutto identici Luigi Ippolito e Luigi Ippolito, solo
che il primo, quello disteso sul letto, aveva l'apparenza imperturbabile del morto sereno, mentre il
secondo, quello che osservava se stesso, in piedi, era rigido e accigliato come sono rigidi e accigliati gli
sguardi perplessi.
Cos mentre il primo era immerso nella pace inenarrabile di una resa totale, il secondo
battagliava contro quella invincibile mollezza. Per questo a un certo punto, rompendo ogni stasi, si
avvicin fino quasi a rapirgli il soffio, quasi padre amorevole che volesse assicurarsi che il neonato
ancora respiri. Ma non fu certo per amore che Luigi Ippolito si pieg su Luigi Ippolito, no: l'Altro si
pieg sull'Uno per leggergli la vita. E insultarlo anche, che non era quello il momento di morire e
tantomeno di giocare alla morte; e non era quello il momento di arrendersi.
L'Uno ascolt e non si mosse, ostinato nella sua farsa di defunto. Non si mosse anche se
avrebbe voluto riprendere se stesso.
Arreso all'evidente ostinazione di s, l'Altro si sedette sul bordo della sedia impagliata davanti
al comodino come una giovane vedova che ancora non ha capito l'onta che ha subito. Rest a guardare
l'Uno che appena appena respirava.
 Com' esplorare questa terra di silenzio?  gli domand.  Com' questo viaggio maledetto?
Poi la luce parve lasciare a precipizio la stanza, cos le sopracciglia folte, ombreggiando le
palpebre serrate dell'Uno, diedero contezza di tutto il suo pallore. L'Altro dunque, come aveva fatto la
luce, abbass il tono della voce e dei pensieri per dichiararsi definitivamente disposto a giocare quel
gioco di compianto. Ricordava la solitudine del campo sfinito dalla canicola? E ricordava l'attesa
davanti alla trappola? E la vita che si sputava dai polmoni dopo la corsa? Ricordava? Le battaglie
all'oliveto, il frinire tremendo delle cicale, il sibilo marrano del maestrale...
 Tu volevi il controluce. Volevi ombre. Io volevo luce,  rispose d'improvviso l'uomo disteso.
C'era il piano scabro della loro vita insieme, quand'erano tutt'uno, come un tavolaccio rustico
dove le malie del passato potessero trovare un ordine. Luigi Ippolito Chironi, dunque, di quei Chironi
che, pare, avevano allevato i cavalli sui quali si era posato il deretano santo di due Papi e quello molto
laico di un Vicer...
Nella stanzetta si form una luce di camera ardente, perch una macchia nera si era aperta al
centro del bulbo solare. L'Uno e l'Altro si guardarono. Il primo disteso ritorn assente, ma osserv il
secondo attraverso le palpebre serrate. Il secondo, la fronte corrugata, ricambi con tenace attendismo
quello sguardo assente. Come sempre  stato e sempre sar.
Era tempo di dirsi addio.
Perci Luigi Ippolito si alz, spalanc l'anta dell'armadio per guardarsi, in piedi, nel pieno della
sua magnificenza. Poteva pretendere ogni cosa gli spettasse, ma si rese conto che era inutile: non era
rimasto pi nessuno a rivendicare quanto era suo. Non Cristian ucciso due volte, prima da Domenico,
poi da Maddalena. Non Domenico, ucciso dalla sua inquietudine dolorosa. Non Maddalena, che dopo
avergli fatto visita in seminario aveva fatto perdere le sue tracce. Ormai era scomparsa da pi di un
anno, nel nulla  come solo le donne Chironi sanno fare.
Poteva ritornare a Noro, abbandonare la vita ecclesiastica. Oppure no.
Si fece silenzio, contro il fragore costante del riflettere. Improvvisamente non ci fu pi nulla,
nulla da pensare, nulla da ricordare. Era stato un sogno, oppure no: era stato trovarsi esattamente al
punto in cui diventava impossibile qualunque rettifica.
Ma come si poteva raccontare quella storia di silenzi? Tutti sanno che le storie si raccontano
solo perch da qualche parte sono accadute. Basta afferrare il tono giusto, dare alla voce quel calore
interno di impasto che lievita, sereno in superficie, turbolento nella sostanza. Basta capire dove sia il
chicco e dove sia la pula, pensando senza quasi pensare. Perch sapere di pensare  come svelare il
meccanismo e svelare il meccanismo  come rendere mortale quella storia.
Perci occorreva che si prendesse la sua prima responsabilit di Chironi, che, come qualcuno
aveva detto, consisteva nella certezza che mantenere viva la fiamma fosse meglio che essere costretti
ad adorare le ceneri.
La scrivania era sola nell'angolo in ombra della stanza. Il destino gli stava concedendo carta e
penna. E, l fuori, il cielo era di latte. Luigi Ippolito osserv se stesso che si avviava allo scrittoio dove
giaceva quel plico che era l'unica eredit avuta da sua madre. Lo apr alla prima pagina. Dall'ombra
che immergeva la scrivania scatur l'ostinata luminosit di un foglio bianco. Una luce perfetta. Che,
forse, era un invito...
Cos prese una penna, e inizi:
Prima vengono i bisnonni: Michele Angelo Chironi e Mercede Lai.
Rilesse al volo, ma gi rettific. Tracci una linea sulla parola bisnonni e scrisse
capostipiti.
Prima vengono i capostipiti: Michele Angelo Chironi e Mercede Lai. Prima di loro...
... Nulla.
...
FINE.
...
.
...
Nota dell'Autore.
.
Le citazioni letterarie sono tratte da:
Sebastiano Satta, Canti barbaricini, La vita letteraria 1910.
Epicuro, Lettera sulla felicit (a cura di Angelo Pellegrino), Einaudi 2014.
William Shakespeare, Enrico IV (traduzione di Cesare Vico Ludovici), in Teatro I, Einaudi
1964.
Le citazioni musicali sono tratte da:
Pink Floyd, Us and Them, in The Dark Side of the Moon 1973.
U2, Sleep Like a Baby Tonight, in Songs of Innocence 2014.
Umberto Bindi, Il nostro concerto (di Giorgio Calabrese e Umberto Bindi), in Umberto Bindi
1960.
Renato Zero, I migliori anni della nostra vita (di Maurizio Fabrizio e Guido Morra), in Sulle
tracce dell'imperfetto 1995.
Claudio Rocchi, La realt non esiste, in Volo magico n. 1 1971.
Franco Battiato e Alice, I treni di Tozeur (di Franco Battiato, Giusto Pio e Rosario Cosentino)
in I treni di Tozeur 1984.
Gazebo, I Like Chopin (di Pierluigi Giombini e Paul Mazzolini) in Gazebo 1983.
L'episodio dell'incontro tra Luigi Ippolito ed Erminia  apparso, in una precedente versione, col
titolo Di quando sei tornato (scritto per il festival Gita al faro, 2014).
L'episodio di Gessica e Priamo  apparso, in una precedente versione, col titolo Certe favole si
capiscono troppo tardi (scritto per il Goethe-Institut, 2012).
La cabala dei nomi e cognomi far in modo che esistano persone che si chiamano esattamente
come i personaggi di questa storia: tale consonanza  del tutto casuale e non ha niente a che fare con
persone e faccende reali.
...
FINE.